Socrate fisico e Socrate sofista: un’analisi possibile

«Socrate è colpevole e si affatica a indagare le cose sotterranee e celesti, rende più forte la ragione più debole ed insegna ad altri queste stesse cose». (Platone, Apologia di Socrate)

Nell’ambito dell’Apologia di Socrate questa frase – che è un’accusa, ben esplicitata – sembra tuonare in modo dirompente: Socrate sarebbe da un lato un filosofo interessato alla ricerca di qualche arché, che spieghi le cose e ne permetta di rinvenire un ordine razionale, ossia un ordine esplicativo che sia al contempo dotato di realtà. Il principio razionale, il principio esplicativo del mondo è tale se è reale, se permette in altri termini alla realtà di esistere e di essere tale per suo tramite: il principio è logicamente quanto ontologicamente fondativo.. Ma si può davvero asserire di Socrate  che egli fosse interessato a comprendere l’arché? Sembra evidente, leggendo la straordinaria difesa che il discepolo Platone ha descritto come difesa di Socrate, che il maestro della maieutica non potesse essere interessato a tale ricerca e che, anzi, l’arché fosse davvero per Socrate un argomento estraneo al suo filosofare.Accusa_Socrate (1)

Per comprendere questa tesi, che peraltro è sempre presente in tutti i manuali di filosofia, basterebbe leggere la contraddizione intestina all’accusa: indagare le cose sotterranee significa penetrare entro la sostanza, a ciò che è fondativo e soggiacente il cosmo e permette a quest’ultimo, dunque, di essere ciò che è dotato di ordine, ciò che ha superato il caos originario per essere ciò che effettivamente esiste. L’indagine delle cose sotterranee coincide, pertanto, con la ricerca di una sostanza prima (in senso pre-aristotelico), con ciò che sostiene e dà energia all’universo. Ebbene, tale ricerca pare urtare con la seconda indagine, quella che vorrebbe un Socrate ricercatore delle verità celesti, proprio lui, il quale – si badi bene – era poi tacciato di essere empio. Ricercare il sotterraneo e il divino sono due ricerche fra loro logicamente ed epistemologicamente antitetiche: la sostanza è in sé immanente, benché possa avere funzioni altresì trascendenti – i due concetti non erano così chiari e univoci al momento della genesi filosofica – e il celeste è ciò che, in sé, è trascendente: in ben altri post ho avuto modo di discutere come già la ricerca dell’arché, tuttavia, sottintendesse un graduale passaggio da una dimensione immanentistica della ricerca filosofica a una di carattere maggiormente trascendete. Ma è comunque evidente, rimanendo all’ambito del pensiero socratico, che se il filosofo si fosse interessato dei principi del mondo, non avrebbe necessariamente avuto interesse paritetico a speculare su ciò che è celeste, salvo non ammettere che la sostanza delle cose possa essere un principio divino mentre è altresì principio finito e, per così dire, terracqueo.

Socrate2

Certo, nulla vieta questa specifica lettura, per la quale sia possibile a un tempo ricercare nei due ambiti il principio archetipico e vederne un’interdipendenza tra i due ambiti della stessa inverstigazione: indagare il sotterraneo e il celeste sono due modi complementari perché si scopra un arché che è tale nella sua assolutezza. Ma allora, se così fosse, perché Socrate si opporrebbe a tale riduzione del suo pensiero? Ecco il punto su cui urge una riflessione: non è possibile pensare che Socrate si opponesse ai capi di accusa se questi avessero in qualche misura corrisposto al vero: anche qui, bisogna giusto osservare che si sia specificato una locuzione modale: “In qualche misura”. Ciò che è in quest’ultima implicato può così riassumersi: Se l’accusa mossagli fosse solo vagamente probabile, Socrate non l’avrebbe certo biasimata e non le si sarebbe opposto con la sua veemenza difensiva, indice peraltro che il suo interesse investigante è ben lontano dalla ricerca dell’arché. Paradossalmente – ma in filosofia i paradossi sono false opinioni che alla realtà ci riconducono – se anche il celeste e il sotterraneo fossero due aspetti complementari e fra di oro dialoganti di un’unica dimensione cosmologica, sarebbe l’atteggiamento socratico a segnalarci come, in realtà, il capo d’accusa sia privo di fondamento. E tale assenza di motivazioni probanti sarebbe ulteriormente comprovato non solo dal muoversi socratico dinanzi ai Cinquecento riuniti per stabilire la colpevolezza e la conseguente condanna del filosofo, ma altresì dal resto della frase accusatoria con la quale ho aperto queste riflessioni: «Socrate è colpevole [perché] rende più forte la ragione più debole ed insegna ad altri queste stesse cose». Socrate è colpevole di essere un sofista

