Platone e la scrittura: quali riflessioni oggi?

Per una pedagogia della scrittura

Possono la conoscenza e la scrittura, quale suo veicolo principale, permettere il raggiungimento di forme autentiche di democrazia?

Fare storia della filosofia non dovrebbe avere quale fine la semplice conoscenza delle opinioni filosofiche ormai passate e vetuste: la filosofia, per definizione, ci interroga, portando chi se ne accosta a una serie di riflessioni che devono verosimilmente valere anche per il mondo contemporaneo o, quando non fossero più valide, si dovrebbe almeno tentare di comprenderne il motivo profondo. La verità di questa premessa si presenta inequivocabilmente quando si legge il mito di Theuth narrato nel Fedro platonico, nella sua parte finale.Si potrebbe asserire che tale mito abbia una valernza preminentemente pedagogica: del resto, la pedagogia è stata per secoli una delle branche di riflessione propria della filosofia. Attraverso la narrazione del mito, emerge, dunque, un’autentica pedagogia della scrittura. Diapositiva8

Com’è noto, Theuth è il dio delle invenzioni, dunque in un certo senso dell’ingegno umano: tutte le scienze, dall’aritmetica all’astronomia, che peraltro presuppone la numerazione e, quindi, il numero, sono state inventate da Theuth. Il faraone dell’epoca, Thamus, nel mito ha la funzione di determinare la bontà delle diverse invenzioni di Theuth (274 d .- e). Se non  tutte le invenzioni potevano essere davvero utili, il problema maggiore sembra tuttavia sorgere dinanzi alla scrittura. Secondo il dio, gli Egizi sarebbero destinati a essere i più sapienti di tutti gli uomini, perché capaci di ricordare ogni possibile informazione, ogni dato, in virtù del possesso della scrittura, una tecnica che viene definita, non a caso, “farmaco della memoria e della sapienza”. Un farmaco ha la funzione di guarire, di condurre gli individui verso un miglioramento significativo: se non si è capaci di ricordare, per esempio, la scrittura, metaforicamente rappresenta la soluzione per ovviare alla tendenza umana alla facile dimenticanza. Ricordando tutto, si diviene davvero sapienti.

Nella prospettiva di Theuth, dunque, il vero, la sapienza sembra correlarsi con la capacità di accumulo di conoscenze: sapere è un depositare nozioni e la memoria dell’uomo rappresenta, quindi, una sorta di deposito che, quando saturo, ha bisogno di nuovi luoghi in cui stoccare la merce della conoscenza. La società occidentale, in effetti, si è spesso caratterizzata dalla convinzione che il sapere autentico sia di tipo quantitativo più che qualitativo: si ritiene una persona colta e intelligente in virtù del numero di informazioni che dimostra di possedere o di cui, almeno, fa credere di avere possesso. Si tratta di una concezione estensiva della cultura, in luogo di una concezione intensiva e profonda che, invero, forse dovrebbe costituire la quintessenza  della cultura medesima. Gli uomini dimenticano e hanno pertanto bisogno di un antidoto alla loro naturale tendenza alla dimenticanza: in una società come l’attuale, in cui il flusso delle conoscenze sembra incrementarsi ogni giorno a dismisura, può davvero pensarsi a una visione tanto estensiva delle conoscenze o non sarebbe di contro necessario, o almeno maggiormente auspicabile, che si perfezionino le capacità critiche, le capacità di connessione e di ricostruzione delle conoscenze stesse?

La scrittura in pedagogia

Theuth inventore della scrittura e suo fautore: queste le parole che riassumono la sua figura. La pedagogia che è implicata nella posizione di Theuth prevede la centratura sulle potenzialità dell’uomo di conoscere davvero ogni cosa; mediante tale conoscenza, egli può assurgere a forme autentiche di libertà. La conoscenza è una via per la libertà e, al di là di un Platone per nulla simpatizzante verso la democrazia, essa diviene la via privilegiata verso quest’ultima: incidentalmente, Platone utilizza la figura di Theuth proprio per suggerire come egli fosse lontano, fosse anzi persino un accanito oppositore alla diffusione della scrittura, intesa quale veicolo della democrazia;: Platone si contrappone al sapere scritto e alla democrazia. Il fatto che ci si possa documentare su ogni questione è potenzialmente un elemento pericoloso, tanto che, quando si volesse dominare qualcuno, il primo espediente per realizzare tale obiettivo è di nascondere le informazioni fondamentali, tanto da indurre la persona che riveste un ruolo di dominato a non avere quegli elementi che sono indispensabili per poter scegliere liberamente e a ragion veduta: una via per impedire che i membri della società escano dalla caverna platonica è per esempio di rivedere i programmi da svolgere in aula e di riformare in continuazione il sistema di istruzione, sino a renderlo semplicemente apparente e, perciò, inefficace.

