Protestantesimo, cattolicesimo ed emancipazione

C’è una relazione fra la confessione religiosa praticata da un individuo e la tipologia di emancipazione che è possibile aderendovi? se si è cattolici si hanno le stesse chance emancipative che si avrebbero, almeno potenzialmente, nell’essere protestanti? Questi interrogativi, sin dalla premessa, sottendono una riflessione filosofica con importanti risvolti socio-psicologici.

Innanzitutto alcune considerazioni preliminari devono essere fatte: è un dato perfettamente noto come, nei Paesi anglosassoni e scandinavi – per limitarci all’Europa – i giovani studenti, dopo il compimento dei 18 anni, tendano più facilmente a uscire di casa, per ragioni di studio e di lavoro, rispetto ai coetanei italiani i quali tendono a ricercare, nella maggior parte dei casi, il luogo di occupazione o la sede universitaria più vicina alla propria abitazione di origine: pur con eccezioni e nonostante l’usanza, nel XV e XVI secolo, della peregrinatio accademica motivata, per lo più, nel desiderio di seguire il magistrum bonum, il nobilum lectorem, l’illustre accademico, l’Università scelta oggi è quella raggiungibile in automobile o, al massimo, coi mezzi pubblici, perché così si rimane a casa dei propri genitori. Come si spiega questa differenza fra Italia e Nord Europa? e’ evidente che essa abbia una matrice – e un’origine – culturale: si risente del modo con cui si vive la famiglia e in famiglia.

Nel Nord Europa l’impostazione di riferimento è quella protestante e viene da pensare come essa si connetta alla tendenza al distacco dal nido familiare. Il Protestantesimo, sin dal 1517, ovvero sin dal suo iniziale fermento luterano a Wittemberg, centrava e ha centrato la propria riflessione sull’importanza di riferirsi in modo esclusivo alla Scrittura – alla Bibbia – per comprendere le verità e gli atteggiamenti di fede da parte del credente: Lutero parlava di sola scriptura quale mezzo per guidare la coscienza del cristiano. Se la Scrittura è tutto, nulla è, invece, il Magistero ecclesiastico il quale rappresenterebbe, per il futuro scismatico, null’altro che un abuso sulla coscienza e un furto dell’identità e della libertà del cristiano: non è un caso che Lutero abbia scritto un piccolo libello, spesso non ricordato dalla critica, intitolato La libertà del cristiano (De libertate christiani), basandosi peraltro sulla lettura e l’interpretazione della Lettera ai Romani di San Paolo. La Chiesa cattolica, in quanto presunta depositaria della verità e dell’unica interpretazione possibile e accettabile della Bibbia, lede e infanga la coscienza, la fa morire, la rende schiava, ossia sottomessa a un altro, a qualcosa o qualcuno che le è esterna e non le appartiene: appartiene forse alla coscienza il dogma della confessione? Confessarsi, per Lutero, significherebbe sottomettere la propria autodeterminazione al volere di un altro uomo, che si rende arbitrariamente “uomo di Dio”! Così, Lutero non accetta in alcun  modo questo sacramento, così profondamente presente nelle pratiche cattoliche, asserendo – testi scritturali alla mano – come esso non ricorra nella Bibbia: Gesù non ha mai istitutito la confessione e gli unici sacramenti ammissibili, perché esplicitamente indicati nei vangeli, sono il Battesimo e l’Eucaristia.

