Socrate e la filosofia olistica dell'uomo

Per Socrate, l’uomo è la sua anima. Il saggio, il vero sapiente, animatore e promotore della virtù, ha il compito di educare l’anima degli uomini: non si tratta di fornire tecniche capaci di persuadere qualcuno circa una verità soggettiva, come avveniva per la tradizione sofistica precedente.

Sebbene la sofistica non fosse in sé negativa e avesse, anzi, contribuito notevolmente allo sviluppo delle riflessioni etiche in seno alle diverse poleis, e, in particolare, ad Atene, un certo carattere di mercificazione del sapere, soprattutto degli epigoni della “scuola”, ha ridotto questo movimento composito a vivere in funzione di elementi eteronomi, per nulla morale.

In qualche modo, da quanto appena detto, si intuirà senza dubbio che, con Socrate, si è realizzata per la prima volta, pur solo in nuce, quella distinzione fra eteronomia e autonomia della morale, che sarà poi cara al Kant della Critica della ragion pratica. L’eteronomia significa affidare la guida delle azioni etiche a qualcosa di esterno, di esteriore, di estrinseco (la radice di tutti questi termini è la medesima e il significato è, dunque, logicamente sovrapponibile): nomos è la legge della città, la legge che si deve rispettare in quanto data dall’azione politica, dalla boulè o consiglio cittadino per il bene di tutti e di ciascun membro della collettività.

Il nomos è, pertanto, sempre puro e incontrovertibile, rivolto al Bene autentico e non può mai essere posto in discussione. Quando, tuttavia, l’azione morale è al servizio del denaro e gli insegnamenti impartiti dai sapienti, i sofisti, si indirizzano alla tecnica della virtù, e non alla virtù medessima, ecco che si registra uno scadere del nomos verso quanto gli è propriamente estrinseco, falso, immorale. In altri termini, ciò che si verifica è una sorta di immoralizzazione della morale, locuzione che sta a indicare lo svuotamento (e la morte) dell’etica. Socrate, in propsoito, ribadisce – forse rivendica per la prima volta – che la virtù, l’areté, quanto rende l’uomo degno di essere uomo, non è affatto insegnabile: non esistono tecniche capaci di veicolare la virtù, che deve essere acquisita esclusivamente tramite un volgere il proprio sguardo, metaforicamente inteso, alla sfera interiore, all’anima, alla psyché.

Dentro di noi c’è il Bene, dentro di noi c’è la verità e l’unica cosa che possiamo fare, grazie alle efficaci stimolazioni di un maestro adeguato e mediante la sussunzione in sé delle esperienze, è di scorgere quanto ci è proprio, sin dalla nostra nascita: l’etica socratica, in questo senso, è innata e parliamo così, per la prima volta, di innatismo etico. Cambia, con Socrate, la funzione dell’insegnante e dell’insegnamento: in senso moderno, potremmo citare il Morin, il quale si interroga sapientemente circa la distinzione fra una testa ben piena e una ben fatta e sceglie quest’ultima, perché è la competenza e l’abilità di ragionamento ciò che contraddistingue, in modo pieno, l’uomo.

L’insegnante non riempie l’allievo di informazioni sterili, di un ammasso di tecniche, ma forma il discepolo nella sua integrità, per permettergli di governare le passioni distruttive e poter giungere, potremmo affermare, la beatitudine eterna. Si tratta di effettuare, assieme al discepolo che si conduce, un’analisi attenta e puntuale dell’anima, per permettere a lui di giungere all’autonomia in ogni campo e situazione della vita.

Ciò implica una rivoluzione nella sfera politica: il passaggio che qui si sta compiendo potrebbe, di primo acchito, sembrare persino rempentino, se non si ribadisse subito che i sofisti avevano di mira la formazione e l’educazione, a pagamento, di giovani aristocratici interessati e/o destinati alla vita politica, che ormai si stava corrompendo sempre più. Poiché intento di Socrate è la formazione dell’uomo integrale e poiché, di nuovo, ciò implica il conseguimento, da parte di ogni allievo, di un’autonomia del giudizio, la politica transita così, a rigore, dall’eteronomia della corruzione all’autonomia piena. La politica non è più morta a ogni etica, bensì è viva e si colora, finalmente, di quella vena di giustizia e di inclinazione al ben-essere comune che dovrebbe pur avere da sempre e per sempre.

La politica giunge, per questa via, a essere quasi assimilabile all’etica e l’etica diviene una parte non del tutto disgiungibile del sapere politico: così, la filosofia si sviluppa verso orizzonti sempre nuovi e innovativi, sino a essere quella scienza perfetta che implica e coinvolge ogni sfera della vita, della società e della psiche. In ultima analisi, la filosofia è scienza olistica, ossia capace di riguardare ogni cosa, tutte le cose (olos è il Tutto per definizione), è scienza pànica (Pan è ancora la divinità del Tutto). L’uomo è un oggetto della physis, della natura, ma la natura è pure il prodotto dell’uomo, che con la sua intelligenza e le proprie decisioni è in grado di modificare le caratteristiche campestri del paesaggio a noi circostante. Il problema etico passa attraverso la questione del congruo utilizzo della tecnica, della techne, della strumentalità deputata, per definizione, a modificare il mondo che ci circonda.

In questo senso, l’oggetto uomo diviene soggetto-uomo, capace di decisioni consapevoli e motivate, prese tramite una riflessione non estemporanea, perché capace, di contro, a guardare al futuro e al benessere di tutti e di ciascun membro della comunità: l’etica è, come dicevamo, tutt’uno (o quasi) con la politica e viceversa; l’etica è una con la tecnica e la tecnologia; la filosofia è il sapere supremo e, a rigore, unico. Questa è la grande rivoluzione che Socrate ha posto in campo, con il suo pensiero sempre comunicato a voce e mai per iscritto: la questione della pre-ordinanza dell’orale rispetto allo scritto è ripresa, in modo molto puntuale, da Platone, il quale, benché redattore dei famosi dialoghi con cui noi lo ricordiamo, ritiene di dover indicare il vero sapere solo ai suoi più intimi discepoli, oralmente.

L’autonomia del giudizio implica, dunque, l’autonomia della politica e il superamento dell’eteronomia cui era condannata fino a quel momento. Certo, non era sufficiente l’insegnamento di Socrate, perché tutto si modificasse: un uomo, da solo, non può molto, ma se è stato condannato, con la doppia e connessa accusa di essere corruttore dei giovani e propositore di nuove divinità, è perché il suo insegnamento non è per nulla passato inosservato.

I sofisti hanno tentato di ridurre la legge dello stato,il nomos, a pura convenzione: il relativismo protagoreo, il nichilismo gorgiano, l’insegnamento di Ippia, tutto porta nella direzione di una svalutazione progressiva della legge rispetto alla natura; Socrate,
di contro, accetta la morte in quanto imposta e ordinata dallo stato, la cui legge, anche quando inspiegabile all’apparenza, va rispettata fino in fondo, senza replica alcuna: il nomos è la physis, la legge e la natura non si devono contrapporre ma amalgamare fra loro, in una totalità superiore, poiché l’uomo è parte della natura e le leggi dello stato devono permettere, in ultima istanza, la perpetuazione di quanto è natura.


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