Gorgia e il superamento nichilista del relativismo


Gorgia di Leontini (Lentini, in provincia di Siracusa) è di norma considerato il secondo sofista. Le sue principali affermazioni che lo hanno reso famoso, sono le seguenti:

  1. Non esiste l’essere: nulla esiste;
  2. Se anche se l’essere esistesse, non sarebbe comprensibile;
  3. Se anche fosse comprensibile non sarebbe comunicabile e, dunque, non sarebbe spiegabile agli altri.

Cerchiamo di approfondire opportunamente queste tre tesi, che sembrano, a rigore, urtare ogni buon senso. Infatti, che le cose attorno a noi sono è un fatto indubitabile, tanto che i nostri sensi ci attestanto della loro esistenza. Ma il problema logico è proprio nella validità dei sensi stessi, i quali non sono certo uno strumento valido e incontrovertibile di conoscenza. Nel corso della filosofia, il problema della conoscenza, della gnoseologia, si fa sempre più rilevante e non può più essere sottaciuto.
I sensi sono fallaci. Questa è l’evidenza primigenia da cui dobbiamo prendere le mosse. La verità che essi conseguono non è vera: anzi, propriamente, essa è falsa e, dunque, non-verità. Una verità menzognera, una verità non-verità è una contraddizione logica che ha ampie ripecussioni epistemiche, ossia scientifiche, essendo la pistis la scienza, in contrapposizione all’opinione o doxa.
Se i sensi mentono, se le verità scientifiche che i sensi assicurano sono false in modo assoluto, allora l’unico dominio che resta aperto è quello della doxa, dell’opinione, la quale, per definizione, è sempre cangiante e mai identica a se stessa.
Si è detto che i sensi producono verità non vere in modo assoluto: fatto che indica la possibilità, benché solo teorica, che esistano diversi gradi di verità e di falsità all’interno di un mondo potenziale qualunque. La realtà potrebbe, in effetti, essere falsa in modo relativo, nel senso che, pur non essendo essa vera in assoluto, rimarrebbe comunque dotata di senso per noi che la sperimentiamo. In altri termini, la realtà potrebbe essere falsa in sé, ma vera per noi e ciò potrebbe essere sufficiente perché l’uomo possa vivere serenamente, impostando in modo più o meno corretto la propria vita.
La prospettiva relativista, come si è detto, è stata caldeggiata da Protagora, il quale ricercava un arché dell’areté capace di giustificare la condotta umana nonostante ogni uomo, per ogni cosa particolare, conservi sempre il proprio punto di vista, mai assolutizzabile. L’immagine protagorea è quella del vento, per me caldo, per un altro tiepido e per un terzo fresco. Lo stesso vento appare, pertanto, ora fresco, ora tiepido e ora caldo, giacché ciò che conta è come io percepisco la realtà: non mi interessa se la mia percezione sia vera o falsa, se il mondo è vero o falso, perché il mio punto di vista mi permette, comunque, di mantenere un’opportuna relazione con il mondo e di vivere appieno la mia esistenza.
In campo valoriale – il campo privilegiato, se si vuole, dell’argomentazione sofistica – il relativismo culturale che Protagora così ha inaugurato permette di accettare ogni possibile proposizione etica, secondo già quanto abbiamo detto, persino, a rigore, l’omicidio, il suicidio, invero per l’Ellenico motivo di grande eroismo, così come la pietà: il pensiero è l’azione. Anche in questo caso, poco importa se il valore non è valido in sé (da notare il rapporto lessicale fra i due termini), perché ciò che conta è la mia condotta: Protagora, evidentemente, non intendeva giungere all’estremismo della peggior sofistica, qui indicata nel nostro fluire argomentativo, perché per lui i valori devono essere sempre positivi, scaturendosi sempre dal desiderio di elevare l’uomo alla divinità. Eppure, l’esistenza di epiloghi tanto drastici e integralisti è motivo di ampia riflessione in campo etico, al fine di individuare, se possibile, gli opportuni rimedi al pur positivo relativismo.
Le premesse di Gorgia non possono essere diverse da quelle di Protagora. Nulla è, nulla esiste, perché non possiamo assolutamente conoscere nulla per tramite i sensi: situazione totalmente imbarazzante, assurda, capace di portare alla pazzia chi vi crede ciecamente, senza riflettere sul senso ultimo delle dissertazioni gorgiane. Gorgia, probabilmente, non credeva davvero in quanto asseriva, ma proponeva tesi tanto forti come sintesi estrema e manifestazione teoreticamente più elevata dell’abilità argomentativa cui conduce il logos. Questo è il principio razionale che ha permesso ai filosofi della generazione precedente, dai Milesi sino a Democrito, di indagare l’arché dell’universo, un arché arduo da scoprire perché le menti umane sono limitate, quando vogliono investigare il senso e la dimensione ultima e fondativa delle cose.
Se l’uomo fosse capace di risolvere il problema teoretico dell’arché, i risultati della sua investigazione sarebbero certi, incontrovertibili, assoluti. Invece, la storia della filosofia ha dimostrato senza ombra di dubbio che questa incontrovertibilità non è data: ci sono filosofi monarchetipi e altri pluriarchetipi, alcuni hanno cercato un principio immanente che si trascendetizza, altri hanno ricercato principi a priori, dunque ipoteticamente trascendenti, per immanentizzarli in un cosmo, il nostro, che è uno dei molti possibili e, forse, il migliore di tutti. Ma anche sulla bontà del nostro cosmo si possono aprire ampie argomentazioni e controargomentazioni, le quali portano allo sfrenato nichilismo gorgiano.