Ma che cosa implica il sottomettere se stessi e la propria libertà al capriccio e alla volontà di un altro uomo, anche nell’ipotesi dubbia per Lutero che questi sia davvero un “timorato di Dio”, un santo rispettoso della grandezza del Creatore? Tale sottomissione, arbitraria quanto la confessione che la incarna, implica la rinuncia definitiva a essere protagonisti del proprio destino, a essere autonomi e a formare davvero la propria identità. Ma l’uomo è la sua identità, è la sua stessa coscienza. Insomma, se si è schiavi del Magistero cattolico, o di qualsiasi altra impostazione dogmatica, non si sarà mai uomini e le decisioni saranno sempre assunte da qualcun altro rispetto a noi, che sa – vorrebbe sapere e pretende di sapere – quale sia il nostro bene. Ma il bene nostro lo possiamo conoscere e amare solo noi! Non possiamo delegare la nostra stessa vita a qualcun altro, neppure all’uomo più buono che mai la Terra possa aver partorito – e non importa se quest’ultimo è in buona o in malafede! Il Cattolicesimo, dunque, è delegante, mentre il Protestantesimo è psicologicamente, ancor prima che filosoficamente, autonomizzante: ho scritto prima del ruolo dell’autodeterminazione, che Lutero chiama anche “libero arbitrio”, un concetto davvero molto semplice e che non dovrebbe essere per nulla mai ignorato. Io sono capace di autodeterminarmi solo se sono in grado di decidere e sono in grado di decidere solo quando sono consapevole. La consapevolezza è l’elemento primigenio di ogni processo psicologico che porta alla formazione della propria identità, ma essa non può nascere laddove la coscienza è eterodiretta, ossia manovrata e plasmata dall’esterno. Dio renderà conto a ciascuno di noi di ciò che siamo e, pertanto, siamo gli unici responsabili delle nostre azioni: non mi dilungo sul concetto di predestinazione che l’ex agostiniano Lutero mutua proprio da Agostino vescovo di Ippona, le cui spoglie sono conservate in San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia. Anche questo concetto conferma, nel fondo, il ruolo della responsabilità individuale poiché, se la Chiesa visibile e quella invisibile non coincidono e gli uomini sono destinati alla salvezza secondo una logica non umana, l’uomo, anche quando malvagio, deve cercare di sottostare alla chiesa visibile riformata in attesa che Dio manifesti la propria volontà su ciascuno di noi!

Dunque i protestanti, a differenza dei cattolici, si caratterizzano per una maggiore cultura della responsabilità e dell’autonomia e per una migliore sensibilità alle tematiche prosociali e orientate alla costruzione dell’identità collettiva e individuale: non è casuale che una porzione riguardevole della psicologia moderna abbia la propria matrice nelle aree anglofone o genericamente nordiche o germaniche, ossia in area riformata, laddove il luteranesimo, la cultura evangelica o quella presbiteriana hanno preso sopravvento sul pensiero cattolico delegante qualsiasi responsabilità nei confronti dell’altro. Ma assumersi le proprie responsabilità significa, sic et simpliciter, essere capaci di distaccarsi dalla propria famiglia di origine quando si ha l’età per intraprendere i propri studi in perfetta autonomia: si è, in effetti, responsabili innanzitutto di se stessi e del proprio futuro, delle scelte che si compiono e di quelle che si rifiutano, sebbene il passo successivo, sempre presente nel mondo protestante, sia altresì la responsabilità per il villaggio, per la dimensione comunitaria di appartenenza. Si è responsabili del vivere assieme perché se l’ambiente sociale, culturale, economico e politico è favorevole – è psicologicamente funzionale e orientato al benessere collettivo – allora la mia stessa persona potrà giungere a livelli ancor più elevati di benessere e di libertà: la mia autodeterminazione sarà ancor più possibile, ancor più semplice grazie a un minore carico di energia da consumare per il processo implicato, quando l’ambiente sarà favorevole grazie alla condivisione collettiva delle responsabilità. Anziché delegare, anziché far scegliere agli altri il mio destino nella convinzione che la famiglia biologica o il sacerdote sappiano l’arcano della mia vita, tutti costruiscono assieme un progetto di vita per stare assieme ed essere ciò che si può essere, per poter in altri termini mettere in campo la nostra totale potenzialità, quella di ciascuno di noi, quella di tutti e di ognuno. La famiglia biologica e il sacerdote non sono, né rappresentano, l’oracolo, non conoscono l’arcano che determina la mia vita: al massimo, se mai avranno la capacità di limitare la pretesa di essere loro “dio”, potremo collaborare tutti a migliorare le cose, la vita cioè di ogni persona che si incontra nel corso del cammino. Il protestantesimo favorisce il senso di apertura (anche a livello sociale), mentre il cattolicesimo abbraccia la logica della chiusura e dell’individualismo.

