Da Socrate a Platone: l'azione della parola ordinatrice

Quando si pensa alla filosofia di Socrate, occorrerebbe interrogarsi, sin da subito, sulla portata rivoluzionaria del suo pensiero. La rivoluzione compiuta dal filosofo oracolare è una rivoluzione che ha coinvolto, prima di tutto, la parola, il logos. La parola può essere utilizzata come un’arma autentica e, in effetti, costituisce l’affilo più forte di cui l’uomo possa disporre. Saper utilizzare la parola con saggezza significa non trincerarsi dinanzi ad alcun compromesso: la verità, aletheia, va ben scandita e il filosofo non si può, programmaticamente, ritrarre da essa.
Un filosofo che non sappia utilizzare scientemente la parola è un falso sapiente, che pretende di trasmettere una verità addomesticata, falsa, parziale, che ha a che fare con un interesse particolare e, perciò, propriamente, si rivela una verità menzognera, una pseudo-verità, una verità falsa, elemento che va, evidentemente, a intaccare nel profondo lo stesso concetto di verità.

Platone

Platone

Chi ha sete di un sapere autentico, non ha nessun timore di gettare il sasso e di farsi, perciò stesso, dei nemici: la verità risiede nella contemplazione profonda e autentica delle cose, risiede nella capacità di discernere il bene vero rispetto al bene effimero, dietro cui si cela il male. Il sapere autentico transita, perciò, dall’educazione profonda dell’uomo, un’educazione che è educazione della parola ed educazione alla parola.
L’istruzione intera è istruzione della parola. Si spiegano le cose, si indicano gli attrezzi da utilizzare mediante la parola, si illustrano le procedure per tramite il verbo. La parola è il centro di ogni atto educativo: è elemento socializzante per eccellenza, è ciò che rende uomo capace di rapportarsi con serietà e profitto agli altri uomini, con cui costruisce e costituisce una comunità. E’ vero che fondamentale, nell’apprendimento, è l’esempio, il guardare, l’osservare e il fare: il sapere è tale se ha ricadute oggettive ed oggettuali, ovvero se si

