La filosofia del logos dalle origini a Socrate

La filosofia ha sempre utilizzato la ragione? Ha sempre fatto del ragionamento, del logos, il suo centro fondamentale? Quando, propriamente, possiamo asserirne la nascita?
Abbiamo avuto già modo, almeno in parte, di fornire una primitiva risposta a questi interrogativi, che nondimeno si ripropongono qui, per fornire a essi una nuova prospettiva e tentare, dunque, di indicare altre possibili percorsi rispostivi.
Innanzitutto, sembra evidente che l’uomo abbia sempre pensato e abbia cercato di comprendere la realtà che lo circonda e, soprattutto, abbia provato a dare a se stesso un’opportuna dimensione di senso. Ciò che, tuttavia, è cambiato con l’introduzione della filosofia concerne il modo con cui questi pensieri vengono edificati, progettati e posti fra loro in relazione: il pensiero precedente era magico, religioso, sapienziale, poetico, analogico. Con il termine analogico si intende tutto quel vasto processo di pensiero che non utilizza la logica, ma è a essa anteriore: il pensiero precedente alla filosofia non era speculativo, bensì era frutto di un atto di divina ispirazione, una concezione degli dèi, che folgorano l’uomo e donano a lui – ad alcuni uomini prescelti, in verità – la risposta ai problemi e agli interrogativi da lui stesso formulati.
La religione, il mito, insomma, sembrano essere elementi che si contrappongono alla filosofia, che è razionalità pura, non certo intuizione derivata dalla potenza e dall’aribitrarietà divina! Mito e logos: due diversi modi di pensare e di concepire il pensiero! Ciononostante, in effetti, abbiamo pure sottolineato altrove gli elementi di continuità e di interesse che, senza dubbio, il pensiero magico-religioso rappresenta nei riguardi del sapere filosofico e, pur con le distinzioni del caso, non si è avuto alcun dubbio nell’asserire che il mito sia una forma di filosofia pre-filosofica: l’importante, evidentemente, è saper distinguere opportunamente i termini e contestualizzare le diversità esistenti fra folgorazione e pensiero razionale.
La ragione investiga, senza pretendere di comprendere subito le cose nella sua totalità e assolutezza. I primi filosofi si sono chiesti, mediante uno sforzo del loro pensiero personale, individuale, quale fosse il principio primo, costitutivo dell’universo. Al mito, essi hanno sostituito il logos, la speculazione che è possibile solo mediante il principio discorsivo della ragione. Dunque, dall’intuizione sovrasensibile del pensiero mitico, che pure era pensiero esplicativo, si è transitati al pensiero razionale, logico, frutto di un discorso umano: non c’è filosofia senza parola, senza riuscire a distinguere e classificare i significati delle cose, che spesso venivano confuse – bisogna riconoscerlo – con i termini che designavano quelle cose medesime.
La filosofia ha un sapore realista, in questo senso: il mito pare negare la realtà, pare distante dalle cose, perché sono gli dèi la causa ultima, l’arché, del mondo, che sono annichilite dall’arbitrio divino di rendere le cose che sono come sono; nel pensiero mitico sussiste, invero, un secondo limite, connesso con il primo: gli dèi decidono chi sono i soggetti destinatari della propria rivelazione (Omero, Esiodo, i sacerdoti, i sapienti dei templi, gli oracolari, gli aedi). Con l’avvento della filosofia, invece, il protagonista del farsi del pensiero è il pensiero medesimo, ossia l’uomo stesso, in quanto soggetto dotato di ragione: si tratta di una straordinaria differenza. La filosofia nega il diritto divino a decretare chi sia depositario della verità e, al contempo, non ammette che siano gli dèi a stabilire quale realtà è degna di esistere. La filosofia è, pertanto, considerata empia, contraria alla religione, contraria alla cultura sapienziale dominante. L’atto speculativo, del resto, spiega l’esistente a posteriori, ossia spiega la realtà che ci circonda e che ci è data, poiché già la dobbiamo presupporre, se la conosciamo al punto di doverla spiegare e giustificare. Se il mito è pensiero esplicativo che assegna alle divinità il ruolo attivo di causa prima, il pensiero razionale non accetta la propria subordinazione a dio: il mondo non è generato, donato, ma è esistente attorno a noi, in attesa, solo, di essere compreso dall’intelligenza (nous) che noi possediamo.
L’empietà della filosofia deve, a questo punto del nostro discorso, essere considerata come elemento centrale del suo stesso essere e del suo costituirsi; l’obiettivo della speculazione filosofica è di far incrementare il nostro livello di conoscenza: il sapere filosofico, lo si è accennato, si presenta primariamente come scienza.
La ricerca dell’arché è ricerca razionale di un principio razionale onnicomprensivo: l’acqua di Talete trova la più recondita motivazione nella consapevolezza che tutte le terre sono circondate dal mare, lungo i cui flutti Greci e, prima, Fenici avevano intrapreso la navigazione. Il periodo degli albori filosofici era quello della prima mappatura della terra. L’àpeiron di Anassimandro rappresenta lo sforzo di coniugare finitudine e infinitudine, materia e trascendenza, che solo nell’aria rinviene la propria sintesi. Ma pure i filosofi eleatici ricercano una forma di arché razionale, che si trova nell’Essere primigenio che cosparge della propria essenza ogni realtà particolare. I fisici pluralisti reputano, tuttavia, un grosso limite ritenere il fondamento del cosmo l’Essere, perché, in fondo, è proprio l’esistenza ciò che deve essere giustificata dal principio: il giustificante non può, logicamente, coincidere con il giustificato. Il soggetto non è l’oggetto: ci deve essere una scissione fra il principio e il principiato, fra soggetto e oggetto, fra idea e realtà, fra fisica e metafisica. La dualità è l’essenza centrale della filosofia.
