La notte stellata di Van Gogh

Cerchi, pazzia, tormento: queste sono le prime parole, i primi concetti che la visione dell’opera di Van Gogh mi suggeriscono. I cerchi sono, innanzitutto, mentali, che il Van Gogh vede nella sua mente malata, ma per ciò vera. La verità risiede, indubbiamente, nell’avere una mente immaginativa profonda, che permette di cogliere il profondo e autentico significato delle cose, un significato che mi pare rivestirsi di connotati filosofici e psicologici a un tempo. Per comprendere quest’opera, bisogna rinviare a una serie di citazioni, fra loro di natura differente ma di cui, nondimeno, credo di poter asserirneil carattere complementare.

  1. Il riferimento filosofico al cielo stellato

 

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale
(Kant, Critica della Ragione Pratica).

La prima riflessione che sovviene proviene, indubbiamente, da Kant: l’immediatezza e la naturalità delle scelte esistenziali ed etiche di ciascuno di noi, del filosofo di Königsberg e del pittore di Zundert, non possono che essere accettate quali a priori trascendentali, universali, validi per tutti gli uomini e per ciascun individuo. Kant e Van Gogh, in questo senso, rappresentano solo due particolari di un afflato universale, che presuppone l’azione di uno Spirito – quasi in senso hegeliano – che trascende l’individuo e i particolari medesimi: ciò che si verifica a contatto con il cielo stellato è la realizzazione di un’armonia romantica, in cui singolarità e pluralità, individuo monista e realtà molteplice si incontrano e si fondano in una sintesi superiore.

Ma, dicevamo, innanzitutto ciò che non deve essere posto in discussione sono le nsotre scelte etiche ed esistenziali: la legge morale è in me, mi appartiene nella sua spontaneità, così come la visione del corpo celeste avviene in modo spontaneo, non riflessivo e, perciò, non filosofico. ecco allora la portata primigenia di quest’opera di Van Gogh, con i suoi cerchi che, in apparenza, possono allarmare chiunque ne ricerchi il significato più recondito. La filosofia che qui è sottesa è una filosofia anti-filosofica, una filosofia che, pur richiamandosi a Kant e a Hegel, pure appare antitetica e oppositiva alla speculazione filosofica stessa. Il significato filosofico di ciò che si ammira, ossia del cielo stellato, non può essere compreso da una riflessione razionale, che, per propria natura, media fra la percezione sensoriale e l’interpretazione che ne consegue. Riflettere, speculare, difatti, equivale a porre delle distanze fra l’oggetto osservato e l’osservatore: queste distanze rendono incomprensibile un’esperienza  che, psicologicamente, ha senso solo nell’immediato della coscienza, la quale porta ad esclamare come evidente l’esistenza del cielo stellato. Il cielo esiste senza bisogno di meditare, di riflettere ed è, per ciò stesso, uno dei doni più straordinari che sono consegnati all’uomo.

L’arte è capace di ricostruire questa immediatezza non speculativa che la filosofia, invece, con lo sforzo ossessivo della razionalità e della riflessione, ha perduto. La legge morale è dentro a ogni soggetto, che sceglie liberamente il proprio destino, a partire dalla consapevolezza di possedere dentro di sé le regole universali della propria vita. Sapersi essere morale non significa accettare passivamente le regole sociali della comunità in cui si vive: il conservatorismo e il bigottismo non appartengono al genio, al folle, a chi è capace di vedute nuove di ciò che, in apparenza, potrebbe persino apparire banale. Che cosa, del resto, è più ordinario del cielo stellato? Eppure, la società della tecnologia non ha gli occhi del poeta e dell’artista, per poter rivolgere a esso anche solo uno sguardo sincero e appassionato: pochi uomini contemplano il cielo e ne vedono le infinite linee e gli infiniti cerchi di luce che portano ogni astro a essere intimamente connesso a ogni altro corpo celeste. Solo il genio artistico-poetico può vedere ciò che gli uomini non vedono, a causa della loro perenne cecità: solo Van Gogh – e con lui, aggiungerei, i grandi artisti contemporanei – possono sperimentare visioni nuove e straordinarie, le quali, pur partendo dalla fisicità fenomenica, dal fenomeno, dal mondo sensibile, pure si rivolgono al mondo intelligibile, platonico, forse, per poi giungere a qualcosa ancor più elevato pure di questo ulteriore mondo: già, perché l’intelligibile, in fondo, è ancora un modo per dichiarare la spiegazione al fenomeno, di renderlo comprensibile e razionalizzabile, mentre l’arte non abbisogna di spiegazioni. Quindi, benché la vista dell’universo sia fenomenica e fisica e la spiegazione sia intelligibile, l’inclinazione di Van Gogh, ancora una volta, si orienta verso l’inintelligibile, l’irrazionale, l’emotivo e l’espressivo, anticipando così, senza però entrarne mai a contatto davvero, il motto proprio dell’espressionismo pittorico, che sarà centrale nel primo quarto del XX secolo.