Caricatura di Socrate

Caricatura di Socrate


cosifica, si reifica, si rende in un oggetto, che è il prodotto concreto di un’aziione sapiente. Così, un vaso è un vaso in virtù di una tecnica operativa che ha dato luogo all’oggettualizzazione del vaso: una serie di azioni si sono mescolate sapientemente a una materie preesistente, cui è stata così, altrettanto sapientemente, data forma. Le azioni sono azioni formanti, ovvero capaci di dare forma a quanto non è ordinato. Ma, se noi si riflette bene, è vero che quelle azioni che plasmano l’informe sino a generare il vaso sono possibili grazie alla parola: ogni azione è parola, veicolo primo con cui il sapere si trasmette. Non si è dinanzi al vaso in produzione in mesto, triste e raccolto silenzio! L’operazione del modellamento richiama gioia di fare, di operare, richiama la descrizione di emozioni che si condividono, così come si condividono pure le prassi che foggiano il vaso. Sì, perché l’autore del vaso è l’artigiano, che trasmette nel vaso tutta la sua passione creativa; ma, riflettendoci meglio, sono le prassi che fabbricano il vaso: l’azione è azione modellante e, se vogliamo rimanere entro l’esempio del vaso, sono in-vasanti, ovvero capaci di creare dal di dentro il vaso stesso. Quindi, l’autore del vaso è l’insieme delle azioni che al vaso conducono; l’artigiano è artigiano perché muove delle azioni che sono coautrici con lui del prodotto finito.
E le azioni sono descritte e comunicate dalle azioni stesse assieme alle parole che le commentano: l’0esito è che senza la parola trasmissiva, non vi è sapere, non vi è cultura, non vi è umanità. Tutta l’educazione, lo abbiamo detto nella nostra tesi iniziale, è, pertanto, educazione della parola, senza la quale nulla è di ciò che esiste: la citazione giovannea è qui, indubbiamente, un caso e un ricordo sotteso, certo, ma rappresenta, nel fondo, la verità. Se togliessimo le parole che accompagnano l’apprendimento, elimineremmo l’apprendimento medesimo.
E da qui abbiamo la possibilità concreta di approfondire la seconda locuzione che abbiamo in prfecedenza impiegato: educazione alla parola, ovvero educazione a ben utilizzare il linguaggio, in tutte le sue potenzialità. Era questo un obiettivo dei sofisti, i quali, quando relativizzavano ogni forma forma di sapere, non avevano di mira la dissoluzione di ogni paradigma culturale e valoriale, bensì cercavano di far comprendere ai contemporanei l’importanza di un’educazione umanistica dalla quale ogni altra forma di sapere pareva dipendere. Il nichilismo gorgiano, per esempio, si può intendere sia come un esperimento linguistico, sia come possibilità di umanizzare l’umanità, una volta compreso che tutto può essere altrimenti da come è oggi e da come a noi oggi appare. L’apparire e l’essere sono categorie filosoficamente distinte e distanti, benché si intersechino ripetutamente e incessantemente. La parola è metodo dialettico per eccellenza ed è sulla parola che bisogna investire.
Socrate è ben consapevole di questo straordinario risultato: egli sa che la parola educa, come educano le azioni e l’esempio, i quali, per essere significativi, abbisognano della parola stessa. Pertanto, Socrate è cosciente che l’educazione della parola, un’educazione che utilizza, nei fatti, la parola come strumento, si deve accompagnare a una sapiente educazione alla parola, perché il retto impiego linguistico ordina il retto fluire del pensiero. Pensare non è intorbidire l’animo, ma renderlo puro e capace di giungere ad alti ideali. Pertanto, il potere della parola è potere persuasivo: possiamo dunque sostenere l’esistenza di un potere strumentale della parola che, ordinando il pensiero e mescolandosi alla materia preesistente, foggia concezioni sempre più alte e più vere. In questa straordinaria consapevolezza risiede la sagacità del filosofo, che non è dominato – non lo può essere – da interessi particolari e, perciò, meschini. E il potere strumentale è potere della persuasione, una persuasione che non deve mai confondersi con uno sforzo di dominio sull’altro, pregiudicante la libertà.
C’è analogia, dunque, fra l’azione modellante una materia preesistente il vaso e l’azione educativa che bisogna saper intraprendere: ciò che esiste prima va ricodificato, rimodellato, riadattato, riplasmato. Anzi, propriamente, tutto ciò deve essere plasmato davvero per la prima volta!
Abbiamo sostenuto in apertura che la parola è arma davvero tagliente, un autentico affilo che penetra la carne degli uomini o, meglio, la loro anima. Si tratta di un mezzo tanto potente quanto violento e, perciò, pare difficile, all’interno della prospettiva che qui si è scelta – una prospettiva fra le diverse possibili, si badi bene – sostenere sino in fondo la tesi della non-violenza socratica. Ma indubbiamente Socrate non concepiva la violenza fisica, la ribellione armata, la lotta fra fazioni come risolutivi dei problemi politici della sua Atene: poiché la lettura che qui stiamo fornendo è un’interpretazione attualizzante del pensiero socratico, si potrebbe legittimamente arguire che Socrate non sarebbe favorevole alla violenza in generale. Lo stato che ricorra, per educare i suoi cittadini, alla “fazioneria”, alla faziosità e al vizio della competizione, è uno stato fallimentare, giacché educa alla divisione in luogo di costituire un’unica, grande comunità umana.
Si badi bene che l’intenzione di Protagora prima e di Gorgia poi è proprio di costituire, nel fondo, siffatta grande comunità umana, in cui si riconoscano le differenze culturali per salvaguardare quanto unisce gli uomini e superare ogni motivo di divisione. Nulla è, certo, e se anche fosse non sarebbe conoscibile e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile: il nichilismo è estremizzazione, logicamente conseguente, dei primi abbozzi di un relativismo culturale, il cui intento è dipingere l’uomo per ciò che è. L’uomo è l’animale razionale, dotato di parola, che è capace di creare comunità sempre più allargate e sempre più unificanti, perché le differenze non sono date, non sono conoscibili sino in fondo e non sono, in ultima istanza, comunicabili.
Socrate è debitore di questa imprescindibile teoria: l’uomo deve essere al centro dell’uomo. Non è un lapsus di scrittura, quanto appena digitato: ciò è, invece, intenzionale. Solo ponendo al centro l’uomo, l’uomo scopre – o almeno scorge – la propria umanità. Educare l’uomo all’umanità è educarlo a un uso intelligente della parola e alla parola, perché solo nel logos e grazie al logos possiamo davvero concepirci come uomini. E lo stato ha il dovere di impostare un’educazione degna, reale, filosoficamente capace di far emergere, da una materia preesistente, l’umanità implicita e potenziale di ciascuno di noi.
Questi concetti, che si possono riassumere nel potere ordinativo della parola, sono mutuati entro il pensiero platonico. Platone è un filosofo complesso dal punto di vista di una sua esegesi e, pertanto, qui iniziamo, semplicemente, ad abbozzare alcuni nodi del suo percorso, particolarmente accidentato, è vero, ma proprio per questo incredibilmente interessante. Sicuramente, Platone si deve innestare all’interno di una filosofia del logos nel suo senso più ampio: l’intera storia della filosofia a lui precedente, lo abbiamo rilevato altrove, è filosofia del logos. Il logos è elemento trasformativo e, perciò, inverante della filosofia di Eraclito, che vede, nel fuoco, il simbolo del divenire e che nella lotta polemica, nella guerra, intravede il destino dell’uomo ma, pure, l’incarnazione di un principio sempre cangiante e mai identico a se stesso. Nessuno di noi, per esempio, può vantarsi davvero di essersi bagnato nello stesso fiume due volte: a ogni identità si sottintende un’alterità, che è poi – antropologicamente e andando oltre all’Oscuro, come Eraclito venne definito – l’alterità dell’essere-uomo, dell’essere ciò che siamo. Noi siamo noi mentre non siamo noi: è persino piacevole asserire questo concetto, che è un po’ la summa, forse, di tutto l’antico filosofare.
I fisiologi e gli atomisti, gli eleatici e i pluralisti, tutti sottendono nella propria speculazione filosofica l’esistenza di un’alterità che si compenetra nell’identità, cui dà forma e colore, ovvero – per tornare alla genesi del nostro discorrere in questi fugaci appunti – un’identità che è plasmata attraverso la manifestazione unica e logoica dell’alterità stessa. Come dire che l’identità non esiste senza alterità, che è ciò che è preesistente e che va, pertanto, ordinata, disciplinata, forse, ma indubbiamente compresa.
Il filosofo che pensa, si rotella la testa

