Eraclito, il Fuoco e l’Identità nella differenza

È noto che lo stile di Eraclito sia oscuro, ma ciò trova una propria motivazione nella consapevolezza che la natura ami nascondersi e l’umanità non è in grado di comprenderne il messaggio per la prima volta che l’ascolta, non avendo avuto prima che Eraclito stesso lo esplicitasse la possibilità concreta di ascoltarlo. Dunque, il carattere criptico della filosofia eraclitea ha un fondamento quasi naturale, logico, ovvio: un messaggio altisonante e innovativo, che dirompe le coscienze degli uomini non può essere veicolato alla luce del sole, mediante parole chiare, certe  e incontrovertibili.

Questo è il contesto entro cui cogliere la più celeberrima delle sue affermazioni: Tutto scorre, ogni cosa è in stato di perenne flusso. Non si può attraversare due volte lo stesso fiume, perché le acque scorrono sempre dinnanzi a noi: il fiume è e non è lo stesso; le acque, scorrendo, modificano la natura del fiume, pur essendo il fiume lo stesso. Tutte le cose sono in perenne moto, nulla è fermamente, in modo stabile. Tutto è nel momento in cui al contempo fluisce e cambia: essere e non essere sembrano convivere, in un’Unità che è Differenza. L’Unità si realizza nella Differenza. Non si tratta di negare il Reale e di asserire che il Reale non sia reale: Eraclito non afferma l’Irrealtà del Reale. Il filosofo di Efeso non vuole dire che non esiste null’altro che il cambiamento.

In Anassimandro gli opposti sono considerati l’uno come invadente il campo dell’altro – l’acqua invade l’aria, l’aria invade il fuoco, il caldo invade il freddo e lo porta al suo estinguersi, la morte invade la vita, in ultima istanza – questa concezione filosofica, tuttavia, non pare reggersi, perché la motivazione di questo continuo flusso esistenziale sarebbe determinato da azioni ingiuste, da atti di ingiustizia per nulla giustificabili e spiegabili. Chi compie questi atti di ingiustizia? A questo interrogativo, nella filosofia anassimandrina, non è dato rispondere, sebbene – è il caso di rammentarlo – un forte desiderio esplicativo emerga all’interno della proposta di questo importante cosmologo ionico. Peraltro, l’idea che esistano infiniti mondi e che in ogni momento ci siano coesistenze di cosmi molteplici indica, in ultima istanza, che esiste un fluire dalla vita alla morte ma pure anche dalla morte alla vita, in una dialettica fra gli opposti in cui, nei fatti, non esiste realmente la morte: la morte sarebbe il definitivo tramonto e l’ultimo, inesorabile passaggio verso il non-essere, la non-esistenza, ma ciò è in contrasto con l’idea di un àpeiron illimitato e indefinito. Poiché tutto torna all’apeiron, a ciò che non ha alcun confine, tutto può ricominciare a vivere, per il richiamato atto di ingiustizia.

La riflessione di Eraclito trova la propria genesi entro l’orizzonte di Anassimandro, per poi, tuttavia, superarlo.  Per quest’ultimo la guerra tra gli opposti è qualcosa di indesiderabile, che porta caos anziché ordine, essendo qualcosa che danneggia la purezza originaria dell’Uno. Per Eraclito, al contrario, l’Uno può esistere solo nella tensione polemica – nella guerra o nel pòlemos – con ciò che è opposto: la guerra è essenziale per l’Unità dell’Uno, ovvero per la sua medesima esistenza.

