De Chirico: "il grande metafisico" heideggeriano

Il grande metafisico di Giorgio De Chirico

Un’interpretazione heideggeriana delle opere dichirichiane.

Se il metafisico, o il post-metafisico, di Salvador Dalì, si concentra nella scomposizione formale, dovuta a una scelta iperrealista, nella quale si mostrano “paesaggi e figure che paiono frutto di allucinazioni paranoiche, una fotografia fatta a mano dai sogni” (BONA CASTELLOTTI MARCO, 2004:298.) , invero concepiti con l’intenzione di stupire, il discorso primigenio della Metafisica in arte viene concepito da Giorgio De Chirico.

Giorgio De Chirico - Il grande metafisico - olio su tela

Giorgio De Chirico - "Il grande metafisico" - olio su tela

“Nell’apparente normalità delle cose rappresentate, appartenenti alla realtà quotidiana, si nasconde la carica eversiva della Metafisica”, mediante l'”improvvisa apparizione di oggetti tipici in luoghi assolutamente atipici”:(Ivi:286 queste riflessioni introducono in modo egregio la poetica di De Chirico. Da quanto qui indicato, emergono chiaramente alcuni punti degni di nota, che risultano impliciti, dai quali è poi possibile effettuare alcuni ulteriori rilievi:

1. La metafisica non ha a che vedere con la trascendenza, ma con un misterioso spostamento e, forse, accostamento di oggetti comuni, affiancati ad altri reperti di tipo museale;
2. Ciò determina una frattura fra la logica a cui siamo abituati e quella dell’opera d’arte;
3. Questa frattura fra logica e arte è ben presente, come già si è potuto argomentare, in Salvador Dalì.

Partiamo da questo secondo punto e, almeno in parte, cerchiamo di analizzare, in contempo, anche il secondo aspetto qui richiamato. Che cosa significa che esiste una frattura fra logica e arte? Questo dovrebbe essere l’interrogativo preminente su cui è opportuno riflettere. La logica è un costrutto umano, un modo di connettere fra loro le parti del discorso così come le linee su una tela; la logica è ciò che permette di giungere a una comprensione delle cose, grazie alle facoltà che sono proprie dell’uomo.

Qualora noi si possedesse facoltà differenti da quelle che noi abbiamo, sarebbe estremamente probabile, per parafrasare il pensiero kantiano in proposito delle forme trascendentali del conoscere, che la nostra organizzazione logica fosse diversa da quella che, ogni giorno, utilizziamo. Ma, a differenza di Kant, qui, quando si fa riferimento alla logica, non ci si commisura a un problema epistemologico classico, poiché la logica di cui qui si parla è di tipo culturale, esistenziale, umano.

L’abitudine di rilevare determinati accostamenti è ciò che implementa la nostra logica, la nostra comune facoltà di ragionare e di vedere le cose; poiché l’opera d’arte è eidetica, ossia capace di fornire nuove forme alla realtà, è possibile concepire delle giustapposizioni insolite, che fanno perdere ogni dimensione di senso. Ciò può provocare – ed è il caso di Dalì – stupore, meraviglia, perché si è come se si volasse in un mondo fiabesco, altro, non percepibile nella quotidianità, nonostante alla quotidianità stessa faccia riferimento. Per inciso, tuttavia, questa tendenza allo stupore non deve far venir meno la consapevolezza, nel fruitore, del messaggio che si cela dietro lo spaesamento di cogliere accostamenti perfettamente inusuali.

Il messaggio è, forse, il senso stesso dell’opera d’arte, che, nell’ambito del surrealismo, dell’iperrealismo e del metafisicismo non può essere altro che soggettivo, nonostante il carattere universale che l’opera d’arte riveste. Siamo dinanzi a un rapporto innovativo fra arte universale, che tale pretende di essere e di rimanere, e interpretazione soggettiva, in cui ciascuno trasporta nell’opera stessa le sue necessità, dando egli stesso il senso dell’opera che appare, per definizione, polisemica.

