La matematizzazione della virtù


Tra i concetti introdotti da Socrate, come già si è avuto modo di accennare nelle precedenti riflessioni, vi è quello dell’autonomia dell’uomo, il quale, se vuole essere davvero virtuoso, non può sottomettere il proprio comportamento a qualche arbitrario principio estrinseco, me deve, di contro, rinvenire in se stesso il principio-guida della propria condotta.
L’uomo deve essere libero, in ogni senso, altrimenti egli non è uomo: quando ci si lascia trascinare dagli appetiti animaleschi, non si possiede alcuna dignità e qualsiasi comportamento immorale diviene lecito, giustificato e ritenuto, erroneamente quanto pericolosamente, morale. L’uomo-bestia crede morale, in altri termini, quanto non è tale: dinanzi a questa circostanza, è opportuno educare i giovani in formazione a dominare l’animalità: l’idea del dominio è definita da un termine, ritenuto da molti storici della filosofia coniato dallo stesso Socrate: enkràteia.
Per conseguire l’enkràteia, è necessario il controllo della ragione, della psyché, considerata da Socrate la condizione sufficiente acciocché si consegua la felicità. La felicità non è data, dunque, dal possesso delle cose, perché, infine, saranno queste a possedere noi e la nostra anima, condannata, di fatto, alla sua morte: l’anima, ossia la parte autentica di noi, è destinata all’infelicità, dato che noi diventiamo, in virtù del desiderio di accumulazione, illiberali nei pensieri e negli atteggiamenti e ansiosi nel nostro modo di porci nei riguardi degli altri.
Il concetto di felicità che ha in mente Socrate è decisamente razionale: l’autonomia, il dominio di sé dell’uomo è una questione logica, del logos, della ragione e non del cuore, il quale è veicolo di passioni e appetiti poco nobili e, pertanto, per nulla connessi al bene vero dell’uomo. Non si può, a partire da queste premesse, confondere il piacere con la felicità. Il piacere, concepito in un senso assoluto, fiacca l’anima, che sarà costretta a un ciclo ancor lungo di incarnazioni, prima di raggiungere la beatitudine divina cui naturalmente aspira.
Eppure, dopo questa annotazione che sembra superare ogni traccia di edonismo, di adesione incondizionata al piacere da parte della nuova filosofia che si stava costituendo in Atene, Socrate torna sulla questione – stando alle interpretazioni platoniche – per proporre un’etica del calcolo, della commisurazione situazionale del piacere, che il saggio deve essere capace di discriminare, modulare e dosare.
Misurare è un concetto matematico. Certamente, l’etica è distante dalla matematica e dalla scienza, ma siffatto modo di vedere l’arte del comportamento è comunque troppo riduttivo. Subito, intanto, abbiamo messo in evidenza, quasi senza che sia stato esplicitata, l’idea che l’etica sia un’arte. Arte è quanto è artificiale, prodotto che all’interno un arché ben specifico e che racchiude, al contempo, la virtù o areté: ne avevamo già discusso in un altro capitolo del nostro filosofare.
L’arte, a rigore, è una scienza; anzi, essa è una scienza del calcolo: non sarà un caso che Aristotele avrebbe asserito, successivamente a Platone, che la virtù è nel mezzo delle cose, in una sorta di equidistanza, che sa di retta mediana o di asse di un segmento o di un corpo. Tutta la storia della filosofia greca – e forse anche dei periodi successivi – sottintende l’importanza del calcolo per decifrare il giusto rapporto di virtù. Non si è virtuosi se ci si lascia dominare troppo (cioè oltremisura), ma non lo si è neppure se si domina troppo sull’altro o sulla natura. L’equilibrio è fondamentale, affinché l’edificio non crolli, implodendo su se stesso!
I numeri sono, del resto, la cifra del pensiero greco. Architettura, scultura e musica, per esempio, si basavano su un canone, o nomos, che era la legge di perfezione per antonomasia. Nelle arti plastiche e nella musica sussiste un equilibrio, una proporzionalità di sapore metafisico fra i diversi elementi. Il numero è coefficiente di proporzionalità, frutto di ponderazione, di calcolo, quasi si potesse concepire razionalmente l’universo e dare a esso un senso, mediante un processo di matematizzazione progressiva di ogni porzione del reale e di ogni entità concepita da mani d’uomo.
