Filosofia e psicologia cognitiva

    1. Presupposti e metodi dell’auto-attualizzazione.

    Ogni individuo deve cercare di realizzare se stesso e di raggiungere, pertanto, il livello più elevato possibile: si tratta di un percorso individuale, che, nell’ottica di Maslow, deve presupporre il soddisfacimento di diversi gradi di bisogno, a partire da quelli definibili come bisogni di carenza. I livelli più alti di realizzazione personale, difatti, non possono attuarsi allorquando i gradi inferiori della piramide dei bisogni descritta da Maslow stesso non siano stati soddisfatti. L’ottica maslowiana cerca di coniugare i bisogni individuali del singolo soggetto con i bisogni che accomunano tutta l’umanità: approccio idiografico (personalizzante) e approccio olistico tendono, quindi, a convivere. Nessuno può, entro questa specifica cornice, progettare e ricreare se stesso tralasciando ciò di cui ha fatto esperienza, poiché gli obiettivi da realizzarsi, al fine della propria felicità, devono essere realistici: bisogna, infatti, osservare oggettivamente la realtà, conoscere in modo adeguato il proprio passato per poter vivere un futuro adeguato, in linea con le proprie autentiche possibilità. Le capacità qui implicate si attuano, secondo Maslow, dopo i 40 anni, con l’ingresso nella fase matura dell’adultità: solo la complessità della vita può portare allo sviluppo di una conoscenza significativa e consapevole, frutto di un apprendimento effettivamente intelligente.

     

    2. Che cosa si intende per pensiero intelligente?  Quali sono i tratti distintivi di un comportamento realmente competente/intelligente?

     

    L’intelligenza è definibile come la capacità di adattarsi alle diverse situazioni e ai diversi ambienti di vita> : in questo senso, il debito fondamentale delle teorie cognitive è nei confronti del funzionalismo, che teorizzava quanto il comportamento intelligente o pro-attivo risieda proprio nella capacità del soggetto a rispondere in modo adeguato agli stimoli che ci circondano. Si è intelligenti quando la condotta assunta è adattiva o funzionale rispetto al contesto. La capacità di adattamento, tuttavia, non è facilmente misurabile tramite i test di rilevazione del Quoziente Intellettivo (QI), che al massimo cercano di cogliere una dimensione unica del nostro operare quotidiano, legata perlopiù al contesto scolastico: la scuola, difatti, tende a valorizzare le competenze connesse con la letto-scrittura, ma non è così scontato che un positivo esito in ambito scolastico corrisponda a esiti egualmente paritetici nelle diverse altre dimensioni esistenziali, studiate da Gardner nel suo approccio alle intelligenze multiple. Il pensiero intelligente, pertanto, risiede atresì nella capacità di attivare tutte le nove dimensioni dell’agire e del vivere proposte dallo psicologo statunitense, poiché solo in questo modo si riesce davvero a raggiungere l’auto-realizzazione di Maslow. Esiste, in effetti, una relazione fra l’approccio cognitivista e quello umanistico-esistenziale, giacché entrambi ricordano come sia fondamentale rispondere al quesito sul senso ultimo dell’esistenza, a quesiti quali “Chi sono?”, fondamentali per progettare e creare continuamente noi stessi e il nostro avvenire.

    Eppure il Q.I sembra essere un dato incontrovertibile, fondamentale nel comprendere e nel valutare una persona: in effetti, la teoria della social cognition rileva come il livello medio di intelligenza misurato dai test rappresenti un indicatore per comprendere come ciascuno di noi valuti le diverse situazioni sociali e vi si adatti: farebbe maggiormente fatica nell’adattamento funzionale colui che avrebbe un Q.I. meno elevato. La Psicologia della disabilità, che in un certo contesto studia le compromissioni sensoriali – che cosa si conosce davvero quando non si hanno né vista, né udito? – spiega altresì come chi soffre di Ritardi Mentali distorca più facilmente la percezione della realtà sociale.