In ogni caso, Dalì e De Chirico rompono, assieme ad altri autori, il rapporto di una logica che è divenuta persino banale, a causa di una massificazione culturale cui l’arte, se vuole essere davvero arte, non può arrendersi. Le loro opere sono, così, costruzione di nuove forme, al fine di produrre emozione, nella consapevolezza, forse inconscia, che solo l’intelligenza emotiva possa permettere all’uomo di respirare nel profondo l’essenza dell’arte e, dunque, dell’uomo. Un orologio che non è più un orologio e che si trova, forse, in un paesaggio tra il mistico e il reale rappresenta la rottura estrema di un modo di concepire gli oggetti, che sono riplasmati nel nuovo contesto, proiettante inediti significati.

Lo stesso ragionamento si può fare per De Chirico, il quale, propriamente, ha almeno in parte anticipato la poetica della Metafisica. Prendiamo come emblema “Il grande metafisico”, dipinto durante il primo conflitto bellico. Si potrebbe legittimamente argomentare che, “in una struttura ascendente e totemica, De Chirico riunisce i simboli e gli oggetti di numerose composizioni precedenti: squadre, righelli, strumenti di proiezioni geometriche, panneggi, il manichino che affiora da tutta questa stratificazione di elementi. Collocato in una delle ricorrenti piazze d’Italia, al posto dell’antica statua risorgimentale, il grande metafisico, evoca l’eroica e prometeica forza dell’immaginario dechirichiano” (http://www.babelearte.net/tipomuseo.asp?arid=383&quadroid=1593) .

La poetica dechirichiana è lampante: la struttura è indubbiamente ascendente, verticale, si snoda dal basso verso l’alto, quasi ad assurgere, da parte del manichino, a una posizione superiore, da cui può, con il suo sguardo, vedere oltre la realtà. Si tratta, questa, indubbiamente di un’interpretazione che vuole vedere in De Chirico una ricerca di un senso oltre la realtà medesima, una realtà martoriata dalla guerra e perciò, eminentemente, assurda. Dinanzi alla perdita del senso, la necessità di rinvenirne uno è necessario, ma a prezzo di modificare il punto di vista tradizionale e di snaturare la logica con cui ci esprimiamo e ci collochiamo nel mondo.

Il manichino è, ovviamente, un oggetto, un’entità priva di vita, che però sa vedere l’oltre, perché la dimensione che potremmo definire metetica, dell’oltre, non è ravvisabile all’uomo comune, all’uomo forse in generale. Siamo dinanzi a una sorta di allucinazione, in questo dipinto: è l’allucinazione di De Chirico, sicuramente, ma può pure essere la nostra allucinazione, il nostro abbaglio che ci impedisce di vedere opportunamente la vita.

L’uomo è, di nuovo, prigioniero di se stesso: siamo nell’ambito dell’esistenzialismo filosofico, le cui riflessioni si sono tracimate oltre gli argini della filosofia, per annacquare i terreni di molta parte della cultura del primo Novecento. Richiamandoci, almeno in parte, alla filosofia di Heidegger, l’uomo si caratterizza per un progetto, da realizzarsi per tramite una strumentalità,: l’esistenza, per\essere tale, non può che collocarsi entro la dimensione del poter-essere, che è progetto. “Essere-nel-mondo significa dunque, originariamente, fare del mondo il progetto delle azioni e dei possibili atteggiamenti dell’uomo. (…) Tuttavia, se è vero che ogni progetto si radica in un atto di libertà, è pur vero che ogni progetto limita immediatamente l’uomo, che si ritrova dipendente dai bisogni e limitato dall’insieme di quegli utensili che è il mondo”. (REALE G, ANTISERI D, 2008/10: 95)

L’esistenza dell’uomo, dunque, per Heidegger, acquisisce senso entro un progetto, che a sua volta, però, lo vincola entro uno gettatezza, che lo imprigiona. Ma questa prigionia, essendo frutto di una scelta libera – il concetto di libertà è saliente per la filosofia – è più un limite esistenziale che una reclusione, essendo volontaria. Si potrebbe, già da qui, riprendere alcune nozioni che abbiamo in precedenza esaminato parlando di Dalì.

