L'anima come essenza metafisica dell'uomo

“La conoscenza umana è di poco o di nessun valore: in ciò consiste l’oracolo che Dio ha affidato a Socrate. Però, quando Dio fa il nome di Socrate, usa questo nome come esempio per dire all’umanità che veramente saggio è l’uomo che, come Socrate, realizza che, per quanto concerne le proprie conoscenze, egli non vale nulla” (Socrate, citato da Platone).

Parlare di etica è parlare, in qualche misura, di pensiero moderno: concepire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è buono e ciò che è malvagio, ciò che è santo e ciò che non lo è, diventano i cardini di una riflessione che vuole aiutare l’uomo a inquadrare i propri comportamenti in una cornice più ampia. Non ci si può contentare dell’immediatezza dell’azione, ma questa deve essere riflettuta dal pensiero, entità razionale, in modo da rinvenire una regola di comportamento generale.
E’ possibile, così, giungere all’idea protagorea secondo cui l’uomo – il singolo individuo – sia misura di tutte le cose: le conseguenze sono un forte relativismo, capace in potenza di giustificare anche l’atteggiamento più retrivo e pernicioso, se a qualche soggetto siffatto atteggiamento è per lui adeguato. La regola, la norma morale, in Protagora, è troppo immanente all’uomo, che non è ancora davvero sostanzializzato in una categoria davvero metafisica, sebbene indubbiamente i primordi di una metafisiicizzazione dell’essenza umana siano già presenti.
L’uomo non è solo la somma delle azioni che compie o della sua storia, individuale o collettiva: la somma è un’operazione matematica (logica) certamente accattivante, ma insoddisfacente. Il rischio è di percepire un uomo frammentario, mai pieno e intero, come invece noi vorremmo essere: il passaggio alla metafisica per descrivere l’essenza umana è fondamentale, se si vuole che l’azione non sia l’unica regola dell’azione stessa. Il principio etico deve essere tanto razionale, quanto trascendente la realtà, così come l’arché deve rivestire un alone metafisico, se vuole effettivamente spiegare e giustificare l’origine del cosmo.
La trascendenza è l’unica soluzione che permette alle cose, sia fisiche, sia morali, di esistere. E le cose morali, qui, sono le azioni dell’uomo. Ma in Protagora una certa immanenza all’azione è rimasta, poiché l’uomo è giudice di se stesso: giudice non può essere indubbiamente Dio, nel senso omerico-esiodeo, perché già Senofane comprovò l’impossibilità che le divinità medesime possano essere molteplici e antropomorfe. Ma le divinità non possono giudicare nulla perché distanti eccessivamente dall’uomo, non compartecipano alla sua natura, non comprendono la drammaticità e la contraddittorietà della nostra esistenza.
Fra il giustificazionismo massimo di Protagora, che porta a vedere, in ultima istanza, la virtù come una semplice utilitarietà finalista – elemento che non può comportare l’accettazione di ogni azione funzionale ai propri scopi – e l’accettazione di un giudizio eteronomo, si deve trovare qualche altra soluzione adeguata per poter fondare, in modo opportuno, la morale, ossia le condotte cui gli uomini intelligenti e sani devono attenersi se vogliono la salvaguardia di loro stessi e della società di appartenenza.
Qui rinveniamo un nodo innovativo: la mia possibilità di esistere appieno e di manifestare le mie inclinazioni naturali è connessa indissolubilmente alla società, che va rispettata e onorata in quanto tale. La coincidenza fra uomo greco e mondo politico comporta, in fondo, l’acquisizione della consapevolezza del rapporto che lega l’individuo alla società e la società all’individuo. Ma si è pure detto che, nel tempo, la corruttela che nasce in seno alla politica fa pure modificare la prospettiva dei cittadini, sempre più lontani da una politica ormai riservata a professionisti, la cui preparazione è affidata alle cosiddette scuole della sofistica.
L’uomo è così solo dinanzi a se stesso, senza garanzie etiche e con la consapevolezza che le leggi dello stato possono essere, in ultima istanza, davvero ingiuste. Così, il cittadino di Atene, la città in cui piùà forte appare il dibattito sull’etica, si trova in un baratro profondo: non può accettare la virtù divinamente intesa, frutto di un sapere tradizionale ormai sepolto definitivamente a causa del progresso della filosofia, ma non può accettare neppure il libero e gratuito giudizio degli uomini, sempre interessati, perché i nostri pensieri umani sono sempre connessi alla contingenza della situazione e all’utile individuale.