Il filosofo che pensa, si "rotella" la testa

Sfero e cosmo, per esempio, sono principi contrapposti quanto compenetranti, perché l’uno, benché esiste a rigore quando l’altro non è, pure esiste in contrapposizione dialettica e polemica all’altro, e ne rappresenta, quindi, la possibilità medesima del proprio essere. Sono tanti gli esempi che, grazie alla dialettica filosofica, dimostrano indissolubilmente che la filosofia è filosofia del logos e che questa ha a che fare con la lotta fra identità e alterità, ovvero fra umanità universale e cultura locale, che deve essere ricompresa, di nuovo, dal potere ordinatore e ordinante della parola.
Così giungiamo a un’ulteriore evidenza, conseguenza logica di quanto appena osservato. Gli arché classici sono arché che vorrebbero spiegare l’origine delle cose, dell’universo; ma questi principi ingenerati sono i principi del nostro essere-uomo, perché l’universo è stato, nella storia della filosofia, la prima forma di alterità con cui il pensatore-uomo si è confrontato. Alcuni manuali di storia della filosofia rilevano che è solo con la sofistica che la filosofia ha parlato, in senso proprio, dell’uomo; in realtà, la filosofia ha da sempre tentato di comprendere l’uomo, un uomo meravigliato del fatto stesso di esistere e che, perciò, dapprima ha creato i miti e le religioni che spiegassero il suo esistere come ciò che è altro da ogni esistente, per poi giungere ai principi mono-archetipici o pluri-archetipici che, da Talete sino ai post-democritei, si sono dipinti come divini, benché entro una progressiva filosofizzazione concettuale. L’identità dell’uomo è sempre in relazione con il potere della parola e con il raffronto con ogni alterità!
E Platone non è dimentico di questa lunga storia, che deifica la parola, nel momento in cui ne afferma il carattere strettamente umano. La parola è l’uomo stesso, in una identificazione da cui dipendono la stessa esistenza dell’uomo e la trasmissibilità del sapere, come già argomentato in apertura di questa nota. Ma la parola è dio, è il dio che foggia e forgia il creato, come avviene nel Timeo, il dialogo in cui Platone immagina un demiurgo, un artigiano, che ordina una materia preesistente, per dar vita al cosmo così come noi lo conosciamo.

One thought on “Da Socrate a Platone: l'azione della parola ordinatrice

  1. […] perché si scopra un arché che è tale nella sua assolutezza. Ma allora, se così fosse, perché Socrate si opporrebbe a tale riduzione del suo pensiero? Ecco il punto su cui urge una riflessione: non è […]

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