La libertà dell’uomo ha portato l’uomo alla guerra, alla penuria, alla drammaticità dell’esistenza: è una scelta ontologica ed esistenziale nello stesso tempo, quella che ha compiuto l’umanità, che ha così determinato, nella sua concretezza, il suo stesso destino. Dobbiamo prenderci cura della strumentalità che ci viene affidata, perché grazie a essa, sostiene Heidegger, noi si ha la fattiva possibilità di realizzazione progettuale: “Essendo l’esserci costitutivamente un progetto, il mondo esiste come insieme di cose utilizzabili. (…) L’essere delle cose equivale al loro essere utilizzate dall’uomo”. L’uomo non è spettatore ma attore che partecipa attivamente – potremmo dire anche mediante l’arteCfr. ivi:95,mia libera interpretazione. – al progetto creativo, o a quello distruttivo, del mondo. D’altronde, è fin troppo manifesto come “trasformando il mondo, egli formi e trasformi se stesso”. Il mondo è il trasformato dell’uomo, che tramuta il senso delle cose, magari come fa De Chirico, proprio mutando la tradizionale, consueta posizione degli oggetti da lui ritratti.

A partire da questa sorprendente rilevazione heideggeriana, con la quale ci permettiamo qui di interpretare un artista del calibro di De chirico, possiamo lecitamente interrogarci circa la dimensione del tempo, così centrale in Dalì, lo si è visto a proposito della persistenza della memoria, una persistenza di derivazione bergsoniana, ma pure presente, ci pare, proprio nel celebre pittore italiano.

Per Bergson, il tempo che va considerato è quello connesso alla memoria e, al contempo, alla progettualità del futuro, poiché ogni singolo uomo concepisce se stesso, in modo squisitamente successivo, alla luce del ricordo persistente e, forse, indissolubile nella sua memoria e alla luce, pure, del futuro che lo attende e che egli si prefigura. In Heidegger, “dato che l’esistenza è possibilità e progettazione, tra le determinazioni del tempo (passato, presente, futuro), quella fondamentale (…) è il futuro” (Ivi:101.). Ma la cura strumentale, la cura dell’oggettività del mondo è la condizione fondamentale perché ogni esserci del mondo, sia. Solo curando il mondo e non distruggendolo, l’uomo può aprirsi dinanzi i diversi orizzonti di possibilità che gli competono.

E la cura è un’azione che si connette al passato: se l’umanità sa curarsi del mondo e curare il mondo, allora, grazie a questa azione passata, il futuro umano potrà essere assicurato. Dunque, benché si privilegi il futuro, secondo Heidegger, e, anzi, proprio in virtù di siffatto privilegio, la dimensione condizionale e condizionante del passato non può per nulla essere misconosciuta: ora, guardando il manichino di De Chirico nell’opera “Il grande metafisico”, rinveniamo proprio questi elementi fondamentali, in virtù degli spostamenti e delle giustapposizioni compiute dall’artista.

Lo sguardo del manichino, indubbiamente, non è dato rilevarlo, ma proprio ciò connette l’opera a qualcosa di misterioso e, del pari, a tratti, onirico, pur di un onirismo ben diverso da quello concepito da Salavdor Dalì. Possiamo immaginare, tuttavia, questo sguardo, come se il manichino sia entità vivente e un orizzonte di possibilità che si dischiude dinanzi al fruitore, interrogantesi sul senso dell’opera medesima. Questo sguardo si volge, verosimilmente, verso il fondo della piazza e si disperde nel vuoto. È il vuoto che si evidenzia nel nostro stesso guardare la figura, quando noi vediamo l’orizzonte pittorico: le linee di fuga si muovono con un movimento prospettico, che fa dell’orizzonte un importante punto di riferimento, accostabile al manichino stesso.

Non ci sono dubbi che il manichino sia ritratto di spalle; nessuna esitazione dovrebbe emergere quando si asserisce che il manichino rappresenta l’uomo, stordito fra passato e futuro: gli oggetti che lo compongono, sono oggetti del passato che acqusiscono nuova dimensione, per un futuro interamente progettuale, in cui ogni cosa, compresa – stando alla filosofia heideggeriana – la morte medesima, si rivela una possibilità: ” La morte è una possibilità di essere che l’esserci deve sempre assumersi da sé” (Ivi:99.). Nell’opera di De Chirico pare che si volgano le spalle al passato, per protendersi – in conformità con il compito precipuo dell’artista – verso il futuro, in una sospensione mistica e metafisica che è data dal presente: non è casuale che proprio alcune opere dechirichiane siano poste a illustrazione, in copertina e all’interno, del decimo volume di Storia della Filosofia di Reale – Antiseri!