     3. L’apprendimento: un percorso sintetico fra scuola ed extra-scuola.

Il bambino, sin dalla più tenera età, è un soggetto apprenditivo, ossia predisposto naturalmente all’apprendimento. La psicologia dell’apprendimento, la quale studia i processi che portano gli individui a imparare informazioni su stessi e sul mondo, evidenzia che si impara sia in ambito scolastico, sia in ambito extra-scolastico, nelle situazioni di vita di tutti i giorni, benché queste ultime non siano né formali, né intenzionalmente orientate all’apprendimento. Perché si apprenda, indispensabile è possedere un’adeguata memoria a lungo termine: se non si possedesse tale memoria, saremmo condannati a iniziare ogni giorno il processo di apprendimento sempre daccapo, come se fosse ogni volta la prima volta che si affronti un certo materiale o una certa situazione. La memoria è il luogo, in senso metaforico, in cui sono depositati i contenuti già acquisiti e che vengono sollecitati ogni volta che uno stimolo adeguato ne attivi il meccanismo. Questi contenuti rappresentano l’aspetto noto dell’apprendimento: noi siamo consapevoli, in altri termini, delle conoscenze già presenti in memoria, secondo l’ottica dell’intelligenza artificiale, la quale compara la nostra mente a un computer che immagazzina e rielabora le informazioni. A partire da alcuni input – gli stimoli che colpiscono la nostra mente – il nostro cervello attua una serie di complicate operazioni, molto simili, ma molto più intricate, di quelle che realizza un processore informatico inserito nel p.c. Il risultato di questa elaborazione è una serie di output, materiale in uscita e rielaborato, nel quale si realizza l’apprendimento. La psicologia asserisce, in altri termini, come l’apprendimento non sia altro che l’output o i risultati di un processo che non vede nella mente qualcosa di passivo, bensì di attivo: a differenza dello strutturalismo, che riteneva la mente passiva come una spugna, l’apprendimento viene concepito dal cognitivismo come attività, come creazione e ricreazione continua di saperi e di legami, i quali mai sono anche solo per una volta identici agli altri. In questo senso, si afferma che l’apprendimento sia un fatto creativo, poiché ciascun individuo, alla luce dei suoi specifici bisogni – il riferimento a Maslow e, invero, a Rogers è d’obbligo: perché? – concepisce in autonomia le connessioni le più diverse fra ciò che gli è noto e ciò che ancora non lo è: il passaggio dall’ignoto al noto, pertanto, presuppone un lavoro continuo su ciò che già si conosce, sugli aspetti noti, basilari affinché si possa assorbire e rielaborare in modo attivo l’ignoto. Si instaura così un processo di retroazione che parte dall’ignoto per giungere al noto: l’ignoto si trasforma nel noto grazie a ciò che già si sa, mediante continue modifiche degli schemi mentali già posseduti dal soggetto. Ma per far ciò occorre la metacognizione, ossia la capacità di riflettere, gestire e tenere sotto controllo i propri processi mentali, giacché elementi quali emozioni forti, stanchezza, noia possono interferire sia sull’apprendimento scolastico, sia su quello extra-scolastico, agevolando la costruzione di bias o errori di valutazione, i quali possono distorcere e alterare il significato di ciò che si sta apprendendo. Spesso l’errore risiede nella valutazione disfunzionale del contesto sociale, circostanza che porta talvolta a scambiare come nemico o avversario chi ha per esempio intenzioni amichevoli; ma il bias può anche risiedere nell’errore di credere di aver fatto tutto quanto era possibile, sebbene in realtà si sarebbe dovuto lavorare maggiormente per un efficace apprendimento. Pertanto, in ottica metacognitiva, fondamentali sono sempre controllare le diverse fasi del lavoro, accertarsi di aver rispettato le consegne, rivisitare gli obiettivi – ancora una volta, Maslow insegna come questi debbano essere modificati alla luce della situazione effettiva – e porsi le domande adeguate affinché si possa verificare il passaggio dall’ignoto al noto mediante l’insistenza e l’utilizzo elaborativo di ciò che è già noto: si tratta, di nuovo, del meccanismo di retroazione più volte richiamato.

 

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