Ma, ancora, come abbiamo già abbondantemente argomentato, con la dottrina dell’Essere, Parmenide, Zenone e Melisso non giungono a una spiegazione esaustiva e coerente, capace di dare senso ai fenomeni, che sono, di fatto, esclusi dal loro speculare e riportati all’interno della loro filosofia esclusivamente in modo surrettizio. Certo, le caratteristiche dell’Essere devono essere mantenute, ma non possiamo ritenere che un principio unico come quello taleteo o anassimeneo possa spiegare una realtà tanto complessa come il cosmo: l’arché viene così moltiplicato e si transita a una molteplicità archetipa (radici, semi, atomi) capaci di governare e dare fondamento alla realtà.
La filosofia ha, in questo ragionamento, dimostrato appieno il proprio valore scientifico e speculativo: il principio del reale è scientifico, è fisico, è naturale, pur avendo una matrice indubbiamente trascendente e metafisica. La sofistica si inserisce entro questo specifico contesto, approfondendo alcune contraddizioni, nondimeno, della filosofia-scienza. Non è sufficiente che il sapere si soffermi sulla cosmogonia, perché è l’uomo stesso e la sua condotta che devono essere giustificate. Anzi, propriamente, il compito della filosofia è di indicare le forme più opportune – forse quelle più opportunistiche – del comportamento umano: nel descrivere e nel prescrivere le regole di condotta tramite un principio razionale, la filosofia si fa etica e assume, così, una valenza nuova, possibile solo quando non si attribuisce valenza centrale alla cosmosofia, ossia alla sapienza che spiega l’universo. Siamo ben oltre al compito di indicare l’arché cosmico, per raggiungere un arché umano.
Le contraddizioni della fisica hanno portato Gorgia al nichilismo estremo, che confuta il relativismo positivo che Protagora,
fra i primi speculatori della sofistica, aveva proposto. Ma qui trova pure terreno fertile pure Socrate, il quale, da un lato, nega valore all’intera filosofia della physis, quella che ha avuto centralità sino all’epilogo del V secolo, quando nacque la sofistica e Socrate stesso professò la propria filosofia. Dall’altro, il medico delle anime, come lui si considerava, od ostetrico della psiche – le due locuzioni sono equivalenti – riteneva che lui avesse un demone che lo mordeva a tal punto da non potersi trattenere dal dire la verità, a costo della vita, a chi si intratteneva in una insana conversazione con i sofisti: anche il pensiero di costoro non può essere valido.
Abbiamo asserito che è con Socrate che, propriamente, inizia davvero il cammino filosofico. Il suo pensare ai valori fondanti la comunità e il suo deprecare il falso sapere dei fisiologi, da Talete a Democrito, e dei sofisti, soprattutto dell’ultima generazione, è frutto del logos, il solo principio archetipo capace di orientare a una condotta corretta ogni uomo dotato di intelletto.
La filosofia socratica è filosofia del logos, della ragione, del pensiero, della parola: abbiamo rilevato altrove l’importanza di indicare chiaramente il significato dei termini, poiché il sapere vero e quello falso vengono separati, propriamente, da una serrata analisi sintattica (il modo con cui costruiamo il discorso) e, soprattutto, semantica, mediante una comprensione del seme significato. Le cose sono le parole, le parole sono le cose: a tratti, questa confusione realista, che vuole i concetti come realmente esistenti, permane e giustifica la filosofia socratica, come quella platonica.
Il logos è il primigenio della filosofia. Ma il logos è stato l’elemento innovativo dei fisiologi, di tutto il pensiero presocratico: dunque, a rigore, la filosofia nasce nel momento in cui si è avvertito la necessità di abbattere la spiegazione mitica delle cose, a favore di una razionale e speculativa. Eppure, di nuovo, la critica socratica e la sua venerazione apollinea dovrebbero essere spia di un rivolgimento compiuto nella speculazione dell’inizio del IV sec. a.C., un rivolgimento che segna un secondo inizio, quello vero, della filosofia. Vogliamo con ciò asserire che, se la filosofia nasce fra l’ VIII e il VII secolo, questo inizio è solo parziale: il linguaggio di Eraclito e di Talete era linguaggio analogico, para-mitologico, oscuro, religioso. La religione veniva negata con le sue stesse armi, brandite dall’armata filosofica, senza che si fondasse davvero un nuovo terreno su cui costruire l’innovazione. Paradossale: si usa il logos, si fa persino del logos un principio archetipo, come è accaduto a Eraclito che lo ha colto nel divenire del fuoco, ma non si esce appieno dal pensiero magico, mitico, a cui si attinge, di fatto, sino a Socrate. Solo con lui si supera ogni traccia (e ogni taccia) di dionisiaco, a favore del razionale dio Apollo.

One thought on “La filosofia del logos dalle origini a Socrate

  1. […] della sua medesima interpretazione, era la sua filosofia. Così teologia e metafisica nascono con Talete e passano attraverso i fisico pluralisti che compresero come un arché unitario è, filosoficamente, […]

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