il potere della parola: la psicagogia

Quando non sia possibile rinvenire in modo inequivocabile la verità e quando persino l’opinione diventa relativa, sino a perdere in tutto la sua vaalidità, il relativismo filosofico e culturale, che pure sarebbe capace di giustificare le posizioni e i valori di ogni potenziale popolo noto a noi, perde il proprio significato, per scadere nel nichilismo. La negazione di ogni realtà, di ogni essere, di ogni pensiero spiegante e riflettente è l’epilogo estremo e radicale del relativismo: il logos giunge alle proprie più drammatiche conseguenze aporetiche, sino a tramutarsi nel suo contrario, nella propria antitesi.
Se questa è la sintesi del pensiero di Gorgia di Leontini, pure è stato osservato che il sofista siculo non abbia rinunciato a quella forma specifica di logos, capace di limitarsi alle umane esperienze: il compito
di saggio è comunque di aiutare i propri simili, gli altri uomini possessori di intelletto, a comprendere e valutare opportunamente fatti, circostanze, situazioni della vita degli uomini e delle città. Con questa precisazione, dovrebbe ben intendersi la dimensione politica sottesa nell’acuto ragionamento gorgiano: poiché si può giudicare opportunamente solo se si è esercitati a farlo, il vero sapiente è colui che permette a chi lo ascolta e paga per l’insegnamento ricevuto di allenarsi nella difficile arte del discernimento.
Discernere significa separare con un setaccio a maglie più o meno larghe le cose, al fine di enucleare quanto è buono e quanto non lo è. Sembrerebbe un compito facile, ma occorre determinare, per fare ciò, un criterio non soggettivo, ma carico di oggettività assoluta. Ma Gorgia rifiuta ogni concezione assolutistica della verità e, come si è detto, radicalizza il relativismo senza fornire alcuna importanza alle opinioni possedute dagli uomini, ossia da ciascun individuo, dalla somma di tutti gli individui e dai diversi popoli.
Gorgia, in questo senso, non è un antropologo: se lo fosse, cercherebbe di descrivere, quantomeno, le abitudini di diverse popolazioni che ha conosciuto nei propri viaggi o di cui ha sentito parlare. Si tratta di una precisazione essenziale, questa, giacché sono esistiti intellettuali greci che hanno scritto opere, a tratti mirabolanti, sulle costumanze straniere, vissute solo in modo indiretto, per tramite di narrazioni non fondate: uomini alti, con orecchie dalle forme particolari, popoli dalle abitudini stravaganti e immorali.
Non ci si sofferma qui, almeno ora, sul problema di cosa si intenda per moralità e per immoralità, concetti contrapposti i quali, come vedremo in seguito, sottendono nondimeno un’unità superiore cui dovremmo sempre rivolgere lo sguardo. Qui interessa rilevare come Gorgia abbia destituito fondamento al concetto di verità, resa priva di ogni senso, e di opinione, che non deve essere né considerata, né valutata, perché così soggettiva e così pervasa della deficienza sensoriale e logica umana, da essere assurda.
Anche l’opinione, in effetti, è frutto di un ragionamento, magari inconscio e non espresso a noi stessi. Il carico logico, logoico dell’opinione è sempre presente, anche quando non sembrerebbe esistere alcun riferimento al logos. Quest’ultimo è come un principio divino, una fiamma che richiama il fuoco di Eraclito, il quale, non a caso, aveva fatto di esso – e del divenire che il fuoco stesso racchiude – l’arché del cosmo.
Ma in Gorgia il fuoco non è un arché veritiero, altrimenti avrebbe il filosofo raggiunto la verità assoluta, da lui inequivocabilmente negata. Il fuoco rappresenta l’immagine metaforica del logos, del nostro pensiero umano fluttuante, limitato all’esperienza quotidiana, l’unica veramente degna di attenzione. L’uomo è in balia della situazione in cui egli si trova, fatto che indica quanto la condizione dell’uomo sia sempre camgiante, mai stabile, mai definita una volta per tutte. Siamo sempre obbligati, in qualche modo, alla sfida continua e al continuo rinnovamento, perché diversamente ciascuno di noi è come fosse morto. L’essenza della vita è il logos, il movimento dialettico, il mutamento perenne. La conseguenza di ciò è che a ogni azione corrisponde una virtù a essa specifica, come a ogni età esiste una dimensione particolare dell’areté.
Ciò che è lodevole per un giovane, non lo è per un anziano; ciò che è degno per un maestro non lo è per un discente. Le implicazioni immediate di questo ragionamento risiedono nella consapevolezza che non si possa giustificare alcun atteggiamento negativo e alcun vizio: ciò che è pernicioso e nocivo va, comunque e sempre, esecrato, condannato, posto ai margini. Tale relega del vizio, nondimeno, non è frutto, propriamente, di un’alta concezione etica, bensì del fatto che, all’interno di una condizione empiricamente data, l’azione viziosa non è opportuna. Dunque, come già in Protagora, è l’opportunità, l’utile, quello che determina il giusto rigore etico, che è rigore situazionale e mai assoluto.