Il nodo è dunque davvero complicato dall’esaltazione eccessiva dell’individualismo rispetto a ogni collettivismo, ove per collettivismo qui si intende la centralità della polis sul singolo. Non esiste etica quando si parte dal presupposto di incamerare ricchezza e conseguire largo successo: eppure, l’areté era davvero coincidente con il denaro che si possedeva e con la fama che si riusciva a guadagnare, non importa per quali meriti e con quali mezzi.
Da qui prende le mosse il pensiero di Socrate, il quale ha proceduto a metafisizzare l’uomo: l’essenza umana è la sua anima, che è non solo ciò che fa muovere l’uomo (anima nel senso di ciò che anima, pneuma come soffio vitale), ma ciò che permette all’uomo di esistere. L’anima è l’arché dell’uomo e, come tale, essa è immortale, immutabile, trascendente, pura. Il numero delle anime, come sosterrà Platone, non può neppure crescere o decrescere, perché ogni anima è concepita per un corpo e, una volta affrancata da esso, è di nuovo destinata o a essere reincarnata in un altro corpo o a giungere alla posizione della divinità: tramutare l’anima in Dio è essenza dell’orfismo, ripreso dal socratismo e dal platonismo.
L’anima è l’essenza dell’uomo; il corpo è prigione dell’anima. L’uomo esiste in virtù dell’anima che possiede. L’anima agisce per il bene: non si possono accettare idee come quelle di Anassagora che voleva i semi o spermata delle cose governata da una Divina Intelligenza, perché, se questa esiste, tutto deve essere funzionale al Bene, mentre noi abbiamo esperienza del male, che è, per definizione, la negazione del Bene. Male e bene non sono opposti, non sono contrapposti, ma sono solo gradienti diversi della stessa entità, il Bene stesso, che nella sua pienezza è Bene supremo, unità massima, massimo indifferenziato e, al suo opposto, è nulla, vacuità, bruttezza infinita ed indefinita.
Quindi le riflessioni etiche di Socrate acqusiscono il loro senso entro un percorso che vuole reagire alla corruttela della politica e che vuole, del pari, superare le impasse delle speculazioni dei fisici, cioè dei primi filosofi, che la tradizione aristotelica chiamerà, non a caso, presocratici. Socrate è il grande rivoluzionario dell’etica e della razionalità, in quanto ha fatto del logos il centro dell’azione morale.
Il logos, in questo senso, è l’anima stessa, con la sua inclinazione al bene ma pure con la sua pulsione ad adempiere il male: saremmo tutti buoni, ma dobbiamo educarci interiormente, grazie a maestri sapienti, capaci di permettere a ognuno di noi l’introspezione necessaria per un’efficace azione etica. Ma quando il logos diventa il perno della morale, oltre che l’elemento primigenio della genesi dell’universo, l’uomo si trova prigioniero di un’etica rigida, negativa, anti-vitalistica: questa è, in sintesi, la critica a Socrate che Nietzsche, fra il 1870 e il 1890, perpetuerà nei propri scritti.
Etica della vita in contrapposizione all’etica della morte, dunque, sembra essere il cardine della speculazione filosofica a partire dal IV secolo a.C. innanzi: l’etica di Dioniso, del
le danze eterne, o l’etica di Apollo, che già fu la divinità dell’intelligenzaq venerata dai pitagorei. Non sappiamo se Socrate intendesse seppellire la creatività normativa a formule etiche standardizzate e, perciò, morte. Egli rivoluziona il mondo etico perché, come detto, ha saputo asserire l’importanza di una congrua educazione dell’anima, a partire dall’interiorità, unica dimensione ad avere senso. I sofisti insegnano tecniche per giungere a persuadere gli altri, ma la tecnica non è etica, non ha a che vedere con l’etica; la virtù, del resto, non è insegnabile in alcun modo. Essa giace in noi, nel profondo, e va solo (ri)trovata, magari sotto l’egida di un maestro per nulla corrotto.
Il mondo non è retto dalla Divina Intelligenza di Anassagora, perché il Bene non è radicato nel mondo; ma poiché desideriamp il bene, allora questo deve pure appartenere a noi: questa è la grande consapevolezza di Socrate.
La conoscenza umana, veicolata dai sofisti, non è di nessun valore: vero valore è la ricerca, il desiderare la purificazione continua dell’anima. L’uomo non conta nulla; non contano le sue conoscenze, non contano i suoi possessi. Noi dobbiamo riconoscere l’uomo a partire dal suo essere-uomo, cioè dalla capacità di interagire con l’anima.

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