Ma Socrate è un fisiologo, un fisico – un indagatore della natura, un cosmologo – o è un sofista? Le due aree di interesse non sono speculativamente omogenee. I fisici (o fisiologi, coloro che parlano della natura o physis) si interessano esclusivamente dell’arché e non si interessano di ciò che è uomo, di ciò che è propriamente umano. Se Socrate è un sofista, invece, egli significherebbe aver rinunciato alla speculazione archetipica, all’interrogarsi di tutto ciò che è immanente e fondativo o sostanziale, anche nell’ipotesi che tale sostanziale si debba trovare coniugando l’indagine terrestre con quella celeste: già in precedenza abbiamo visto alcune difficoltà insite in questa conciliazione. E dunque, con questo rilievo, condivido per un momento l’ipotesi secondo la quale Socrate fosse non già un cosmologo, al pari dei Milesi o di Democrito e Anassagora, per esempio, bensì fosse un sofista.

Per quale ragione, oltre a quanto già evidenziato? Se è manifesto come l’interrogarsi a un tempo circa il sotterraneo e il celeste può essere legittimamente tacciato di contraddizione nel campo epistemologico – cioè della ricerca della ricerca scientifica – , il fatto che Socrate renda forte la ragione debole lo porta a essere percepito come sofista in sé: non è fisico in virtù della contraddizione epistemologica, ma è sofista per il suo argomentare. Il sofista non guarda al contenuto delle cose, non guarda a ciò che dice, ma ritiene importante che il ragionamento sia persuasivo, che la ragione debole, mediante artifici, diventi forte. Se ciò è compiuto da Socrate, egli è sofista.

La parola-chiave, in questo frangente, è artificio, ossia qualcosa di costruito ad arte, qualcosa che ha dentro di sé una techne, una tecnica di realizzazione. E “techne” indica proprio l’arte, cioè la riproduzione di qualcosa a seguito del rispetto di alcune regole operative: la retorica è arte, è abilità tecnica, è conoscenza di strategie atte a persuadere il pubblico della verità di qualcosa. Socrate sarebbe uomo dell’artificio, della falsità, non della ricerca della verità: egli sarebbe sofista proprio per questo. Interessato a rendere evidenti le ragioni che sono deboli in sé, utilizzerebbe accorgimenti tecnici per giungere ai propri scopi, quali essi siano.

Anche in questo caso, nondimeno, è il testo stesso a richiamarci alla corretta interpretazione di Socrate e alla sua difesa: Socrate non può essere a un tempo un cosmologo e un sofista, ma l’accusa sembra unire questi due aspetti nella stessa persona e nel medesimo capo di accusa. Due sono le possibilità analitiche che dovremmo ammettere, seguendo lo stesso spirito argomentativo socratico, così come ci è testimoniato dal suo discepolo Platone:

  1. Socrate è un cosmologo e un sofista a un tempo;
  2. Socrate è o un cosmologo o un sofista. Se attualmente è sofista, potrebbe essere stato cosmologo in passato.

