Platone e il mito: un falso ritorno alle origini della filosofia

Platone utilizza il mito nella propria filosofia

Platone utilizza il mito nella propria filosofia

La scientificità della filosofia

Una volta fondata la filosofia etica, il cammino del pensiero potrebbe muoversi quasi con le proprie gambe. In fondo, con Socrate sembra raggiunta la scientizzazione della morale e della cosmosofia.

In realtà, i problemi della filosofia non sono per nulla risolti con Socrate. Riprendiamo qui, rapidamente, alcune concezioni che abbiamo analizzato in precedenza, per rilevare talune aporie che, se certo indicano l’esistenza di difficoltà oggettive nella sfera della speculazione, pure però sono feconde per lo sviluppo della filosofia e il conseguimento di nuovi obiettivi che la scienza filosofica si può dare e si dà, di fatto.

Non è casuale che, per esempio, abbiamo scelto un’espressione così particolare come quella di scientizzazione e l’abbiamo adoperata sia a riguardo della cosmosofia, sia dell’ethos. Per quanto, in effetti, Socrate rifiutasse la filosofia della physys perché – a propria volta – aporetica e troppo irrazionale, nonostante lo sforzo di indicare un principio di derivazione cosmica insito in tutto il filosofare precedente, non si può misconoscere che la cosmogonia sia divenuta una forma di sapere razionale, extra-mitico, logicamente fondato. Allo stesso modo, per tramite dei sofisti prima e dello stesso Socrate dopo, la morale assume valore di scienza, la quale, per essere scienza, descrive quanto avviene e, al contempo, prescrive le norme di comportamento che noi, in quanto uomini razionali, dovremmo preferire.

Il mito, inteso come quella forma di filosofia pre-filosofica, di spiegazione del cosmo di tipo analogico e non logico, è superato dall’intenso apporto della filosofia, che scopre la propria dimensione scientifica nell’indagine dell’universo e della sua genesi, ma pure nel sapersi signora delle anime umane. Con l’avvento della filosofia, il mito non ha verun motivo di esistere. Eppure, Platone propone un intenso uso del mito all’interno della filosofia, evento che deve essere, quantomeno, giustificato, se è vero – com’è vero – che, quando leggiamo i dialoghi platonici, pretendiamo di fare sempre della filosofia.

Non possiamo ammettere che, con Platone, ci sia un ritorno all’oscurantismo mitico. Una volta individuato l’arché metafisico del reale oggettivo e del reale soggettivo, una volta compresa l’esistenza di un pensante e di un pensato, di un principio e di un principiato, difficile, se non persino impossibile, è prospettare un ritorno indietro del flusso del pensiero. Le conquiste, anche davanti al pesante muro dell’aporia, permangono, nonostante, talvolta, inconsciamente si vorrebbe abbatterle, per le ripercussioni negative che esse potrebbero avere per alcune forme di potere, minate dalle medesime conquiste.

La filosofia è pura astrazione concettuale, ma la possiamo ben rappresentare, in analogia al mito, per immagini

La filosofia è pura astrazione concettuale, ma la possiamo ben rappresentare, in analogia al mito, per immagini

Quali sono, dunque, le conquiste salienti che non si possono asciare in alcun modo? La prima è proprio il costituirsi della filosofia come scienza, come strumento di investigazione onnicomprendente e onnicomprensiva. Le speculazioni filosofiche, difatti, non riguardano solo un ambito specifico a talune aree del mondo umano o animale, ma convogliano l’attenzione di una molteplicità di campi, tale da potersi dire che la filosofia abbraccia ogni ambito della realtà. Certo, forse la filosofia non può comprendere ciò che sfugge all’uomo, a causa dei limiti intellettivi di quest’ultimo, ma, anche in quest’ipotesi, la filosofia non disperde alcun valore scientifico. In fondo, si fa scienza di quanto è dato conoscere, pensare, sperimentare e capire; quello che è escluso dall’esperienza umana, anche di natura metafisica o intuitiva, non esiste per l’uomo e non ha senso neppure chiedersi qualcosa al riguardo.

Quanti, dunque, sono gli ambiti del reale, tanti sono, infine, le aree di interesse della filosofia, strumento massimo della razionalità umana. La seconda conquista che, come si diceva, non può essere abbattuta da nessun’ascia, riguarda la consapevolezza che il mondo esiste e va spiegato, in modo razionale e coerente. Ormai non è più legittimo credere nell’esistenza di un arché, capace, da solo, di giustificare i fenomeni terracquei, ma una spiegazione ai fenomeni deve, comunque, essere assegnata.

Ricordiamo qui, pur fugacemente, che una questione irrisolta per la speculazione filosofica era la possibilità di salvare i fenomeni, quando il principio metafisico esplicativo era uno solo. È pressoché improbabile ritenere che l’acqua di Talete potesse davvero salvare i fenomeni. Ciò che è oltre la concreta esperienza sensibile del singolo individuo pare, in effetti, sfuggire alla comprensione che il principio taleteo aveva adottato. Evidente che, per ogni presocratico, si potrebbe prospettare questa stessa critica da noi mossa, in modo esemplificativo, contro Talete.

