Hegel, Schopenhauer, Dalì: un trittico filosofico

Salvador Dalì: "Autoritratto molle cno pancetta affumicata"

Salvador Dalì: “Autoritratto molle o pancetta affumicata” (1941)

Che cosa accomunano Hegel, Schopenahauer e Dalì? Apparentemente, nulla, in realtà molto più di ciò che sembra! Soprattutto, pregnante, mi sembra l’interrogativo che cosa avrebbe Hegel pensato del surrealismo e, in particolare, di Salvador Dalì? L’arte di Dalì non sarebbe, forse, vera espressione artistica per Hegel: come potrebbe essere valido ciò che rompe ogni senso di realtà cosale, oggettuale, per aprirsi al mondo onirico? Dalì non si può comprendere se non esclusivamente mediante Freud, sebbene lo scopritore dell’inconscio, nell’incontro con l’artista catalano avvenuto a Londra, sia rimasto attonito da tanta pazzia che gli si è parsa dinanzi: ma non è di ciò che qui ci dobbiamo occupare, in efffetti, giacché, per averne notizia, basterebbe leggere l’aautobiografia provocatoria di Dalì La mia vita segreta. Il problema, invece, è che con Freud si rompe l’equilibrio fra forma e contenuto, fra materia/materialità ed essenza spirituale che aveva caratterizzato l’arte fino a quel momento: certamente, i più accorti noteranno come lo smembramento dell’accademismo pittorico si sia avuto già con gli Impressionisti, con Monet e con Cézanne, ma la transizione e, anzi, il tuffo in nuove poetiche artistiche si è registrato con le Avanguardie, con la loro carica politica – rifiutata da Dalì, eccessivamente narcisista e impregnato del suo stesso Sé, come pozzanghera eterna in cui si affoga – e la loro apertura al futuro – ma quale, poi? 

Ora, come ben saprà ogni buon cultore di scienze filosofiche, Hegel ha sempre ritenuto esserci tre diversi stadi nell’ascesa verso lo Spirito assoluto da parte dello stesso Spirito, protagonista unico e vero della Storia, le cui tappe costituiscono una specie di romanzo di formazione per la crescita della sua autoconsapevolezza o autocoscienza. Questi tre stadi, o manifestazioni dello Spirito, sono l’Arte, la Religione e la Filosofia e tutti rientrano nella dialettica dello Spirito Assoluto, il momento di massima tensione della formazione spirituale dell’unico soggetto vero della Storia. L’Arte è, dunque, centrale, perché rappresenta, in Hegel, la prima modalità o forma che permette allo Spirito di comprendersi come intero e come verità, come perfezione e come essenza spirituale che muove il mondo, in una forma immanentistica che, per inciso, si riallaccia alla filosofia di Spinoza. Ma l’Arte non è tutta uguale: non possiamo concepire l’Arte come inanimata, inamovibile, immodificabile. Lo Spirito – noi potremmo più prosasticamente scrivere l’uomo in senso feuerbachiano – non può arricchirsi di esperienza, vero modo per crescere e assurgere a piena consapevolezza, se affronta e  si nutre di ciò che è stabile ed è perennemente immutevole. Non siamo più all’epoca dell’Antichità, nella quale ciò che cambia può persino non essere e viene anzi a coincidere con il non-essere! Dunque, l’Arte si muove, muta, transita attraverso tre stadi, tre momenti che preannunciano il passaggio a nuove modalità di Essere da parte dello Spirito. Questi passaggi sono costituiti dall’arte orientale, dall’arte classica e dall’arte romantica, latori tutti di una crescita che porta lo Spirito a essere sempre più spirituale e in tensione con se stesso. Per ognuna delle forme dell’arte, che rappresentano un progressivo passaggio della Storia da Est a Ovest, dalla Persia al mondo teutonico, si ha un difficile rapporto fra forma e contenuto, che difficilmente rasenta l’equilibrio, pur con l’apprezzabile eccezione della classicità. L’arte orientale sarebbe,a giudizio di Hegel, troppo caratterizzata per la forma, per l’apporto materiale che, pertanto, mina l’essenza spirituale dell’opera: la forma è superiore, in intensità, al contenuto, al prodotto spirituale; nella classicità, come appena accennato, il delicato equilibrio si realizza appieno. forma e contenuto non sono scissi, l’uno esterno all’altro, ma vi è armonia: i templi della Grecia e le statue di Fidia, in particolare, sono manifestazioni artistiche insuperabili, perché l’equilibrio formale, perfettamente misurabile, si rende simbolo dell’equilibrio spirituale e la forma si fa veicolo pieno e perfetto del contenuto dello Spirito. Quest’ultimo è sereno, felice, ma non ancora pago di sé: lo Spirito vuole l’esaltazione del contenuto sulla forma, vuole essere colui che domina la materia spezzando la graziosità tipica dell’arte ellenico-romana. Hegel, trascurando volutamente l’arte medievale – che non può essere davvero arte, perché i soggetti rappresentati  sono religiosi e non spirituali nella forma pura del termine – transita molto oltre, giungendo altresì a non considerare neppure il Rinascimento o il periodo barocco: il Romanticismo è il momento in cui il contenuto domina e preordina la forma. L’opera si fa, così, simbolo, e non va considerata tanto per l’aspetto formale, quanto per il contenuto spirituale che trabocca dalla materia e la trascende in modo superbo e quasi divino. La tensione è alta, quasi religiosa, ed è per questo che, in contemporanea dal punto di vista storico alla nascita stessa dell’arte ma in modo logicamente differito rispetto al momento artistico dell’ascesa spirituale, si transita alla religione, che vede di nuovo nella classicità un equilibrio spezzato dal cristianesimo e che non trova alcuna soluzione autentica, salvo nel momento della speculazione filosofica.