Si diceva che il saggio, il sofista, è colui che aiuta il discepolo nel fine esercizio del discernimento fra virtù e vizio e fra le diverse situazioni potenziali, al fine di migliorare la propria condizione, laddove e nella misura del possibile. L’idea sottostante è che la virtù sia insegnabile e praticabile, quasi strumento atto a esercitare sugli altri un fascino politico, indispensabile in un’epoca di importanti rivolgimenti come quella che lambisce il IV secolo a.C.
Insegnare la virtù, esercitarla, sono verbi che richiamano l’idea della palestra, dell’esercizio ginnico, che deve essere effettuato ogni giorno, se si vuole mantenere un soddisfacente tenore muscolare ed evitare che il corpo diventi flaccido. Analogamente all’ambito fisico, infatti, l’animo umano può sia deteriorarsi e invecchiare precocemente, sino a morire ancor prima della finale dipartita, oppure mantenersi tonico ed elatico, ossia in grado di adattarsi positivamente alle situazioni che la vita ci fa esperire. L’analisi delle nostre passioni, delle contraddizioni più sottili e più vere della nostra psiche nonché il discernimento delle diverse situazioni divengono gli esercizi di stile più salienti nella palestra metaforica del sofismo.
Gorgia si prefigge di insegnare queste condizioni per operare meglio nei confronti degli uomini: per questo, si è detto che le implicanze sottese nel passaggio fra relativismo e nichilismo sono, essenzialmente, di natura politica. L’uomo governa l’anima degli altri uomini: vincente è colui che sa soggiogare i propri simili, inducendo loro a fare quanto è per noi utile ma, al contempo, facendo loro credere che quell’utile sia universale e necessario.
Si deve imparare a governare, ossia a frenare, le proprie passioni, per poter essere superiori intellettualmente agli altri. E’ un’abilità, questa, che si acquisisce nel tempo, purché si seguano strategie adeguate, definite entro l’ambito di una scienza nuova, che stava sorgendo in quel periodo: la scienza della parola, della persuasione, ossia la retorica. Grazie a essa, gli avvocati possono finemente vincere le cause più difficili e improbabili, i politici riescono a rendere accettabili le leggi più ingiuste: si parla, in questi senso, di effetto psicagogico della parola. Il termine è filosoficamente interessante: esso è un composto di due parole, la prima che significa “anima”, “mente” (psyché), la seconda che significa “conduzione”, “l’atto del portare”.
La psicagogia è l’arte di condurre l’anima dove più si desidera: Gorgia, non a caso, sosteneva di saper parlare di tutto e di convincere ogni uomo, persino meglio di chi è il più competente di un certo settore. In altri termini, le vere competenze non sono (solo) strumentali, come si sarebbe indotti a credere: vero sapiente è chi è in grado di utilizzare abilmente il potere della parola. Il “Know how” sembra, qui, meno importante del “Know that”, del sapere discorsivo.
I limiti di questo ragionamento, che pone la parola al centro di ogni ragionamento, sono subito evidenti. La corruzione della politica, della giustizia prende il sopravvento. La parola è il logos, l’ente più fluido e mutante che possa esistere. La parola, quando pronunciata, svanisce non appena la sua stessa pronuncia è venuta meno. Si tratta di una pura emissione di fiato, dalla durata di qualche secondo, destinata a svanire, tanto evanescente è la sua essenza. La parola è pure la fiamma della ragione, che si può utilizzare per il bene o per il male degli altri e di se stessi. Si potrebbe argomentare che, per Gorgia, l’arché dell’areté sia la parola, dunque, circostanza che presuppone l’esistenza di una pedagogia capace di darle vita: la pedagogia come arte dell’insegnamento permette, infatti, di affinare l’uso della parola, per evitare che sia utilizzata in modo strumentale e nocivo, come invece si sarebbe potuto fare quando non si è in possesso di adeguata consapevolezza etica.
Il sofista è colui che è in grado di dare insegnare a utilizzare l’arte della retorica in modo positivo, in vista del bene di tutti e di ciascuno. La palestra di cui si è detto non è palestra per il mal governo, perché, infine, governare gli altri mediante strategie discutibili porta nocumento allo stesso governante. Ma il problema che qui si apre è di notevole spessore e non si riesce per nulla a concludere in modo chiaro e definitivo
: basti pensare a come si possa fondare un’etica autentica e consapevole, quando non si possieda alcun riferimento e si sia annichilato ogni possibile concezione di vero e di opinabile.
Le contraddizioni che qui si sono delineate saranno materia di discussione per il pensiero socratico.


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