Siamo giunti al nodo del pensiero del grande retore siciliano. Il nichilismo è l’estensione radicale, il superamento positivo, ma anche l’annullamento negativo di ogni forma di relativismo. Se tutto è relativo, nulla è vero, quindi nulla ha senso e nulla esiste. Se i fisiologi prima, gli eleati dopo e, infine, i fisici pluralisti non risolvono il problema della fondazione del cosmo, allora significa che le argomentazioni logiche – quelle prodotte dal logos investigante – non sono assolutamente degne di alcuna minima attenzione. Quando, poi, ci si rende conto, come nel caso di Gorgia, che nessun arché esiste davvero, allora anche il mondo potrebbe, a rigore, non esistere.
Così si spiega la prima proposizione gorgiana, una proposizione che sfata ogni possibilità di relativismo in nome, forse, di un relativismo ancor più radicale di quello protagoreo. Nulla è, in effetti, significa pure, rovesciando i termini del problema, che tutto è e tutto è possibile e che, dunque, al sofista, il vero saggio e l’autentico sapiente, è data la facoltà di argomentare qualsiasi cosa, in ambito etico e politico. Ciò non è irrilevante, se si pensa che l’obiettivo della sofistica era di educare i giovani della frangia elitaria alla vita politica e di fornire loro, in qualche modo, alcuni instrumenti regni. L’abilità oratoria, la capacità dialettica, la persuasione occulta – oggetto di riflessioni della post-medernità in sociologi e filosofi come Packard – sono gli strumenti indispensabili per governare.
Nulla è, tutto è. Nulla è, tutto è possibile. Nulla è, proposizione che ci porta ad argomentare liberamente e a persuadere gli astanti che è necessario le cose siano così: l’essenza della politica, che ha commistionato interesse privato e interesse pubblico, è subito inequivocabilmente delineata. C’è di più, però, in quanto si è detto: la consapevolezza che l’essere non è deriva dall’estremizzazione del logos e dall’osservazione di come quest’ultimo sia stato sempre aporetico nelle soluzioni che ha prodotto. Una soluzione
contraddetta da un’altra, in un relativismo senza relatività, perché ciascun filosofo che ha presentato il proprio pensiero si diceva persuaso di possedere non già un particolare punto di vista, ma l’intera verità metafisica. Il problema è che bisognava esplicitare il proprio orizzonte di riferimento, senza assolutizzarlo come, invece, è stato ripetutamente fatto.
L’argomentazione di Gorgia prende le mosse dal logos, usa il logos e lo estremizza: i limiti del logos sono nel logos stesso. Ecco qui in cosa è consistita l’abilità del sapiente siciliano: egli non nega valore al logos, sa che l’uomo è tutt’uno con la ragione ricercatrice del principio ultimo delle cose. Nel delineare i limiti del principio speculativo, lo rafforza e lo rende puro, perché capace di uscire dall’impasse in cui è stato condotto. Tutti i predecessori si sono impegnati in una via cieca, quasi condicendo gli uomini, per usare una nota metafora platonica, in una caverna in cui siamo stati a lungo, forse da sempre, tenuti prigionieri. Il momento di liberarsi dalla caverna transita da Gorgia, che è il primo maestro, ancora incosapevole, capace di affrancarsi dalle catene, salire lungo i tortuosi sentieri della grotta e vedere il sole nella sua purezza. Pochi, però, credono a una verità così forte come quella enunciata dal filosofo: la strada che si delinea qui conduce a Socrate e a Platone, che dovranno lottare in nome di una verità più alta. E Platone conierà la metafora della caverna sia per spiegare il perché della condanna di Socrate da parte del Tribunale ateniese, sia per indicare la via della saggezza somma.
Ora, se anche l’essere fosse, non sarebbe conoscibile: gli Eleati hanno provato a individuare le principali caratteristiche dell’Essere, concepito come imperituro, eterno, unico, indivisibile, incorporeo, infinito – nella versione melissea, quantomeno. Ma questo essere che è causa degli esseri particolari ma che non si identifica con nessun fenomeno empirico non è dato alla conoscenza, che è conoscenza di particolari e non di universali, di finiti e non di infiniti, di transeunti e non di imperituri.
Si potrebbe asserire che esistono le cose particolari, ma le cose particolari, per esistere, sono generate ed è necessario, quindi, risalire al principio generativo ultimo, all’arché, a una sorta di motore immobile che, non generato da alcunché, generi tutto. Questo era l’obiettivo di tutto il pensiero filosofico precedente, un obiettivo evidentemente disatteso.
Le cose particolari sono, senza sia dato dire il perché del loro essere: viviamo nella più grande contraddizione epistemologica in cui un soggetto pensante possa mai trovarsi, senza alcuna possibilità di riuscita. In questo senso, la salita al sole di Gorgia ha trovato non pochi massi che gli hanno reso il cammino pieno d’inciampi! Ancora una volta, il limite argomentativo su cui Gorgia si basa è quello del logos, inconcludente, benché in questo modo pure illuminate per chi desideri andare oltre i problemi insoluti dei predecessori.
Il logos non permette né di comprendere, né di comunicare. La comunicazione è solo un fatto di retorica, una questione di retori, di sofisti.

One thought on “Gorgia e il superamento nichilista del relativismo

  1. […] ciò si realizza un cambiamento di prospettiva non secondario. Mentre per Parmenide, così pure per Gorgia di Lentini, “nulla è, se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile e se fosse conoscibile, non […]

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