Dunque, il Reale è uno ma è anche molteplice nello stesso tempo: come suggerisce Copleston, studioso di filosofia statunitense, la coesistenza di Realtà-nell’-Unità e nella-Molteplicità non è un fatto o un evento accidentale, ma essenziale (Copleston, I, 1993:40). È essenziale sia nel senso che costituisce l’essenza della stessa filosofia eraclitea, sia nel senso che l’Uno è essenzialmente Uno ed essenzialmente molteplice. L’Identità è nella Differenza. L’arché di Eraclito è tale Uno/Molti, che rende giustizia dell’impasse di Anassimandro, perché spiega in che senso l’ingiustizia anassimandrea genera gli opposti: anzi, a essere ancora più precisi, l’ingiustizia si tramuta in Eraclito nel proprio contrappunto, divenendo Giustizia. Non c’è atto ingiusto generativo degli opposti, ma atto giusto e razionalmente comprensibile, giacché ogni cosa è mentre non è. E qui il doppio riferimento al fatto che, per esempio, il nostro corpo sia sempre lo stesso nonostante i continui ricambi cellulari o che la nostra identità personologica non si modifichi nonostante il flusso di coscienza è già implicato: come dire, che nell’Antichità già si ravvisa tutto lo sviluppo della storia della filosofia successiva ma pure, anche, della psicologia e di forse tutte le altre scienze moderne e contemporanee.

Certo, rispetto a quest’ultimo punto  si può argomentare che si sta procedendo verso un’interpretazione anti-storica, ma ciò è più apparenza che sostanza, giacché i semi dello sviluppo di qualcosa sono sempre antecedenti allo sviluppo stesso. Eraclito non può giungere alla conclusione freudiana dello stato di coscienza e proporre un metodo delle libere associazioni per scavare all’interno di un inconscio che egli non può scoprire, ma, spesso, pur in contesto non sempre rigorosamente scientifico, ci sono delle premesse che devono essere poi inverate in un momento successivo, quando i tempi sono maturi: questa è peraltro la tesi di apertura al primo volume della History of Philosophy del già rammentato Copleston.

In ogni caso, non è un atto di ingiustizia a dare vita alla vita, alla molteplicità degli universi di cui Anassimandro parlava, ma è un atto di Giustizia: giusto è conoscere ciò che il mondo permette di conoscere e di accertare, mediante i sensi, che ci indicano chiaramente come l’Uno sia nei molti, nel medesimo momento in cui permane nella sua identità, che l’identico è identico nel momento stesso in cui differisce.

Il simbolo del fluire nell’identico è il Fuoco, che rappresenta, dunque, la concretizzazione dell’arché eracliteo. Il fuoco vive nutrendosi di una sostanza, per tramutarla in qualcosa d’altro: vive mentre consuma e si consuma, vive mentre muore, dando luogo al differente del (e dall’) identico. La vera esistenza del fuoco dipende dal conflitto e dalla tensione. Secondo Eraclito, quando il fuoco è condensato e posto sotto pressione, diviene acqua, che congelata diviene terra: è il sentiero discendente delle trasformazioni naturali che avverrebbero nell’universo. Ma esiste anche un sentiero ascendente, che porta il fuoco a essere aria: anzi, l’acqua si scioglie nell’umido ed evapora, formando l’atmosfera, che si originerebbe dal mare, grazie al vapore acqueo.

Dunque esistono conflitti eterni nell’universo e un continuo salire e scendere della materia, che ora è maggiormente rarefatta e ora maggiormente condensata, a causa della spinta generatrice e rigeneratrice del fuoco. L’inseparabilità degli opposti si spiega come l’essere i diversi gradi e momenti dell’Uno: la morte dell’acqua è divenire terra, ma la morte della terra è divenire acqua. Vita e morte convivono e sono la stessa cosa – nessun dubbio che, allora, non si debba temere la morte in quanto tale: noi siamo vita e morte assieme, esistiamo in quanto parte di un divenire eterno, del Fuoco universale, in cui ogni ente è solo manifestazione dell’Uno.

Si nota il carattere panteistico della filosofia eraclitea: il mondo è Dio, è divino, è il luogo del fuoco, le cui manifestazioni parziali portano alla nascita delle diverse cose che noi sperimentiamo e, in ultima istanza, portano alla nascita di noi stessi. La Ragione umana è un momento della Ragione universale, o una sua contrazione e canalizzazione: l’uomo deve combattere per raggiungere il punto di vista della Ragione nella sua purezza, trascendendo così i punti di vista particolari in cui noi ci troviamo racchiusi. E, per inciso, ogni uomo è racchiuso e prigioniero di specifici punti di vista, del proprio punto di vista: non è questa la prospettiva di Eraclito, certo, ma quella di Socrate, che, nondimeno, con Eraclito e grazie all’immersione nella filosofia ionica prima e nella sofistica poi, afferma anch’egli che la Ragione umana è parte integrante della ragione universale. Ancora una volta, i germi dello sviluppo successivo, germi inconsapevoli, trovano una propria ragion d’essere.