E la matematica – l’aritmetica come abilità di calcolo – confina e sconfina nella geometria, che rappresenta l’armonioso rapporto fra figure piane e solide, dato dalla sezione aurea, aritmeticamente determinabile. Le statue e gli edifici si rendono, così, portavoci di virtù, di valori in cui il Greco si deve riconoscere e identificare: i numeri, la matematica, la geometria si rivelano l’essenza della paideia, dell’educazione/istruzione, della formazione del buon cittadino rispettoso delle regole di cittadinanza. Nell’arte emerge un messaggio etico, che rinvia al nostro problema di definire il comportamento etico come scienza, come processo della ragione, primizia al conseguimento di ogni felicità.
Il concetto etico di Socrate è definito eudemonista poiché, al centro, è collocato il concetto di eudaimonia (eudemonia), ossia di felicità. Solo con Kant davvero possiamo svincolarci dall’eudemonismo per raggiungere la piena autonomia valoriale e, perciò, la libertà autentica e suprema. Giacché abbiamo argomentato come l’etica socratica sia autonoma, autocratica (ossia basa il potere di se stessa su se stessa), sembra qui esserci una contraddizione non secondaria: il dominio socratico di sé non è puro, ma sempre subordinato al calcolo. Il bene è sempre l’utile. L’utile di Socrate è però non quello del corpo ma dell’anima. La precisazione è sufficiente?
Sinora abbiamo cercato di delineare i percorsi in base ai quali Socrate supera il sofismo di Protagora, che indicava lecito il giudizio del singolo uomo, riflessione importante per un relativismo che, esasperato, porta al nichilismo gorgiano e al valore assoluto della parola: il sentiero che si apriva innanzi a noi era di vedere nell’utile un pericolo che andava a incrinare ogni logica politica, perché ciò che è utile a me, è nocumento per un altro individuo. Le guerre e le lotte sono frutto dell’accecamento passionale di non sapersi accontentare della propria situazione e di voler, invece, sempre sopraffare l’altro. In ciò, siamo ben distanti da una condotta razionale e, dunque, etica, la sola che porta, in ultima istanza, alla felicità.
L’illusione di un certo benessere, dinanzi a un relativismo che si colora di nichilismo, è costruito artificialmente mediante l’arte dell’oratoria, i cui principali maestri erano i sofisti. Ma se l’oratoria è l’arte della parola e della persuasione, anche questa è frutto di un calcolo, più o meno surrettiziamente compiuto, circostanza che non rende la sofistica così distante dall’insegnamento socratico, così limitato e limitante quando interpretato entro questa specifica dimensione.
Forse non è casuale l’accusa mossa dagli Ateniesi e da Aristofane in particolare, i quali, alla vigilia della sua condanna a morte, lo consideravano non certo il purificatore della patria, bensì un sofista e, anzi, il peggiore sofista, perché, peraltro – oltre ai limiti speculativi già da noi enucleati nei capoversi precedenti – Socrate aveva denigrato il naturalismo dei primi filosofi, da Talete a Democrito, per poi riprenderne le idee, in una sorta di s
incretismo della physis, in modo decisamente capzioso.
Il dubbio che sovviene è se è davvero sufficiente asserire che, quando l’utile sia quello capace di nutrire l’anima, si trascenda ogni principio sofista, per giungere a una dimensione di libertà autentica. La risposta socratica è che la virtù non è altro che il ricercare la virtù stessa: una risposta interessante, giacché, quando in effetti si conseguisse la verità, non ci sarebbe più motivo per vivere ulteriormente, ma come calcolare davvero ciò che deve ancora essere ricercato? Come posso conoscere quanto ancora non conosco?
Socrate osserva che, in realtà, la virtù è pure nota, pur non in modo pieno, dentro di noi; nondimeno, abbiamo pure notato che egli può essere, come ogni altro sofista, un falso maestro, che parla interessatamente, per un calcolo che giova a lui medesimo e non alla collettività: una volta smascherato l’arcano e scoperta la verità celata nella sua dottrina, la condanna a morte di chi è stato definito corruttore dei giovani pare essere sorte inevitabile.

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