L’arte romantica, dunque, per Hegel si fa simbolo dello Spirito e sua metafora: non c’è bisogno di accedere ad altri movimenti e di varcare altri portoni e sfide. Ma il Surrealismo porta a raffrontarsi con l’inconscio e pretende, per ciò, di avere valenza simbolica vera, perché l’inconscio non è altro che il simbolo delle verità più nascoste che noi non ammettiamo a noi stessi. In questa ottica – si badi bene che l’ottica scelta è squisitamente ermeneutica – Hegel l’avrebbe rigettata, perché non si può credere nel valore dell’inconscio, nel momento in cui lo Spirito/Uomo assurge, quale sua mèta finale, all’autocoscienza e alla definitiva consapevolezza di essere il motore primo e unico (in senso aristotelico) della Storia. Forse l’avrebbe potuta accettare come nuova arte romantica, all’interno però di una dimensione decadentista che, iniziata già a metà del XIX secolo, può non dirsi conclusa neppure oggi, giugno 2012! Forse! Ma a che serve portarci nella sfera dell’inconscio, nel mondo che richiama non solo Freud, ma, più propriamente, Jung e i suoi archetipi? L’inconscio pittorico non è solo individuale, il mio inconscio, ma è collettivo e universale: è il nostro inconscio. L’arte è sempre in relazione con la filosofia: questa è la verità ultima, banale fin che si crede, cui possiamo semplicemente giungere. Hegel lo ha dimostrato: l’arte orientale è povera, quella romantica straordinariamente ricca, addirittura dotata di una ricchezza insuperabile. Ma l’arte dialoga intimamente con la Filosofia. E se questa è la nottola di minerva, la civetta che sopraggiunge nel momento che preannuncia l’oscurità, cioè nel momento in cui la civiltà – quale essa sia – giunge alla decadenza, la Filosofia non può a propria volta essere identica a se stessa, ma si muove, dall’antica Grecia al mondo romantico, cui Hegel appartiene. Ma la Storia non è finita, caro filosofo di Tubinga (mi si permetta di rivolgermi direttamente all’amico Hegel!)! E dunque, devi accettare anche che l’inconscio, individuale o collettivo, sia il segno della decadenza e se per caso tu avresti accettato, avendone le possibilità, l’arte di Dalì, ricordati davvero come le poetiche contemporanee e del primo Novecento – al di là dell’essere il Dalì surrealista di grande impatto sino al 1989, all’anno della sua morte – non sono spiegabili se non come decadenza/decadentismo del Romanticismo a te caro!

Dalì: La metamorfosi di Narciso

Dalì: La metamorfosi di Narciso

E Schopenhauer? Il discorso sull’arte mirabilmente riprende le proprie direttrici, in un’epoca post-hegeliana, che risente con particolare ardore degli influssi scaturiti da una lettura progressista del filosofo di Tubinga! ‘Arte libera dalla volontà di vivere, dalla tendenza del male e della sofferenza di autoriprodursi per tramite del peccato! Religione e anti-razionalizzazione convivono in questo filosofo. La volontà di vivere non può essere sconfitta con il suicidio, in cui si sacrifica l’individuo ma non la volontà: solo nell’arteterapia – diremmo in termini moderni – solo contemplando l’arte possiamo staccarci dal fluire drammatico della volontà e riscoprirci uomini che non usano gli oggetti come strumenti, ma che sanno essere uomini per gli uomini, fini – in senso kantiano – e non mezzi. Se la filosofia schopenhaueriana prende le mosse dalla prima critica di Kant, è alla Critica della ragion pratica e alla Critica del giudizio che deve convogliare l’attenzione di chi intende comprendere seriamente questo filosofo. Dunque, l’importanza del sublime, dello stupore, della contemplazione estetica deve essere prioritaria, per Schopenhauer: superiamo la razionalità dietro cui si cela la volontà scellerata di vivere, una volontà che non fa che partorire su questa terra nuovi infelici! E quale arte è più perfetta, perché più astratta e contemplativa, della musica? Ma ogni arte, anche quella di Dalì, può essere arte-terapica: se il termine non è schopenhaueriano, pure è vero che le sue intuizioni sono, filosoficamente, alla base del metodo psicoterapico che porta nell’immergersi nelle mostre d’arte, di qualsiasi tipologia, la possibilità di distaccarsi dalla smania del vivere, una smania che porta, paradossalmente, l’uomo a non vivere (si vive un ruolo, non si vive il proprio sé). Ed è in ciò che ravviso il legame fra Hegel e Schopenahuer: lo Spirito prende consapevolezza di sé nel momento in cui rinuncia a vivere in modo oggettuato per divenire vero soggetto, capace di rispetto, di equilibrio e di continue rinascite.

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