Nostalgia e nostalgie

In un blog di filosofia può sembrare forse strano, almeno di primo acchito, trovare qualche riferimento all’arte. Eppure, ne abbiamo già compiute parecchie in precedenza: per taluni aspetti, senza riferirsi all’arte non possiamo concettualizzare molto. L’arte rende visivo il pensiero, lo rende tangibile e, già solo per questo, permette alla concettualità di raggiungere nuovi domini.

Un’introduzione come questa, tuttavia, può apparire persino banale se non si contestualizza, in modo preciso, l’orizzonte entro cui le nostre riflessioni devono essere colte: ho intitolato questo 

Addio Anni ’70 post nostalgia e nostalgie, perché queste sono le emozioni, il mood, che ho provato entrando a visitare la mostra Addio anni Settanta a Palazzo Reale a Milano. Davvero! Gli anni Settanta sono ormai un ricordo lontano e devo dire che, per me, neppure posso affermare di averli vissuti davvero: ne ho solo delle percezioni, delle reminiscenze confuse, distanti. Eppure ciò che mi porta a soffermarmi su quella decade è una certa vitalità, un vitalismo culturale ed emotivo che, oggi, non c’è più. Triste davvero abitare in un’era in cui la globalizzazione, entità forte e omologatrice che ha radici lontane, addirittura risalenti al XIX secolo, ha portato all’annullamento del pensiero, alla sua morte, al nichilismo del vivere. C’era tensione, negli anni ’70, e la tensione – che ha avuto pure terrificanti ripercussioni, sì, è questo lo snodo che non nego – è sempre sintomo di cambiamento, di crescita, di vita: c’era la consapevolezza del ruolo della lotta per ri-affermarsi, per richiedere (chiedere di nuovo) i propri diritti, affinché la società nella sua interezza globale mutasse pelle.

Ora questa realtà viva e trasformatrice ha perso il suo appeal e la filosofia, che pur continua ad esistere, sembra relegarsi in qualcosa di secondario, quasi sia una disciplina inutile, che alimenta la ricostruzione di quel tessuto di opionioni o filastrocca che già Hegel rammentava essere tutto, fuorché la scienza filosofica. Già! Non lo si dimentichi mai!

Checché qualcheduno, impropriamente, voglia rendere la filosofia una semplice cronistoria di opinioni le une giustapposte, un po’ passivamente e un po’ colpevolmente, essa, di contro, è una scienza che ha, in sé e dentro sé, una propria epistemologia. Ma oggi, purtroppo, si ha il timore della filosofia e la si studia a memoria,  senza comprenderne i nessi, le ragioni, le sofferenze e i drammi esistenziali – no, non solo esistenziali, perché altrimenti sarebbe ancora cronistoria, scusatemi! – che vi sono dietro: la si studia se

“Potere operaio” di Nanni Balestrini (1972)nza autentica comprensione, senza criticismo, senza capirne l’utilità e il valore. La filosofia dovrebbe far pensare, dovrebbe far ragionare, dovrebbe permettere all’uomo di

Questo pannello non è un pannello, ma un’opera della mostra, accanto all’antropologia seppellita che è metafora della confusione presente

 trovare se stesso, di riconoscersi in ciò che fa e in ciò che mangia… perché L’uomo è ciò che mangia come ben ricorda Feuerbach. Pensare è difficile e può stupire sentire, per esempio, un Dalì asserire che riesce a pensare meglio – così scrive nella sua Vita segreta – quando muove le mascelle, quando mastica e trangugia il cibo. Ma almeno si pensava, non si viveva nell’indifferenza, nell’apatia, nell’egoismo. La mia sensazione, dinanzi alla mostra milanese, è di aver visto, ora, nel 2012, il recupero di uno degli ultimi baluardi del pensare. Recuperare il passato del pensiero ultimo, perché dopo quel decennio il pensiero non è più esistito e non è più appartenuto all’umanità: questo mi sembra l’obiettivo primo della mostra. Ed ecco, allora, che Addio Anni ’70 rappresenta davvero il connubio fra arte e filosofia, fra forme primitive e forme iper-moderne del pensare, laddove il pensiero si è fatto poi latitante, anzi latente. Post-modernità e archeologia del pensiero possono convivere, come è ben indicato dal ciclo Antropologia seppellita: l’antropologo disseppellisce il passato, ma ecco che i suoi stessi attrezzi e il suo stesso rinvenimento sono subito riportati nelle fosse, negli scavi, nelle sepolture comuni che hanno inquietato e inquietano l’umanità presente. Pensare è difficile, perché comporta l’assunzione diretta di responsabilità, mentre più facile, meno impegnativo e decisamente aproblematico è lasciarsi guidare e affidare la responsabilità stessa di ciò che accade agli altri: sì, ma a chi? Forse questo quesito sfugge… ed ecco perché la filosofia, negli anni ‘Ottanta e ancor di più negli anni Novanta e Duemila appare a molti tanto inutile e fine a se stessa. Non serve studiarla, non serve capirla, non serve viverla, perché alla fine deleghiamo gli altri a decidere per noi, dimentichi che anche gli altri, qualsiasi definizione noi ne diamo, pure delegheranno a propria altri soggetti, in un ciclo vizioso e pernicioso di creazione di alterità e di deresponsabilizzazione collettiva.

Dicevo di Feuerbach e di Dalì: mondi tanto distanti quanto vicini, anche in questo caso! Certo, l’obiettivo del filosofo tedesco non era certo di occuparsi di cibo, quanto – mi pare di capire – di indicare come noi siamo le tradizioni con cui ci confrontiamo e di cui il cibo rappresenta una metafora e un simbolo concreto: trascuriamo l’idea di riportare sulla terra il Dio dei cieli, trascuriamo lo sforzo feuerbachiano di comprendere prima l’essenza del cristianesimo e, poi, più in generale, l’essenza della religione in quanto tale. Che cosa è l’uomo se non il suo stesso cibo, la sua cultura, ciò di cui si nutre, ivi compresi i libri, le letture, il cinema e il teatro che – soprattutto nel senso della nuova arte – Feuerbach non poteva certo teorizzare? Ma l’uomo è ciò che mangia, ciò di cui ci si nutre e, nell’era delle coltivazioni geneticamente modificate, il nostro cibo si fa insipido come la nostra mente non più pensante e non più vitale. Rilanciamo le mostre, il cinema – pazienza se Feuerbach non lo poteva conoscere! – la lettura, la cultura condivisa! Sfruttiamo anche le potenzialità di questa tecnologia 2.0, la multimedialità e il cloud-computing non solo per stare su Facebook, che va bene come passatempo e che, però a lungo porta alla noia, ma per creare e condividere cultura! Soffermiamoci sui pasti amicali residuali che sono appesi sulle pareti di una sala della mostra milanese: chi mai avrebbe pensato che i resti di una serie di pasti conviviali fra amici potesse divenire oggetto d’arte? L’arte è anche il nostro cibo, che è forza vitale del pensare. Dalì asseriva il piacere del cibo, positivamente colpito, nei suoi ricordi indubbiamente ricostruiti ad hoc, dal valore della psicanalisi freudiana – non dimentichiamoci che la sua Persistenza della memoria deve i propri natali all’esperienza metafisica di un camembert mal digerito e, dunque, la metafisica molle diviene emblema dello stesso pensare e dipingere – e, dunque, della fase orale. Ma il pensiero, oggi, non è forse latitante? Non stiamo vivendo, dal punto di vista antropologico, una grave fase di latenza? Come riemergere le pulsioni mal sublimate?

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s