Socrate e la nuova paideia: un’educazione permanente per un chiarimento definitivo di se stessi

L’insegnamento dei sofisti avveniva tramite arringhe, riferimenti alla tradizione poetica e, in generale, tecniche capaci di suscitare l’apparato immaginifico degli uditori e non di accrescere, invece, almeno all’apparenza, le  potenzialità logiche di questi ultimi, sebbene la logica sia in realtà un caposaldo dell’argomentare e, quindi, sia comunque un obiettivo presente all’interno dell’insegnamento sofistico.
L’immaginazione, dunque, è più forte della logica. Ma ciò che si acquisisce in questo modo può pure apparire forte e intenso in un certo momento, sebbene la veemenza delle parola possa pure scemare nel corso del tempo. In ogni caso, se il sapere così recepito divenisse stabile nell’anima di chi ascolta, allora il suo comportamento potrebbe pure corrompersi irreparabilmente.
Dinanzi all’istanza appena indicata, si potrebbero nutrire diversi dubbi, in verità: il primo dubbio riguarda la figura medesima di Socrate, la quale si arroga il diritto di essere un maestro superiore agli altri, di essere vero sapiente, senza nondimeno fornire – in apparenza – alcuna prova circa la propria supremazia intellettuale.
Abbiamo, in effetti, chiuso l’ultima nostra analisi, rilevando la circostanza dell’inesistenza di una garanzia obiettiva della superiorità di qualcuno su qualcun altro: la questione di discriminare i buoni maestri da quelli pessimi rimane aperta e, pertanto, arduo è determinare a chi affidare l’educazione (in greco paideia) delle nuove generazioni.
Escluso il dover ricorrere a maestri a pagamento, nonostante siffatta scelta si collegasse alla professionalità propria dei sofisti, Socrate non afferma per nulla di essere lui il maestro sublime cui ci si debba rivolgere. In modo forse semplicistico, ma non per questo errato, potremmo ben asserire che ognuno di noi è maestro di se stesso, il protagonista unico e certo della propria educazione e delle propria formazione.
Nello scrivere questo appunto, sovviene il dubbio – un po’ forte e un po’ anacronistico, senza dubbio – circa l’aver Socrate intuito l’importanza di una long-life education, di un’educazione (che nel vocabolo anglosassone racchiude lo stesso concetto di paideia), la quale non perduri solo un lasso di tempo limitato, bensì abbracci l’intero percorso della vita. Con una provocazione, si potrebbe asserire che, allorquando si consegua la verità ultima e incontrovertibile, allora l’indagine filosofica è davvero terminata: poiché l’unico termine reale che a noi è dato sperimentare è la morte e poiché, di nuovo, la morte non rappresenta necessariamente l’approdo dell’indagine, allora potremmo pure credere che il saggio, con la sua esperienza di anziano che si approssima alla final meta, non ha ancora risolto tutto, ma ha solo raggiunto una probabile serenità, ed è questa sufficiente alla retta azione quotidiana.