Tutti i sistemi panteistici prevedono un punto di vista universale, quello della Ragione (Eraclito, Stoicismo, Spinoza ne sono esempi), o quello dello Spirito (L’Idealismo tedesco ed Hegel in particolare sono in questo caso i referenti): il problema è come trascendere gli specifici punti di vista per assurgere a qualcosa di più grande, di universale perché valido per tutti e a prescindere dalle situazioni concrete in cui ci immergiamo ogni giorno. Può essere la Storia ad abbracciare dialetticamente i diversi momenti, può essere la Fisica con i due richiamati sentieri, può essere l’Intelligenza umana e la capacità del saggio di astrarre da sé: le risposte sono molteplici, come molteplici sono i punti di vista che, evidentemente, sono annullati quando guardiamo il mondo dalla prospettiva di Dio – qualsiasi sia la definizione e il senso da attribuire a quest’ultima entità. Nella prospettiva del Divino, il viewpoint è uno solo, non è molteplice: il molteplice è l’Illusorietà dei sensi o l’Illusorietà della Storia, che vanno entrambi spiegate e giustificate, per assumere valenza razionale, giacché la Ragione umana è tutt’uno ed è al contempo una parte della Ragione universale.

3 thoughts on “Eraclito, il Fuoco e l’Identità nella differenza

  1. pico says:

    lo stile è oscuro non perchè la natura ama nascondersi agli uomini ma poichè è esigenza del filosofo trovare un modo di espressione consono al “filosofare” ovvero un mondo di elitario a cui sottrarsi al volgo.
    caro professore è ammirevole il contrario, trovare nuove idee che germinino dalla moltitudine: il web 2 è certamente un tentativo in tal senso.
    il problema sono le idee nuove.
    sono un filosofo dilettante (orribile parola), che si diletta per l’appunto.

    cosa ne pensi della visione heidegeriana-gadameriana del fuoco onteso come fulmine?
    una sorta di epifania inprovvisa sulla realtà-
    sono convinto che è ciò che intedesse ottenere eraclito, tramite appunto i suoi aforismi cosmici-

    a mio avviso è troppo poco il materiale raccolto su di lui, perchè possa essere ancora valido a livello contemporaneo-

    anche perchè le sue idee cosmiche sono evidentissimamente prodotto del mondo orientale, che in fatto di quantità di materiali rende l’apporto eracliteo veramente risibile.

    spero che in futuro posterai anche qualcosa sulla filosofia contemporanea perchè questi tempi veramnete chiedono altro, un nostalgico ripiegamento sull’antico non aiuta l’uomo contempooraneo comunque alle prese con un mondo totalmete mutato.
    il mito descritto da eraclito è stato cancellato anche soltanto da qugli apparteamenti da cui coraggiosamente tramette
    da casa

    saluti cordiali e continui con l’attività di esposizione divulgativa.

    • fabiogabetta says:

      Come avrai intuito, l’obiettivo di questa forma divulgativa è di raggiungere gli studenti e chi, come te, si definisce filosofo dilettante, peraltro a mio avviso la forma migliore di filosofo: sarebbe bello che un po’ tutti, a prescindere dai percorsi scolastici, si cimentassero a riflettere e a capire quanto ci attornia, non necessariamente mediante corsi universitari, per la cui frequenza si deve forse desiderare di insegnare proprio la filosofia.
      Citi Heidegger e Gadamer: subito mi sento di dire di essere in accordo con la tua impostazione, ovvero che esistono eventi così discrasici da portare a radicali e improvvisi cambiamenti sul reale, “una sorta di epifania improvvisa sulla realtà”. Ma il fuoco è il simbolo, l’epifenomeno dell’identità nella differenza: consuma se stesso e il legno divenendo cenere e in ciò vive e continua a fiammeggiare. L’identico (il Fuoco) e la Differenza (la cenere) coesistono, nella prospettiva di un cambiamento che non permette di ritornare mai sui propri passi. Il fulmine scuote le coscienze, scuote l’umanità, rende l’uomo incerto sul suo Essere nel mondo: le certezze di cui ci contorniamo non sono certezze reali, in ogni momento una folgorazione, che può essere divina – anzi non può forse che essere tale – rompe l’equilibrio, il divenire fluttua indipendentemente da noi. Sì, in questo senso la tua riflessione è giusta e condivisibile. Giustamente, hai rilevato che l’oscurità sia una scelta, un atto di deliberazione che il filosofo di Efeso, ma forse un po’ tutti gli speculatori – speculum, specchio, indica la capacità riflessiva propria della filosofia – compiono, allo scopo di separarsi dal volgo. Ma ciò non implica che “un nostalgico ripiegamento sull’antico non aiuti l’uomo contemporaneo comunque alle prese con un mondo totalmete mutato”. Il mondo è mutato, ma le possibilità del mutamento sono da rinvenirsi tutte nell’intera storia della filosofia, a iniziare proprio dall’Antica Grecia, i cui filosofi hanno permesso, per citare Bernardo di Chartres, di essere noi “nani sulle spallle di giganti”. L’antichità rappresenta il fondamento epistemologico della filosofia: non è casuale che Nietzsche si interessi della nascita, ma pure della morte, della tragedia greca, a seguito del socratismo e del platonismo prima e del cristianesimo poi! Anzi, il cristianesimo è possibile grazie al prestito contratto con il platonismo e con l’aristotelismo, che rompono – soprattutto con il primo delle due scuole – un equilibrio che avrebbe fatto della Grecia la Patria degli dèi. Non sto asserendo di condividere Nietzsche, ben inteso: mi permetto di riflettere, tuttavia, che se Hegel, Nietzsche e altri filosofi sentono la necessità di recuperare una riflessione sull’Antichità, è perché da questa non si può verisimilmente prescindere, Nota, tuttavia, l’avverbio che utilizzo: la filosofia è un dato soggettivo e oggettivo allo stesso tempo, ed è in ciò che trovo essa abbia tutto quel fascino che riveste! Oggettivamente, la filosofia coincide con la sua storia, che nondimeno non può essere compresa se non mediante le interpretazioni, e quindi anche l’accentuare la direzione verso il presente, la presentificazione della filosofia, o verso il passato, è frutto di interpretazioni, di deliberazioni più o meno consapevoli, ma connesse sempre con la dimensione della soggettività. Vedo continuità fra passato e presente, e tu stesso suggerisci ciò con la tua prima parte di riflessione: il fuoco inteso come fulmine è la ripresa contemporanea del pensiero eracliteo, di un Eraclito non necessariamente compreso sino in fondo, perché desideroso di solcare lo iato fra sé e il popolo. Ma anche la Bibbia, che vuole essere Parola di Dio ed è per il popolo ha ampi passi oscuri: incidentalmente, hai mai riflettuto sulla filosofia prima della filosofia? La Bibbia ne è un esempio, ma pure i miti classici e quelli di ogni altra cultura. Il sacerdote segna un solco fra il suo potere e il volgo, parla un linguaggio da iniziati, vuole essere oscuro, sebbene Dio si voglia trasparente. Ed è interessante che, anni fa, sino ai primi anni di insegnamento – ne ho 13 sulle spalle – ritenevo che