Non ho abbandonato lo scopo iniziale del post: era necessario spiegare alcuni meccanismi psicologici soggiacenti e influenzati dall’adesione ora al cattolicesimo, ora a una delle diverse chiese riformate o protestanti. I ragazzi che escono di casa e giungono a intraprendere un proprio di percorso di studio o di lavoro, magari condividendo l’affitto con altri compagni e, ancora, lavorando a ore per pagarsi gli studi e acquisire esperienza risentono, forse anche inconsapevolmente  di una maggiore apertura di carattere protestante. Resta il dato secondo cui la pratica dell’abbandono del nido familiare sia più forte nei Paesi protestanti rispetto a quelli cattolici e per spiegare ciò, si devono pur fornire delle ipotesi. E l’uscita dalla famiglia d’origine per traghettare a nuove famiglie rappresenta un processo di emancipazione da non sottovalutare: il singolo si è liberato, si è affrancato dalla servitù cui era soggiogato fino a quando sottostava ai dettami genitoriali. La libertà religiosa, per un giovane protestante, si rivela essere metafora della libertà di vita.

Ma dal mondo protestante, dall’universo nordico e statunitense derivano altre forme di emancipazione, a iniziare dall’emancipazione femminile, alla rivendicazione del diritto della donna a essere, a vivere senza sentirsi colpevolizzata o marginalizzata: mentre nella Bibbia, nell’interpretazione magistrale cattolica, la donna è o peccatrice a immagine di Eva che ha ceduto al serpente o è santa, a immagine di Maria immacolata concezione, ella nel protestantesimo si può affrancare, si può liberare, può divenire una donna protagonista dell’esistenza e di se stessa. Di nuovo va qui ripetuto, ma in un contesto diverso, quanto già rilevato altrimenti: nel momento in cui l’ambiente è latore di benessere e di potenziale crescita, è assicurato il benessere per tutti e per ciascuno: il movimento femminista e la psicologia al femminile non nascono certo in area cattolica – non ce n’erano e forse non ci sono tuttora le condizioni – bensì in area protestante e in area francese (Olympia scrisse nel 1789, a margine della “Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino” un’analoga dichiarazione al femminile). La Francia, Parigi sono nazione/città della libertà, poiché forti furono all’interno le guerre di religione e le battaglie per la salvaguardia degli Ugonotti (protestanti calvinisti trucidati nella tragica notte di San Bartolomeo dagli emissari regali, desiderosi di mantenere il controllo cattolico sulla nazione): laddove successero eventi tragici contro la libertà, la libertà trionfa! La Francia illuminista tutto era fuorché una Francia cattolica, sebbene certo l’Illuminismo coinvolgeva l’intellighenzia della nazione: in ogni caso, lo spirito rivoluzionario l’ha segnata per sempre! Il destino di una nazione è connesso con le idee che vi si professano e che si possono professare.

Ancora qualche parola è necessaria per sviluppare il tema dell’emancipazione femminile:  quando le donne saranno libere in ogni parte del mondo, solo allora l’uomo – inteso nella sua universalità ma anche nella sua “maschevolezza”- sarà del pari libero. Fino a quando ci sono categorie sociali, economiche e politiche che sono sottomesse, asservite – eterodirette – la libertà di chi pur la possiede, la libertà di chi si professa libero, mai sarà piena e reale: dunque il protestantesimo – a rigore il cristianesimo nella sua genesi primitiva – è potenzialmente capace di emancipare non solo la donna, ma l’umanità tutta. E, giusto per concludere una lunga riflessione, non sarà di nuovo casuale che il movimento dell’orgoglio omosessuale abbia matrici nordico-protestanti: laddove è la responsabilità individuale a tracimare nella responsabilità collettiva, lì si intraprendono le grandi battaglie di civiltà e – proprio in queste ore, mentre sto scrivendo – ancora una volta non si può ignorare la Francia, perché ha esteso il valore storico della “Dichiarazione universale” rivoluzionaria a tutti gli uomini e donne, ritenendo legittimo il matrimonio tra qualsiasi persona. Il Protestantesimo apre all’emancipazione, il cattolicesimo – salvo non si sia capaci di rinnovamento – porta alla chiusura.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s