Vediamo di approfondire la questione. Socrate è un cosmologo perché è interessato all’arché: ne abbiamo già parzialmente discusso e ora dobbiamo ampliare il ragionamento al riguardo. Egli è cosmologo, dunque, il quale, in quanto tale, pur avendo scoperto o condiviso qualcosa, sa essere tale arché – un arché molteplice, come ormai era dato credere da tutta la filosofia a lui contemporanea – un arché al contempo debole. Poiché logicamente debole nel suo essere fondativo, Socrate deve elevare con forza, mediante ragionamenti sofistici e sofisticati (l’etimologia dei due termini è la medesima) la debolezza dell’arché stesso. Mediante ragionamenti capziosi, mediante tecniche e artifici, Socrate rende forte il debole:  egli utilizza la dialettica sofistica per modificare la natura del principio (o dei plurali principi) che egli avrebbe scoperto. Ma si può modificare la natura di qualcosa in modo lecito? e, soprattutto, tale modifica non rende forse la natura di quello specifico oggetto (in questo caso l’arché) diversa da sé? Non sarebbe come ammettere che l’arché è tale nel momento in cui muta la propria natura e, dunque, esso è arché nel momento in cui è trasnaturato e, quindi, non è più arché? L’arché è tale quando non è un arché. L’essere sofista produce un effetto paradossale, benché è vero che il paradosso sia sempre di interesse entro il pensiero filosofico. Ma tale paradosso dimostra ancora una volta quanto non sia possibile che Socrate fosse un cosmologo, giacché ogni elemento trovato, anche quando inteso nella sua molteplicità o pluralità o come seme di cui tutte le cose sono costituite – in senso anassagoreo – è in sé argomentativamente, logicamente, ontologicamente ed epistemologicamente troppo debole, giacché sempre sostituibile con ben altre innumerevoli e indefinite ipotesi. Socrate non è cosmologo, quindi, per il carattere specifico dell’arché, mai dotato di quell’evidenza che la filosofia avrebbe voluto provare; non è sofista perché Socrate non può utilizzare un argomento debole e cangiarne la natura in modo artificiale: egli ricerca il vero, che se è vero è uno e incontrovertibile, e tale verità immutabile non può snturare o trasmutare la natura di alcunché. Non è la logica a rendere migliori un principio filosofico.

Veniamo alla seconda ipotesi: Socrate è o un cosmologo o un sofista. Se attualmente è sofista, potrebbe essere stato cosmologo in passato. Essere cosmologi e sofisti, in questo caso, sono due opzioni fra loro diverse e antitetiche: se esse mai furono conciliate, tale conciliazione sarebbe avvenuta solo perché Socrate è stato entrambi le cose (sofista e cosmologo) in tempi diversi. L’ipotesi va pertanto scissa come segue:

  1. Socrate o è cosmologo o è sofista.
  2. Socrate è cosmologo e sofista, in tempi diversi (cioè non contemporaneamente, non nello stesso periodo).

Iniziamo dalla prima sotto-ipotesi: se Socrate è cosmologo, non può essere sofista. Se egli è sofista, non può essere cosmologo. Questa è la valenza logica insita nella congiunzione disgiuntiva “o”. Per risolvere l’impasse, bisogna dimostrare l’infondatezza di entrambe le micro-ipotesi: nel nostro caso, che Socrate sia cosmologo o che sia sofista. Infatti una delle due ipotesi potrebbe reggere, anche se la seconda ne fosse in qualche misura scalfita.

