Dal qualunquismo al fannullismo

La filosofia del neo-decadentismo contemporaneo

E’ noto come il qualunquismo sia nato all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945: anzi, propriamente, gli albori del movimento del Fronte Qualunque risalgono agli ultimi giorni del 1944, quando Giannini fondò il settimanale L’Uomo qualunque. L’uomo qualunque, anonimo, scontento di se stesso, poco responsabile delle proprie azioni, si trova sperso d’innanzi al procedere frenetico della ricostruzione, che gli appare senza senso e senza fondamento. L’accezione che del termine “qualunquismo” viene genericamente evidenziata è sicuramente negativa: l’individuo non si percepisce all’interno di una collettività, di una comunità, ma si riconosce nel proprio egoismo e nel proprio disimpegno. La deresponsabilizzazione dinanzi alla società politica e a quella civile diviene matrice di un modo d’essere che porta molte persone comuni della seconda metà degli Anni Quaranta a non sentirsi rappresentato da alcuno: l’individuo è l’individuo, che ha solo se stesso come orizzonte unico e filosofico di riferimento.


Si tratta, in effetti, di una filosofia implicita, quella che si andava affermando in quegli anni di trasformazione radicale del tessuto politico-economico e sociale italiano: a noi, qui, non interessa certo ripercorrere l’aspetto squisitamente storico che è susseguente al crollo del Fascismo e alla nascita, il 2 giugno 1946, della Repubblica Italiana. A noi preoccupa, invece, l’aspetto filosofico che era presente dietro la vita e le azioni dell’uomo medio, che sa solo ciò che conta sapere e non si preoccupa affatto di approfondire le proprie conoscenze. E’ una filosofia del disincanto, del disamore, della sofferenza, un nichilismo che vuole annullare ogni punto di riferimento certo: siamo dinanzi all’esito del Decadentismo, che non ha solo un’accezione letteraria, rivestendo questo movimento ampie ripercussioni sia di natura filosofica, sia di natura politica, sociale, esistenziale, umana. Il Decadentismo, in effetti, richiama l’idea di una progressiva morte valoriale, forse, più che di una nietzschiana trasmutazione dei valori: non si esalta nel periodo decadente l’Oltreuomo, il Potere di rifondazione dei valori su qualche nuova dimensione ancora non costituita e, dunque, da scoprire. La filosofia dell’Oltreuomo, certo, rappresenta, propriamente, una matrice di riferimento di una parte del Decadentismo, ma non ci si può limitare a questa visione, soprattutto perché, se tutta la decadenza fosse connessa alla trasmutazione dei valori, evidente sarebbe che il Decadentismo stesso sarebbe giunto, e in tempi piuttosto rapidi, a un epilogo. Dinanzi alla morte del Dio classico, dei valori di riferimento della società preesistente, il Superuomo avrebbe forgiato nuove divinità, che, tuttavia, sul declinare degli Anni Quaranta non si scorgevano in alcun modo.

Ed ecco il problema di quegli anni: l’assenza, in parte della popolazione (forse quella senza cultura, che è un patrimonio universale imprescindibile) di punti di riferimento che fossero chiari, definibili, condivisibili e innovativi, di cui, di contro, c’era infinito bisogno! La società doveva essere riorganizzata, si doveva ripensare a punti di riferimento validi, bisognava ritrovare fiducia nella politica, nella cultura, nella società medesima. Il qualunquismo fornisce giudizi taglienti sul mondo contemporaneo, senza impegnarsi in prima linea in questa ricostruzione e in questa condivisa e necessaria ricerca di senso. Molto più semplice, in effetti, era rimanere in disparte a osservare, senza prendere una posizione attiva, fatto salve le critiche che venivamo veicolate attraverso il settimanale di Giannini. Il Qualunquismo, così, è la manifestazione di un Decadentismo polimorfo, che rifiuta di ricostruire quanto è andato perso negli anni – nei decenni – precedenti. Rifiutando lo stato sociale, anzi, il concetto politico di “stato”, si impedisce  la creazione di quella coesione che, invece, molti fortunatamente ricercavano.


Spesso, il termine “qualunquista” viene associato a giudizi ovvi, poco informati, “da bar”: quando il cittadino sente, anche oggi, la distanza fra sé e la politica, i suoi discorsi diventano generici, dis-informati (sono l’informazione e il desiderio di conoscere a impedire al qualunquismo di trionfare), ovvi e banali, dando con ciò luogo all’incremento ulteriore della distanza che lo separa dal mondo in cui si prendono e si consumano le decisioni politiche. Ma lo iato, la separazione che vive il cittadino, forse disincantato, non riguardano solo la politica: è lo scoramento verso l’intera società, il vuoto globale a dover preoccupare tutti noi, quando diamo adito al qualunquismo! La società civile, lo stato per il qualunquista sono privi di senso: ecco il pericolo, neppure troppo latente, di cui questo modo di porsi si caratterizza e si colora. Anzi, propriamente, il qualunquismo non si colora di alcun colore: è grigio, è anonimo, è piatto, è massificato, è omologato, sempre identico a se stesso e poco disposto al cambiamento e alla comprensione di quanto accade. Al posto della società civile, in suo luogo, ecco, invece, apparire la massa, che fa presa e che si accontenta ora del Grande Fratello, ora di piercing e tattoo, in una beota felicità, che – di nuovo – blocca la visione dell’orizzioonte. E l’orizzonte, nella nostra metafora, rappresenta il senso che ognuno di noi deve dare alla propria esistenza e al proprio vivere, sia individuale, sia collettivo e sociale. E’ più semplice la vita qualunquistica della massificazione, ma nessuno – ed è questo un ulteriore nodo di riflessione – la desidera davvero!