Ma il problema del principio unico trova le più straordinarie contraddizioni nella filosofia eleatica: l’Essere non giustifica per nulla gli esseri particolari, non dà senso alla nostra medesima esistenza oggettiva e, dunque, la necessità di salvare i fenomeni è ancor più elevata, ora, rispetto all’inizio della storia della filosofia. Gli arché più antichi erano, in realtà, fortemente intuitivi, e quindi applicabili, almeno, alla porzione di realtà esperita dal filosofo, mentre l’Essere eleatico non è in grado di spiegare alcunché. L’unica affermazione che, dal punto di vista esclusivamente logico, si può effettuare, è la seguente: “L’Essere è, il non-essere non è”.In altri termini, dell’Essere possiamo predicare esclusivamente l’essere, ma non siamo in grado, con la nostra esile intelligenza speculativa, di determinare come l’Essere stesso possa mai venire in contatto con il mondo in cui noi abitiamo.

Salvare i fenomeni significa dare a ogni realtà particolare la possibilità di essere colta con un predicato: per esempio, nella proposizione “L’uomo è animale razionale”, abbiamo definito in modo inoppugnabile almeno un’essenza dell’umanità tutta, ossia la razionalità. E, pertanto, possiamo ben affermare che l’uomo esiste.

Sebbene il problema cui si sta facendo riferimento è destinato a divenire subito molto più complesso di quanto appaia di primo acchito, se non altro perché è possibile predicare di qualcosa un attributo falso (è falso dire che “L’uomo è animale volante”, anche se lo posso dire tranquillamente), il fatto della predicabilità è garanzia della possibile salvaguardia dei fenomeni.

Dunque, la terza conquista della filosofia è proprio questa: i fenomeni esistono e vanno spiegati, in quanto predicabili di qualcosa. La filosofia è la ricerca della predicabilità dei fenomeni.

La quarta conquista – ragionando quasi come se si dovessero elencare tutte – è che la morale deve avere un fondamento autonomo, non religioso e non frutto di un’asettica tradizione, che si fonda sul sapere della maggioranza o sull’abitudine. Socrate è stato maestro nel professare questa specifica verità, che forse non ha alcuna attinenza con la metafisica, ma pure ha un valore forte, perché ciò che l’etica asserisce, deve comunque essere assertiva e prescrittiva a un tempo.

Infine, ma non si tratta di una conclusione reale quanto una di circostanza e, quasi, di logica necessità, la conquista della filosofia coinvolge la sfera della politica e dell’insegnamento, della formazione di uomini dediti al servizio degli altri cittadini, senza che prevalgano mai i propri interessi particolari. La politica è la concretizzazione e la realizzazione massima dell’etica.

È da queste consapevolezze che bisogna prendere le mosse, per valutare appieno Platone e rispondere in modo adeguato circa l’interrogativo della funzione che il mito ha all’interno della sua filosofia.

Il ruolo del mito nel pensiero occidentale

Per quanto il mito non sia filosofico, esso, almeno in Occidente, contiene forse già agli albori, quando nacque l’era della mitopoiesi, quei caratteri dello spirito greco da cui la filosofia si sarebbe abbeverata. Sembra assodato dai critici contemporanei, i quali invero possono avere una visione distorta della storia filosofica a causa della cultura stessa che loro rappresentano, che l’immaginazione omerica possedesse quel senso di armonia, di euritimia (di ritmo felice ed equilibrato), della proporzione, del limite e della misura, elemento costante e incontrovertibile della filosofia greca.

Ribadiamo subito che i critici possono pure essere accecati dalla propria appartenenza culturale, la maggioranza di essi essendo occidentali e derivando il proprio sapere proprio dalla indubbiamente straordinaria speculazione greca. Eppure, qualche motivo di suggestione è possibile rinvenirla entro questa ipotesi che, se opportunamente sviluppata, andrebbe a indicare come il mito occidentale, sin dalle sue prime manifestazioni, nonostante procedesse per immagini e non tramite il logos, mirava a una spiegazione totale della realtà, così come farà, poi, la filosofia: quest’ultima è quasi figlia e continuazione, dunque, del mito, perché entrambe le forme di pensiero (immaginifico o razionale), si interessano alle stesse cose e, nel fondo, si muovono pressoché con il medesimo metodo.

Il pensare per immagini di Omero, rispetto ai poeti orientali, si può reputare meno distante dal pensare per concetti, tipico della filosofia. E che la filosofia sia sapere concettuale, è evidente: ogni principio che incarna la realtà, è un concetto che si immanentizza nel reale. Il procedere filosofico è di tipo causale, si muove secondo una logica causa-effetto, per nulla misconosciuto dal precedente sapere mitico. Esiste, dunque, una continuità tra mito e logos e, pertanto, sembra improbabile che, con Platone, si registri un ritorno all’oscurantismo precedente la nascita della filosofia.

Ma, ancora, le considerazioni che si possono effettuare in proposito sono più complesse e meritano ulteriori analisi.

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