Naturalmente, il fatto che mediante la scrittura si possa conoscere ogni possibile conoscenza, non deve far pensare che l’estensione del sapere sia da privilegiare rispetto all’intensione (o grado) della conoscenza stessa. Come accennato, il sapere oggi cresce a dismisura e, prima di insegnare un’improbabile esaustività che non può realizzarsi, meglio sarebbe insegnare a ragionare, a riflettere, a collegare; tuttavia, la conoscenza intesa come capacità di reperimento delle informazioni e di utilizzo di queste ultime resta sempre il veicolo privilegiato per la democrazia.

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La risposta di Thamus: le memorie interne ed esterne

Dunque, Theuth ha sostenuto quanto la scrittura sia importante affinché gli uomini possano meglio ricordare e conoscere e, in un certo senso, possano essere liberi: ogni persona interessata a conoscere ha la possibilità di farlo, se vuole davvero raggiungere un sapere che sia per lui significativo: forse non sarà esaustivo, come si è detto, ma per lui quanto raggiungerà in piena autonomia sarà un traguardo pedagogicamente rilevante. Non importa quanto si conosce, l’importante è che si voglia conoscere e, leggendo i testi – per esempio questo saggio di filosofia e pedagogia a un tempo – si possono raggiungere vette culturali importanti. Ciò che si produce, nondimeno, è un allentamento e allontanamento della relazione fra discente e maestro: si potrebbe chiosare il pensiero platonico nella frase “Per me si apprende solo oralmente, tramite la relazione educativa con il maestro: il vero apprendimento avviene a voce, è ciò che si dice. La filosofia – il vero sapere – per me si realizza solo così”. La relazione educativa si realizza solo nell’oralità: le parole del faraone Thamus riassumono perfettamente l’opinione di Platone in proposito, o almeno così ritiene in genere la storiografia filosofica. Per questo, dopo aver indicato la tesi del dio Theuth, è alle parole del sovrano che ora rivolgiamo la nostra attenzione.

Secondo il re, (274d – 275 a), Theuth ha detto esattamente il contrario della verità circa la scrittura: mentre Theuth aveva asserito il potere medicale del testo scritto, capace di incrementare a dismisura la memoria degli uomini, tale invenzione produrrà invece la dimenticanza o atrofizzazione della memoria: gli uomini ricorderanno non da se stessi, ma “dal di fuori, mediante caratteri estranei”:  Ricordare dal di dentro equivale all’impiego della memoria interna , in possesso spontaneamente dell’individuo. L’autentica conoscenza si ha quando si è in grado di ricordarle dal di dentro, utilizzando la propria memoria e le proorpei  capacità di riflessione: si potrebbe sostenere che Platone, mettendo in bocca la risposta di Thamus a Theuth che qui si sta esaminando, abbia anticipato alcuni esiti propri del cognitivismo che sottolinea come la nostra mente sia un luogo di processamento delle informazioni o input al fine di produrre degli output o dei risultati comportamentali, percettivi o emozionali. La miglior forma di ricordo è quella che ciascuno di noi possiede e, perché ci sia autentico sapere e autentico ricordo, invero necessario a che sapere stesso si realizzi,  non si abbisogna di memorie esterne, di appunti come un testo scritto o quanto lo studente più o meno passivamente segna sul proprio taccuino nel mentre il docente sta spiegando. La distinzione fra memoria interna, propria del soggetto, e memoria esterna, ovverosia funzione dell’impiego di qualche supporto esterno (carta e penna o tablet per esempio), permette di riflettere come l’autentica conoscenza non sia semplicemente estensiva, ma dovrebbe essere intensiva, profonda, come peraltro i filosofi, sin almeno dall’epoca di Eraclito, sostenevano. La vera conoscenza si possiede guardandosi all’interno, come sostenevano sia appunto Eraclito, che riteneva esserci tutto l’universo all’interno dell’anima, sia Socrate, che ha fatto del “conosci te stesso” il motto della propria esistenza: e Platone è evidentemente debitore nei confronti della figura del suo grande maestro!

Del resto, se ci si affida a memorie esterne e queste per qualche motivo non funzionassero, che cosa accadrebbe? Basti pensare, oggi, allo smarrimento o furto di un telefono cellulare con tutta la rubrica dei contatti! Diventa arduo riuscire davvero a recuperare le informazioni che sono per noi indispensabili in un certo momento… L’esempio del cellulare smarrito è, in un certo seDiapositiva5nso, marginale rispetto al fluire argomentativo più generale che a noi qui preme, ma permette egualmente di comprendere come sia davvero poco conveniente affidarsi esclusivamente a supporti esterni! Solo quando utilizziamo le nostre risorse cognitive siamo davvero liberi e indipendenti: chi impiega le memorie esterne, invece, dipende da queste ultime!