Così, entriamo nella seconda citazione che l’opera La notte stellata mi sembra suggerire: è appena il caso di rammentare che essa deve intendersi in continuità con quanto appena richiamato.

2. L’emozione come intuizione irrazionale

Ciò che sin da subito emerge visionando l’opera, è la portata emotiva e allucinogena dell’olio su tela di van Gogh. A differenza di Kant, che non può accettare l’aspetto emozionale dell’uomo, giacché esso è intriso di irrazionalità, nella tela la sfera emotiva e irrazionale emerge manifestamente, come frutto di una specifica deliberazione da parte del pittore. Si diceva che le scelte non sono discutibili e che, al contempo, è solo del genio visionario l’intravedere qualcosa di nuovo e di diverso in ciò che è talmente scontato, da non apparire degno né di rappresentazione, né di riflessione. Ma proprio ciò apre l’orizzonte al venir meno dell’universalità etica che, in prima istanza, abbiamo pure detto di intravedere sia nel filosofo prussiano, sia nell’artista olandese. L’etica è sì universale, ma deve comunque essere personalizzata e resa parte integrante della nostra stessa vita: ognuno di noi deve fornire le proprie risposte alle proprie domande, in un personalissimo e per ciò unico dialogo con se stesso: la portata della filosofia, con la sua incapacità di raggiungere davvero l’esplicativo, risiede nel portare l’individuo verso l’irrazionale, grazie all’afflato emozionale che è immanente in ciò che noi esperiamo. Il cielo è un esperito che, pur avendo dentro di sé le lettere e le cifre proprie della razionalità, pure non può limitarsi

Van Gogh - Notte stellata - 1889 (MoMA - Museum of Modern Art - NY)

all’aspetto razionale, logo-centrico, totalmente frutto di un pensiero che si chiude in se medesimo. I cerchi di cui la tela  sovrabbonda, in questo senso, ben poca afferenza hanno con il cerchio e le spirali hegeliane,  con la dialettica che, passo dopo passo, transita attraverso momenti diversi, in uno sforzo di negazione e di negazione della negazione che il passaggio fra tesi, antitesi e sintesi lascerebbero aperte. Al contrario, solo l’arte è, filosoficamente, la vera sintesi, che non abbisogna per nulla di questi astratti passaggi di una filosofia che, anziché dialogare con l’umanità, è di contro prigioniera di se stessa. L’emozione rappresenta la facoltà dell’intuizione irrazionale. Questo è lo snodo primario: l’emotività è ciò che è irrazionale, inintelligibile, non riportabile né riassumibile in parole,. Ciò che il pittore vede, in altri termini, è puramente ineffabile.

Perché l’universo dovrebbe rappresentarsi come dei cerchi? Ogni vortice è, in realtà, simbolo di un percorso mentale ed è esso stesso il percorso mentale che Van Gogh compie. Se è vero che le linee curve rappresentano una sorta di scartamento ferroviario, di binari o di strade che collegano l’universo, la scelta del pittore non può che indicare come l’universo sia vivo, visitabile, perfettamente conoscibile, purché se ne abbia il desiderio. Dunque, la conclusione cui siamo appena giunti, secondo cui l’emozione e l’irrazionalità tendono in Van Gogh, così come negli espressionisti che ne seguiranno le orme, a coincidere, deve essere parzialmente rivisitata. Certo, l’emozionale è l’irrazionale e su questa istanza non possono esserci dubbi. Ma il carattere ineffabile che da ciò deriva è un dato vero e falso allo stesso tempo: per meglio dire, noi percepiamo l’afasia pittorica di Van Gogh e la sua inclinazione all’incomunicabile solo perché non siamo capaci di porci sino in fondo in sintonia con la sua profonda e intima concezione delle cose, dell’universo, con il suo tessuto geografico e mappale di linee che corrono da un luogo all’altro del cielo. Se, invece, noi fossimo capaci di immedesimarci sino in fondo nel pittore olandese, percepiremmo come l’ineffabile diventi immediatamente comunicabile, giacché, ancora una volta, è la verità filosofica e razionale ad avere la lingua annichilita e afasica. Insomma: il pittore sa comunicare e comunica davvero, a patto che trascendiamo la lingua degli uomini per assurgere all linguaggio del cielo, della dirompente entità cosmica, che va oltre il sensibile, per renderlo davvero divino. La visione della notte stellata è sì visione distorta, non fenomenologica nel senso kantiano e fisico del termine, non è visione cognitiva e cosciente, di tipo sensoriale, bensì si tratta di una visione dell’emozione, che sprigiona parallelismi inediti, perché capace di pregustare l’animo umano nella contemplazione dell’infinito che si concilia con la finitudine del nostro mondo. E il viaggio di Van Gogh, la sua visione notturna, è un viaggio vero, che sciocca il comune uomo medio, perché questi non è capace di andare oltre ciò che sulla retina viene impresso: ma le emozioni non sono retiniche, sono psicologiche e, perciò, quasi per un gioco di parole, si può concludere ancor più appaganti del dato oggettivo, totalmente sterile.

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