Bisogna prendere posizione sempre, assumersi sempre le responsabilità che ci competono e che, per ciò stesso, sono nostre. Quando si critica in modo generalista, superficiale, qualcuno o qualcosa, dietro si cela sempre un coefficiente più o meno accentuato di ottusità, di pregiudizio, di in-cultura, di dis-informazione, di incapacità di capire e di farsi capire, ovvero di assumere un comportamento – di più, un atteggiamento – intelligente. Certo, è possibile che anche questo post, inserito all’interno di un blog di filosofia, possa peccare di qualunquismo, di banalità, di non-presa di posizione autentica, sebbene, vale la pena rammentarlo, non è pensabile, in uno spazio così breve e germinale come quello di solito previsto dal web, riuscire a condensare, subito, con immediatezza, i grandi pensieri. Le riflessioni, in Filosofia come in Letteratura, in Arte come in Ingegneria, non nascono nell’immediatezza, nella spontaneità subitanea, se non molto raramente: esse, più che meteore fugaci, più che folgorazioni illuminati che subito si consumano, presuppongono sempre ricerca costante, capacità di andare oltre le cose per vederle da ottiche sempre diverse, per sfuggire a ogni banalizzazione e a ogni rischio di pernicioso qualunquismo.

Dunque, innanzitutto cerchiamo di circoscrivere in che cosa consista il disimpegno qualunquista, si comprenda perché esso è pericoloso per noi e si intuiscano – per quel poco che, magari, si può fare – le ragioni di una ricerca di conoscenza sempre più ampia da parte di ognuno di noi: benché si tenda, talvolta e, forse, con frequenza e insistenza a fornire giudizi qualunquistici e massificati, nessuno ama, tuttavia, sentirsi un granello di sabbia nella massa dell’arena marina! Purtroppo, però, oggi le forme di qualunquismo non si limitano più solo a fornire giudizi più o meno imbarbariti e da “uomo medio”: esse trovano ampio respiro nella tendenza al fannullismo, alla fannullaggine, all’indolenza apatica del non-fare e  del far-finta di fare, del millantare azioni che non sono.

Poiché, è evidente, la filosofia, almeno in questo contesto, si connatura con l’impegno, con il recupero valoriale e la ricostruzione della dimensione della cittadinanza e della collettività, la filosofia essendo una presa di posizione e una comprensione degli eventi e del mondo, oltre che del sé, siffatto millantaggio non può essere accettato, perché è in esso che si cela il nefasto virus qualunquista, che porta potenzialmente e a breve termine, alla debacle sociale, alla sconfitta della società, alla sua stessa morte.

Talvolta si asserisce che lavorare non vada più di moda, che impegnarsi non serva, che ogni cosa è data per sempre e incontrovertibilmente, sempre identica, peraltro, a se stessa. E’ il lato fannullone che erode giorno dopo giorno la nostra coscienza, la nostra anima, un tarlo che consuma il legno verde, ancor prima che possa essere seccato e arso. Non si può accettare supinamente l’idea che il lavoro sia morto, che oggi possiamo permetterci il disimpegno qualunquista, perché condanneremmo noi e il nostro futuro, noi e tutte le prossime generazioni a punti di non ritorno, giacché, quando le risorse siano state consumate e la cultura non sia stata equamente distribuita e consapevolmente vissuta, si è già nell’epoca del “troppo-tardi”. Se si è parlato a lungo di post-moderno quale categoria filosofica e sociologica della contemporaneità neo-decadente (e qui riprendiamo i riferimenti iniziali), il fannullismo, con la venatura negativa che caratterizza un po’ tutti gli -ismi, rappresenta un ulteriore post-, un superamento negativo, non hegeliano, del post-moderno: il post-post-moderno, in altri termini, inteso come età della crisi estrema e come demarcazioni di un non ritorno che va evitato con ogni sforzo, grazie alla collaborazione viva di tutti, ad arginare il qualunquismo e a rifondare, o co-fondare (fondare assieme), un progetto ad ampio spettro, possibile sempre all’interno di un raffronto continuo e creativo fra tutti gli uomini.

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