La paura nei confronti della scrittura

Come mai Platone era tanto refrattario verso la scrittura? Essa, dopo un periodo di dimenticanza di tale tecnica nel cosiddetto Medioevo ellenico, rappresentava una straordinaria novità, capace di incidere sul tessuto politico di Atene e dell’intera Grecia antica. Come si è già argomentato, la scrittura è veicolo di democrazia: per leggere un testo, non si deve essere in presenza del maestro. Uno scritto, come suggerisce Platone proprio nel narrare il mito di Theuth, può percorrere numerose strade e giungere a distanze spaziali e temporali notevoli rispetto al luogo e al momento in cui venne redatto: un documento può arrivare in regioni lontane e può essere stato scritto persino da chi non c’è più, è morto… Si dice in pedagogia e in filosofia che la lettura di un testo avviene in differita, non contemporaneamente al momento della sua stesura, ma in momenti successivi: una lettera arriva dopo alcuni giorni, un tempo dopo parecchio, magari, e se oggi si usano mail e chat, la sincronia è spesso solo apparente, pur essendo ormai forse quasi raggiunta! I testi dunque circolavano liberamente e liberamente educavano i giovani (e i meno giovani) influenzando il loro pensiero. Benché si sia evidenziato che la conoscenza piena e significativa che la scrittura potrebbe ben implicare sia subordinata alla volontà, mai scontata, di apprendere, la potenzialità e la pericolosità di tale diffusione per il ceto dominante e aristocratico, cui Platone apparteneva, erano ben evidenti! Si è peraltro osservato come la democrazia, allorquando si sia costituita, non possa che basarsi sulla libera conoscenza, sulla condivisione di ogni informazione possibile, dal desiderio di cooperare e di conoscere sempre più, magari in modo estensivo e, si auspica, in modo che comunque sia significativo per tutti e per ciascun soggetto. Non esiste democrazia quando le informazioni siano censurate o parziali: oggi la democrazia è tale grazie alla circolazione delle informazioni, mediante peraltro i sistemi informatici come i blog, i social network, in una parola mediante Internet, assieme e più di ogni altra forma di comunicazione. Quindi, i media sono oggi veicolo della democrazia e suo presupposto: evidentemente, il fatto di poter accedere a ogni possibile informazione non significa che tutti i cittadini lo facciano – questa è un’illusione – ma che sia potenzialmente possibile… e questa possibilità vuole essere minata, impedita da chi teme che più si conosce, più il livello di libertà possa essere raggiunto. Certo, Platone era lontano dall’epoca di Internet e delle democrazie moderne, ma comunque disdegnava l’assetto democratico ateniese e, per tale ragione, temeva la scrittura: in generale, ciò che è una novità e non si capisce diviene oggetto di paura e di condanna! E’ successo nel IV secolo a.C ad Atene e succede oggi con chi non riesce ad avere dimestichezza nei confronti della nuova tecnologia, che rappresenta una rivoluzione straordinaria, analoga a quella della scrittura fra il VII e il VI secolo avanti Cristo, quando definitivamente l’accennato medioevo ellenico è ormai alle spalle dei Greci e, per esempio, i poemi omerici sono stati codificati per iscritto.

Al contempo si tratta di timore perché la cultura si diffonda: si desidera il mantenimento dell’ignoranza, dell’oscurantismo, perché si è più governabili. Si è accennato alla rivoluzione tecnologica, quella del computer e di tutti gli e-devices che ogni giorno utilizziamo per leggere, conoscere, documentare e capire il mondo e talvolta solo per guardare, in modo parzialmente diverso rispetto al passato, la televisione: questa rivoluzione  di natura informatica è spesso paragonata alla rivoluzione della scrittura per la sua ampia portata: così come, invero a lungo, il mondo è stato diviso fra analfabeti e alfabetizzati, fra chi sapeva leggere e scrivere e chi non riconosceva i segni della scrittura, così oggi si opera una distinzione fra migranti e nativi digitali, i primi che hanno dovuto subire e adattarsi agli effetti della tecnologia, imparando per esempio a usare il pc o gli smartphones, mentre i secondi hanno dimestichezza con le tecnologie e ne comprendono meglio la grammatica e riescono a fare, forse – ma è ciò un motivo di discussione ulteriore – a gestire con proficuità tutte le novità nel campo dell’elettronica.

Resta, tuttavia, il dubbio conclusivo: in questi giorni si è parlato di come esitano anche in Europa apparecchi Stingray per intercettare le conversazioni dei cellulari. Che cosa succede quando le informazioni, che devono essere diffuse in una reale democrazia, sono invece oggetto di controllo sempre più capillare?

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