la filosofia, soprattutto quella antica, volesse rompere con certa tradizione religiosa: oggi non credo che la filosofia sia atea o empia, ma che la si ritenesse tale per interesse, per questione di poteri che nel tempo si sono andati contrapponendo, ma la filosofia ha una componente religiosa di tutto rispetto. Benché sottaciuto, gli Eleatici hanno formulato le precondizioni logiche per la dimostrazione dell’esistenza di Dio: il metodo è stato precorso da Parmenide, che, a proposito dell’Essere, asseriva che se esso può essere, allora è incontrovertibilmente! Infatti, ciò che può essere ma non è, è nulla, non è: sarebbe una contraddizione ritenere che ciò che può essere non sia! E del nulla – come dirà poi Gorgia di Lentini – non si può dire nulla, ma neppure pensarlo! Non puoi concepire il nulla, secondo gli Eleatici! Poiché ciò che può essere ma non è, è nulla e il nulla non è pensabile, allora ciò che potenzialmente esiste, l’Essere – in Anselmo d’Aosta, Dio – non può che esitere: del resto, l’Essere non può provenire dal non-essere. Il pensiero dell’essere, di dio, è la prova dell’Esistenza dell’essere stesso, di Dio.
      Non credo che Dio sia dimostrabile razionalmente e, comunque, mi viene difficile fornire una risposta, ma comprendo che le categorie epistemologiche della filosofia sono decisamente ampie: l’obiettivo della filosofia è di risolvere i problemi della contemporaneità? Ma ogni epoca è contemporanea per chi l’ha vissuta! La filosofia è per me un habitus mentale, una forma di vita, che permette di non banalizzare le cose… e già con ciò, alla fine, ho banalizzato!
      Un ultimo appunto sul web 2.0, oggetto invero della mia tesi di seconda laurea, nell’ambito dell’uso effettivo a scuola, nell’era delle nuove forme di vessazione elettronica! Non si può ritenere, a mio avviso, che la tecnologia sia un’idea, benché innovativa, di germinare la moltitudine, di dare risposta a questo tema, né – per riprendere le tue parole – essa sia un’idea germinata dalla moltitudine. Né germina, né è germinata dal molteplice, e nemmeno a questi si riconduce, attivamente o passivamente: ho esteso quanto tu hai scritto, come vedi, al caso in cui il web 2.0 sia l’epilogo di una filosofia orientata al molteplice, perché questo è il nodo pregnante del mio post, che qui stiamo commentando. Non c’è moltitudine a quo o ad quem, prima o dopo! Il web 2.0 è una tecnologia, un mezzo che ci ha permesso questo dialogo, per esempio, dunque che ci ha permesso di unire gli sforzi per una maggiore comprensione dei problemi che stiamo affrontando – e ciò è dato estensibile a ogni altro argomento di interesse. Mezzo, strumento, tecnica, prodotto non sono idee: con questi noi divulghiamo idee, diveniamo protagonisti di un global-casting , ma non possiamo attribuire a essi alcuna valenza ontologica o rispostiva.
      Chartres, la cattedrale.
      Tranne nella settimana di ferie, in caso di altri dubbi o punti focali di interesse, nello spirito del dibattito che si è aperto, cercherò di rispondere il più celermente, ma intanto segnalo anche un sito ancor più didattico che mi sto impegnando a realizzare, ripromettendo tuttavia di postare qui, sul presente blog, altro materiale.

      • pico says:

        la ringrazio per la risposta, che trovo adeguata, mi permette di capire la centralità della sua visione su, mi permetta di sintetizzare ,”l’abitudine a un modus pensandi, che è squisitamente senza tempo e iscritto nei testi dei grandi classici”.
        Sostanzialmente è quello che rimane di effettivo per lo studioso quantomeno.

        Sarà la mia costante reveriè, ma sogno sempre di cose nuove.

        Quello che mi preme è invece chiarificare che non intendevo MAI banalizzare la storia della filosofia.
        D’atronde quello che lei ha scritto, lo conosco e lo condivido. Ovvero la fine della filosofia secondo il nietzsche heideggeriano corrisponde con la STESSA STORIA della FILOSOFIA.

        sul web 2.0 invece la sua tesi mi giunge nuova e dunque meritevole di attenzione, più avanti magari ne parleremo e le lascio godere l’estate. Saluti cordiali!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s