Socrate non può essere un cosmologo: se egli lo fosse, o indagherebbe ciò che è sotterraneo, o ciò che è celeste o entrambe le cose. Ma abbiamo visto che la dimensione celeste e quella sotterranea sono fra loro dimensioni di indagine in contraddizione e che, anche quando fossero due aspetti della medesima investigazione, allora esse non spiegherebbero la veeemenza e l’impeto che Socrate avrebbe mosso per opporsi a un’accusa che, dunque, a causa della reazione socratica, pare menzognera. Egli può effettivamente aver indagato solo le cose terrestri o solo quelle celesti, ma ritornerebbe la questione dell’asprezza con la quale il maestro di Platone si sarebbe opposto al capo di imputazione. Egli asserisce, nel diaologo platonico, di non essere “disposto a cedere a nessuno contro giustizia, per paura della morte”,  anzi egli è “pronto a morire pur di non cedere”: morirà, se necessario (ed è morto, ovviamente), ma si opporrà fermamente alle inaudite accuse a lui rivolte . Socrate non può essere un sofista: in parte abbiamo già argomentato ciò, parlando di come il vero debba essere uno e identico a sé e non capace di snaturare la natura di alcunché. Esaltare la forza nella debolezza è una contraddizione; rendere forte il debole è persino un assurdo.

Atene-partenone

Ma l’argomentazione così come presentata rende infondata altresì la seconda sotto-ipotesi: Socrate non può essere stato sofista e cosmologo in tempi diversi, cioè aver condiviso entrambi gli interessi speculativi della cosmologia e della sofistica ma non nello stesso periodo. Socrate non può essere cosmologo, si è detto; non può essere sofista, si è detto parimenti: dunque non può essere stato sofista né cosmologo, altrimenti la sua difesa non avrebbe retto: per amore della verità, se solo il capo d’accusa fosse valso in qualche misura, egli l’avrebbe accettata: come ho già scritto più sopra, si badi bene che si stia qui utilizzando una locuzione modale, che peraltro sottende anche un livello quantitativo: “in qualche misura”. Anche se il capo di imputazione fosse solo somigliante alla verità, esso sarebbe accetto in chi è stato straordinariamente coerente con se stesso, con le Leggi e la Città (Atene) che ne ha visto i natali.

Questa analisi prende le mosse dall’energia oppositiva che Socrate avrebbe messo in campo per difendersi: evidentemente, egli era comunque un fisico, perché, pur non interessandosi delle omeomerie anassagoree, alla ricerca di semi di cui l’universo fosse composto e dei quali fosse impiantato, pur non occupandosi di arché, conosce il principio secondo cui ciò che è natura è inalterabile, al punto che nessuna argomentazione, nessun tecnicismo possa svalutarne la sostanza (l’essenza, ciò che la rende essere, per maggior precisione): la verità di natura sono inalterabili a opera di qualsiasi logica e ragionamento. Egli è sofista e alla sofistica è, in ogni caso, debitore: egli sa che la verità è dentro l’uomo, e che all’uomo si debba rivolgere ogni indagine non solo conoscitiva, ma morale: questa era la consapevolezza propria dei sofisti, i quali sapevano che ogni indagine ha senso se è l’uomo a compierla e se l’uomo ne ha beneficio: Protagora ben asseriva che l’uomo fosse misura di tutte le cose, ritenendo con ciò che senza l’uomo, non c’è conoscenza poiché egli è il giudice unico di tutto ciò che si conosce, essendo l’uomo il soggetto conoscente. Dunque, si è sofisti se si è fisici (o cosmologi), perché altrimenti non si potrebbe pensare all’uomo nel suo essere sociale: la sofistica migliora la consapevolezza di essere uomini  ed i ciò che la parola umanità rappresenta. E Socrate intendeva agevolare siffatto miglioramento nella sfera umana, pur riconoscendo il limite della ricerca archetipica. Il nuovo orizzonte si apre schiudendosi oltre la vecchia occlusione e navigando da mari noti a quelli ignoti, oltre le metaforiche Colonne d’Ercole.

Se l’accusa verso Socrate è infondata, tuttavia, il dibattito sul suo essere sofista e fisico resta aperto ed è motivo di dibattito aporetico, privo di soluzione: si tratta di un passaggio letteralmente senza uscita. La verità è che Socrate fosse un uomo nuovo, che voleva fondare un’umanità parimenti nuova.

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