Ma che cos’è metafisica per Heidegger? Per questo autore, la metafisica è un errore concettuale, una distorsione del pensiero, un fraintendimento del senso vero dell’essere, dunque dell’autentico valore dell’uomo. La metafisica, pertanto, va inesorabilmente rifiutata: “La metafisica classica, da Aristotele a Hegel e allo stesso Nietzsche, ha fatto ciò che l’analitica esistenziale ha mostrato essere impossibile: ha cercato il senso dell’essere indagando gli enti”Ivi:103. . L’essere non può coincidere “con la semplice presenza degli enti”, salvo non si voglia far coincidere, in modo del tutto assurdo, la metafisica con la fisica, da cui, però, si vorrebbe trascendere. Tutta la filosofia presocratica, secondo il pensatore tedesco, ha tentato di “dis-acondere” l’essere: in questa opera, i primi filosofi avrebbero sapientemente intuito che la verità si ha solo squarciando il velo dell’Essere, che è primario rispetto a ogni ontologia particolare. Prima esiste l’essere, poi esistono gli enti, intesi come determinazioni dell’essere medesimo.

Platone avrebbe, di contro, respinto questa basilare intuizione presocratica, capovolgendo, con ciò, “il rapporto fra essere e verità e fondando l’essere nella verità”: si tratta, questa, di una confusione linguistica, da abbettere mediante il recupero dell’originaria verità, sancita dai filosofi milesi, sino a quelli eleatici: la verità non è data dalla corrispondenza linguistica fra sentenza sul mondo e mondo, fra logos e ontos, fra parola ed essere. “Il linguaggio umano può parlare degli enti, non dell’essere” (Ivi:104-5.) . La possibilità fattiva di cogliere l’essere è data dalla volontà dell’essere stesso, che assume l’iniziativa dello disvelamento, del venir meno del velo che lo tiene a noi distante.

Questo disvelamento è già avvenuto in passato, non solo a opera dei presocratici, ma di tutto il lirismo antico e alla poesia in generale, la quale – per citare Leopardi – rifiuta l’uso dei termini, così connessi alla scienza e alla metafisica, per dare spazio alle parole. Secondo la riflessione dello stesso Heidegger, “il linguaggio è la casa dell’essere. In questa dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i guardiani di questa dimora”.

D’altronde, “nella forma aurorale della poesia, la parola ha un carattere sacrale: la poesia, lingua originaria, dà nome alle cose e fonda l’essere”. Ma la poesia non è solo insieme di parole, in quanto è atto intuitivo, sempre rinnovabile in chi ha una sensibilità artistica: ecco, allora, che la pittura non è più imitazione della natura, potremmo qui concludere, mediante una libera interpretazione che ci rimanda, nuovamente, a De Chirico. Se fosse imitazione della natura, la pittura non sarebbe altro che una “fisica per immagini”, così come la metafisica altro non è che una “fisica per tramite le parole”: in entrambi i casi, la dimensione veritativa sarebbe data dalla rispondenza linguistica fra proposizione formale e realtà ontica. Tuttavia, abbiamo visto che la verità non risiede in nessuna corrispondenza linguistica fra logos e ontos, così come – aggiungiamo – fra graphos e ontos, fra segno ed entità. Rifiutiamo la fisica per immagini, così come rifiutiamo la fisica per parole, in modo da apprezzare il dis-ascondimento – per usare un termine heideggeriano – operato dall’essere tramite il magnificente mondo poetico-pittorico.

In questo senso, l’opera dell’artista è proprio di fornire la percezione-guida del dischiudersi primigenio dell’essere, che è causa e non conseguenza degli enti specifici. Giustapponendo e spostando gli oggetti in posizioni poco consuete, ci chiediamo davvero, di necessità, che cosa sia davvero l’essere, il quale, nella folgorazione mistica del poeta-pittore, ha assunto la sua iniziativa di di-svelamento.

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