I temi che abbiamo or ora portato sul tappeto non sono semplici e vanno, quantomeno, schematizzati:

  1. La questione di una long-life education o educazione/istruzione permanente caldeggiata o anche solo intuita da Socrate: questa idea, si ribadisce, è indubbiamente prematura nell’era classica poiché solo la complessità del mondo contemporaneo gioca a favore di una paideia tanto vasta, quanto interminabile. Comprendere la complessità, in effetti, non è questione di poco conto e richiede uno sforzo che, da parte dei più desiderosi di apprendimento, non smette se non alla vigilia della morte. Socrate contesta il sapere immediato dei sofisti e di chi partecipa alle loro lezioni: il sapere non è dato mai una volta per tutte ma deve sempre essere rivisitato e ricostruito;
  2. Il compito del saggio o del filosofo è di educare di un’educazione vera, autentica, ossia morale. Si ribadisce qui lo stretto legame fra educazione piena e totale e la virtù, base primaria, a propria volta, dell’azione politica. Senza educazione non c’è politica e l’educazione è frutto di un contatto personale con il saggio, il quale non possiede la verità, ma è in grado di intuirla superbamente. La differenza fra i sofisti e Socrate è data dalla capacità di quest’ultimo di immaginare, di intuire il vero, senza nondimeno possederlo. Qualora lo possedesse una volta per tutte, il resto della vita sarebbe un non-senso, giacché il filosofo avrebbe compiuto tutto quanto doveva compiere. La morte di Socrate è indicativa, in questo senso, perché permette di cogliere come l’intuizione del vero possa, in ultima istanza, coincidere con il vero stesso: egli può morire in pace, nella speranza di aver insegnato agli amici e discepoli un metodo d’indagine che, se applicato, permette di lambire sempre più prossimamente la verità;
  3. Il metodo dell’indagine è prioritaria e preordinante rispetto a ogni contenuto: il contenuto può pure essere dimenticato, ma il processo permane per tutta la vita ed è indefinitamente esportabile. Il motto socratico è molto semplice: ordina di conoscere se stessi, di affinare la conoscenza della propria anima, signora assoluta del corpo e a esso superiore. Anzi, l’anelare ultimo dell’anima è di librarsi ben oltre ogni dimensione corporale! Ma il nosci te ipsum indica più un approccio metodologico che una questione contenutistica: il maestro Socrate è solo tale rispetto alla tecnica d’insegnamento, dato che i contenuti del sapere e il retto orientamento dell’anima verso l’azione morale ciascuno è, poi, in grado di rinvenirli in modo autonomo. Se dovessimo accettare come parere incontrovertibile quanto esposto da un maestro, allora noi saremmo etero-diretti, la nostra morale diverrebbe eteronoma e noi si perderebbe quell’autonomia di cui già abbiamo parlato, definendola essenziale per ogni morale che sia autentica.
  4. Il metodo utilizzato da Socrate non può essere tecnico in senso pieno: se prima si è utilizzato un vocabolo simile, lo si è fatto solo per economia di discorso. Tecnicismi sono le arringhe dei sofisti, le cui abilità erano tali da poter infiltrare nell’anima degli astanti o un sapere effimero che perde di veemenza nel corso del tempo – come si diceva in apertura di questa discussione – o un sapere corrompente l’anima stessa. Quando il mio comportamento è dominato dalle passioni più irrefrenabili e diventa parte integrante del mio essere, allora la mia anima è corrotta in modo irreparabile.
  5. Il metodo socratico punta alla precisione lessicale. Il richiamo al lessico è l’essenza della filosofia. Argomentare è chiarire, indicare i significati delle cose è spiegare. Nell’argomentazione/chiarimento/spiegazione si staglia la filosofia come scienza prima, la scienza madre di tutte le altre discipline, che a lei si subordinano. Senza la filosofia non si può fare episteme, scien
    za, ma si rimane nel gretto campo della doxa, ossia dell’opinione, sempre contraddicibile;
  6. La filosofia, pertanto, è essenzialmente logica: ha, in altri termini, a che vedere con il logos, l’abilità discorsiva e di ragionamento suprema. Gli errori nelle valutazioni discendono dal non attribuire alle parole il giusto e retto significato. Così come per ogni oggetto esiste un uso retto e uno non-retto, oltre che un eventuale uso/non-uso neutro, analogamente esiste un uso proprio e uno improprio dei diversi beni materiali tradizionali di cui si è già detto altrove: la ricchezza, la gloria, la signoria, la potenza, la salute e la vita. Ma l’analogia non è conclusa ancora: ogni termine che noi utilizziamo ha un’accezione buona, santa, propria, bella, pura e altre che ne sono il contrario, quando non persino l’opposto. I sofisti si divertivano a creare colpi d’effetto mutando surrettiziamente il significato alle parole che stavano di volta in volta utilizzando. Così il pubblico amava, indubbiamente, i loro discorsi, che però erano capaci più di disgregare l’anima che di darne il giusto benessere;
