La giornata della memoria e la filosofia

Apparentemente, sembrerebbe davvero distante una riflessione sulla filosofia e una relativa alla giornata della memoria. Eppure, a pensarci un po’ meglio, si possono intravedere alcune correlazioni che devono, invece, essere evidenziate.

Innanzitutto, la giornata della memoria porta a condurre la nostra riflessione verso il concetto di memoria, che non è solo un concetto proprio della psicologia: esso abbraccia la filosofia stessa, ossia la concezione profonda che si ha dell’uomo e dell’umano. L’uomo esiste in un tutt’uno con il ricordare: quest’ultima è un’azione che connette ogni altra azione dell’essere umano al proprio passato. Mangiare, dormire, lavorare, studiare sono tutte azioni che, senza la dimensione del ricordo, svaniscono nel nulla, si annichiliscono in un non-sense svuotante l’anima dell’uomo. Non siamo esseri meccanici, non siamo robot e non siamo  frutto di ritrovati tecnici: abbiamo dentro di noi una profondità che ci trascende, ci sfugge e che, perciò, è forse indubbiamente assillante e al contempo vera. La coscienza è garanzia del nostro vivere una dimensione squisitamente umana, la quale unisce il presente e ogni suo atto con il passato e il futuro.

La memoria è, dunque, un’azione che permette a ciascuno di noi di ripensare a quanto ha fatto nel passato, per impostare meglio il proprio futuro e quello dei propri figli. Poiché è lampante quanto il passato sia un’eredità individuale e al contempo collettiva, il dovere di ripensare, di riflettere e di ricordare non si concentra solo su ciò che il singolo ha compiuto: queste azioni si rivolgono a tutto ciò che l’intera umanità, dalla propria origine e sino ad oggi, è andata costruendo o distruggendo. Del resto, la mia azione non è mai un fatto isolato, io non sono un atomo che si può staccare dall’universo: anche chi, come Leibniz, parlava di monadi senza porte e finestre, chiuse in un apparente solipsismo, ammetteva poi una sorta di armonia prestabilita, capace di far trascendere la singola unità in un progetto più grande, complessivo e articolato. Un progetto di natura universale.

La vita di ogni giorno, tuttavia, sembra condurre ciascuno di noi a non utilizzare più la memoria: quasi come se noi fossimo lobotomizzati, viviamo il presente per il presente, ignari di un futuro che non è chiaro e dimentichi del passato che ci interroga prepotentemente. Nonostante il ricordare sia la prima azione per la costruzione della propria identità personale e di quella collettiva, la aborriamo, paghi di una dimensione sempre più appiattita sul presente e sempre meno capace di protendere verso il futuro: così, se il domani non è certo e appare contraddittorio e debole nel proprio costituirsi, il futuro rimarrà a noi ancora più oscuro, se non lo progettiamo a partire da ciò che la memoria offre a ciascuno di noi e all’intera società. L’appiattimento sul presente è frutto di una banalizzazione delle nostre esistenze che, però, ciascuno di noi rifiuta nel proprio intimo: nessuno ama sentirsi banale, pur dovendosi ammettere che le più grandi conquiste sono transitate, da sempre, proprio nell’accettare una banalità che, successivamente, è stata dissacrata. La giornata della memoria rappresenta la possibilità di dimostrare, innanzitutto a noi stessi, che non siamo banali e che, anche quando diciamo ciò che può risultare tale, siamo disponibili a dissacrarlo.

Hannah Arendt parlava della banalità del male: giornalista al processo di Norimberga, ne fornisce ampie descrizioni, mediate dalla propria capacità di analisi e dalle riflessioni che ognuno dinoi può fare solo quando giunge a un forte sentimento interiore, a un’intelligenza di secondo o terzo livello, un’intelligenza capace di rifiutare, appunto, il banale, pur dovendovi fare i conti. Ed è il dovere di rapportarsi al male assoluto, che è stato – ed è ancora – l’Olocausto. La memoria è un’azione che ciascuno di noi compie per indignarsi del male assoluto di cui l’uomo, noi tutti, siamo potenzialmente capaci di fare ogni giorno. E’ semplice affermare che oggi quanto è successo fra il 1939 e il 1945 non accadrà più; facile è dire che, in caso accadesse ancora, noi non ci comporteremmo come si sono comportati i nazisti! Si tratta di un semplicismo che, benché naturale entro alcuni orizzonti, indica il non voler fare i conti con la coscienza, con la memoria, con l’essere uomo. Ogni visione semplicistica di quanto è accaduto è spia della banalità in cui noi viviamo: non pensare a quel tragico passato e, comunque, sostenerne l’irripetibilità assoluta oggi, è un modo per tacitare la coscienza, per lavarsene le mani. E’ il disimpegno totale, che è la forma primigenia del totalitarismo: quando non si lotta più, quando non si crede più in ciò che si è e in ciò che si fa, nel momento in cui i valori sono persi, il totalitarismo, di qualsiasi colore esso sia, ritorna. Esso è nelle nostre coscienze malate, sepolto dentro di noi, radicato nelle nostre coscienze che si accontentano di una partita di calcio e di programmi allettanti che la televisione ogni giorno, ogni momento, propone, solo allo scopo di distrarci e di far perdere la capacità di ricordare.

Si è disponibili ad accettare di essere comandati da altri, quando non siamo capaci di camminare da soli, perché fiacchi, vigliacchi, privi di ogni tendenza alla responsabilità. L’auriga platonica, in questo caso, è mal guidata da un cavallo nero, molto più pernicioso di quello descritto da Platone! L’uomo può perdere la propria umanità, può disumanizzarsi, come già si è disumanizzato una volta e, forse, infinite volte: l’Olocausto, il male assoluto, si ripropone in forme celate, tragiche, nelle guerre, nel razzismo, nelle separazioni che gli uomini frappongono fra loro. Il male è banale, il male è intestino all’uomo, il male è l’uomo stesso che, però, può trasformare il proprio progetto di vita se, guardando al passato, con l’ausilio dell’azione della memoria, denuncia gli errori del passato e del presente. La filosofia non è semplice teoria, contemplazione: ho sempre avvertito questa idea secondo cui il sapere filosofico sia un sapere astratto, lontano, inutile, privo di concretezza. Qualcuno sostiene che la filosofia sia la Cultura, scritta con questa “C” maiuscola, assolutamente eloquente. Chi è veramente colto, sarebbe colui che comprende la filosofia, quasi che esistesse una forma di sapere superiore agli altri, che sono sudditi del sapere filosofico. Qualcun altro ritiene che la filosofia sia l’Inutilità (che scrivo ancora con la maiuscola, un po’ ironicamente), l’assoluto nulla e a nulla essa serva. A entrambe le posizioni, estreme ma reali, rispondo osservando che non solo sono false, ma racchiudono tutte forti elementi di pericolosità.

Hannah Arendt

Separare la filosofia dalla cultura comune e renderla la Cultura per eccellenza significa essere solo insetti arroganti  e dare spazio proprio a coloro che, all’opposto, affermano che essa non sia una scienza, non sia un sapere o, se proprio è scienza, è comunque – appunto – scienza dell’inutile. Piccoli insetti arroganti, che dimenticano quanto le stelle siano di gran lunga maggiori a noi!

Ciò significa non capire che la filosofia è innanzitutto azione: qualsiasi riflessione sulla giornata della memoria, anche la più banale, dimostra il rapporto fra filosofia e azione, non solo perché il ricordare è azione, è un agire. Peraltro, anche se non rifletto e decido che le cose stiano così come sono, sto comunque compiendo una scelta di campo, che è comunque un’azione, perché ha ripercussioni inevitabili sulla mia vita e su quella di tutta la società. Quanto incide sulla vita, amplificandone o riducendone la portata dell’azione, è esso stesso azione. Una non-azione è un agire! Il nulla, in questo senso, non esiste, non è, mentre esiste – e lo voglio ribadire con forza – il Male assoluto, un male banale, che è frutto di un rifiuto nell’indicare a se stessi quale sia la condotta della responsabilità.

Il male è banale perché compiuto senza coscienza. Nessuno ha colpa, se la responsabilità è dei superiori, di chi ha impartito l’ordine. L’idea che la responsabilità sia degli altri è connessa al totalitarismo, concetto che qui assume  non solo una valenza storica, ma filosofica, perché dell’origine del totalitarismo la Arendt stessa, che è il filo conduttore di queste mie riflessioni, ha tentato di fornirne una spiegazione di tipo filosofico. La storia non basta perché si producano eventi come quelli dell’Olocausto: le spiegazioni storiche, tutte vere e tutte accettabili, costituiscono una parte della verità che produce il totalitarismo. Ma la storia è fatta da persone che lavorano, che pensano, ricordano, progettano, compiono azioni, compiono scelte. Benché sia lapalissiano questo passaggio, è proprio qui che l’attenzione si dovrebbe fermare! Il totalitarismo è frutto di una scelta da inazione, da quell’azione che è data dal non agire e attendere che qualcun altro decida per noi. Il totalitarismo è la cieca fiducia che un manipolo di uomini possa risollevare le sorti umane ed essere uno solo con il popolo. Il totalitarismo è la controfigura dell’ottimismo eccessivo dell’uomo nel progresso, nella scienza, nei suoi ritrovati. Dimenticare che la scienza, pur positiva e pur necessaria, è ideologica – dunque nutrita di filosofie più o meno eterogenee nel proprio seno – è commettere una grande sciocchezza. La scienza aiuta il progresso dell’uomo ma è anche al servizio di processi particolaristici, interessati, che impongono un certo modo di pensare le cose e gli altri! Non mi è ancora facile capire a fondo questo passaggio, che indica il limite della filosofia e della scienza: non si tratta di essere scientisti o suoi avversari. Non si tratta di provare simpatia o antipatia per la filosofia. Il punto è capire che ogni riflessione può essere smentita e ridotta al proprio contrario, quando non addirittura non sia estremizzata sino a divenire il proprio opposto. La scienza dovrebbe essere al servizio dell’uomo e invece è al servizio di altro! Non sempre, per fortuna! Ma nel riflettere sull’Olocausto pensiamo che non esiste nulla di neutrale e che, perciò, la filosofia non può essere una Cultura elitaria e neppure una scienza dell’inutile.

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