  7. Le parole, dunque, sono una sorta di farmaco capace sia di liberare le potenzialità intestine alle cose e alle persone, sia di dar loro il veleno. L’accezione del termine farmaco è, come si vede, doppia: una positiva, l’altra è negativa. Il segnalare qui la doppia valenza lessicale non è certo un caso, come si intuirà. Se la filosofia è logos e se il logos è la razionalità umana, allora, innanzitutto, si giunge alla conclusione che la filosofia è tutt’uno con la razionalità umana e, perciò, è scientia scientiarum, secondo la definizione della Scolastica medievale; in secondo luogo, nel momento in cui si indica il metodo d’indagine tipico del filosofare e si preme affinché tutti noi assumiamo il giusto farmaco, dobbiamo pure conoscere gli effetti collaterali del medicinale che ci apprestiamo a ingerire;
  8. La precedente metafora complica lo stato della questione, anziché semplificarla, come forse, invece, ci si sarebbe augurato. Le parole sono farmaco mirabile, ma pure veleno! I sofisti, come si sarà compreso, utilizzano la lessicografia come un veleno e non come una modalità di cura, almeno stando al Socrate interpretato dal suo grande discepolo Platone. Socrate si propone di essere un medico che cura le anime degli Ateniesi: con ciò, comprendiamo ancora di più quanto importanti siano gli obiettivi socratici. Il farmaco medico non è velenoso, bensì curativo: Socrate disdegna l’uso delle immagini leziose, a favore della dialettica più vera, cioè del dialogo, della conversazione (logos) a due. Ritroviamo l’idea che la filosofia sia logos o razionalità, che si potenzia mediante la vicinanza al maestro-medico: l’apposizione che si è aggiunta spiega ulteriormente la missione socratica, del guaritore di una situazione politica che, altrimenti, senza un sano intervento, si sarebbe definitivamente incancrenita. Il medico non usa immagini, non usa veleni per guarire la cancrena: eppure, se si è abili intuitori, si dovrebbe ben rilevare che l’immagine del medico è, appunto, un’immagine, così come è pure un’immagine quella del maestro buono che, semplicemente, suscita negli allievi il desiderio apprenditivo, funzionale a un apprendimento del vero già innato nella e con la nostra anima. Socrate, in altri termini, debella l’uso malato delle immagini, creando a propria volta delle immagini, a uso e consumo proprio: ecco le ragioni per cui è lecito interrogarsi circa la bontà del suo insegnamento.
  9. Poiché la moderna psico-pedagogia insiste molto sull’apporto zeetetico dell’apprendimento, soprattutto in campo filosofico, e dato che siffatto metodo si incentra sull’analisi delle esigenze reali e sui quesiti dei discenti, e poiché, in generale, le scienze umane contemporanee indicano incontrovertibilmente il sentiero del dialogo e del questionare gli alunni per un efficace apprendimento, forse quanto detto da Socrate – detto in senso letterale – non è poi così sbagliato: anzi, il suo insegnamento è decisamente moderno, come moderno è il suo apporto all’etica. Con lui nasce l’etica moderna, che – evidentemente – è etica antica, classica, certo, ma adeguata all’oggi, alla complessità di un presente sempre più martoriato, contraddittorio e incancrenito da molteplici apporti che il moderno potere impone alle giovani menti. Il nodo educativo è proprio dato dall’abilità di insegnare le abilità – si permettano i giochi di parole – a discernere i valori stabili da quelli instabili, il vero dal falso: si tratta, davvero, di trovare dentro di sé, nel dialogo dialettico, le risposte;
  10. Dunque il processo di insegnamento-apprendimento è tutt’uno con l’etica, la filosofia, in uno sforzo di attualizzazione e contemporaneizzazione del sapere, che non può permanere casto e puro in qualche forma di alterità: ci si deve sporcare le mani, si deve avere il coraggio di ripensare al modo di investigare le cose, per poi, una volta chiarite, pur provvisoriamente, a se stessi si possa determinare con una probabile sicurezza per cosa valga la pena vivere e cosa è opportuno insegnare… Nessuna risposta è definitiva, ovviamente, nondimeno l’essere consapevoli dell’insegnamento socratico, dell’arte maieutica di estrapolazione del vero presente nell’anima permette almeno di comprendere che noi dobbiamo ripensare alla nostra formazione nei termini di una paideia completa, ossia di una long-life education.

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