Sofistica, virtù, formazione e attualità filosofica


“La sofistica è una sapienza apparente, non reale; il sofista è uno smerciatore di sapienza apparente, non reale” (Aristotele).
I pregiudiuzi nei riguardi della sofistica vogliono, com’è noto, che l’arte dei suoi esponneti fosse professata a scopo di lucro: i sofisti si facevano pagare per i loro insegnamenti. Ciò può pure essere anche vero, ma a patto che l’affermazione aristotelica in apertura, peraltro mutuata da Platone, sia opportunamente contestualizzata.
I sofisti miravano alla formazione della classe politica e, dunque, avevano come bacino d’utenza privilegiato i giovani ateniesi appartenenti al ceto elitario: essi possedevano il denaro necessario per la propria istruzione, ma pure avevano anche il desiderio di imparare l’arte del governo.
Su questi appunti dobbiamo subito fermarci, se vogliamo comprendere l’importanza della sofistica per la storia della filosofia: essere possessori di denaro è condizione necessaria, benché non sufficiente, per dar vita al movimento sofistico, un movimento che, per la propria eterogeneità, si può avvicinare, altresì dal punto di vista contenutistico, al settecentesco movimento dei lumi, nei confronti dei quali è possibile, pertanto, instaurare opportuni raffronti, parallelismi e differenze.
Chi possiede ricchezze non necessariamente desidera istruirsi: in alcuni periodi della storia umana, potrebbe bastare il sapere tràdito dai genitori, attraverso la casta sacerdotale, il buon senso e la libera scelta. Sebbene anche l’idea stessa di libera scelta costitutisca un problema nello sviluppo filosofico, l’accento che qui si intende dare al tema è di individuare i motivi di rottura, di discontinuità, che hanno portato una condizione pur necessaria a possedere qualche misura di sufficienza atta a stimolare intellettuali che non erano cittadini ateniesi: intellettuali, quindi, i quali con il proprio lavoro e con la propria professionalità hanno cercato di vivere il più decorosamente possibile, senza per questo sminuire per forza il valore della ricerca della verità, che fra V e IV secolo assume, invero, un’accezione differente rispetto al periodo precedente.
La classe politica è divenuta sempre più una classe professionale: chi si dà alla politica non è il comune cittadino, non è l’uomo qualunque. Amministrare la città, dirimere le controversie, comprendere le contraddizioni e le esigenze di tutti e di ciascuno, in sintesi, vivere la dimensione politica della polis (ricordiamo il rapporto etimologico fra le due parole) implicavano una forte e duratura preparazione, perché essere politico è fatto che si improvvisa. Se, a rigore, gli interessi che chi governa la città dovrebbe salvaguardare sono gli interessi della comunità tutta, lentamente, ma forse anche con una certa veemenza, si stava manifestando sempre più uno iato fra gruppo politico in senso lato e cittadinanza, con il rischio che la politica divenisse un fatto autoreferenziale.
L’autoreferenzialità della politica, la professionalizzazione dei governanti, dei magistrati, delle pubbliche amministrazioni sono tutti elementi di estrema attualità per noi uomini del XXI secolo: la storia della filosofia non è storia di un passato morto irremediabilmente, ormai incancrenito e putrefatto. Al contrario, riflettere su questioni proprie del passato aiuta a comprendere sempre meglio e sempre più in profondità il presente che ci circonda.
Quando la politica si professionalizza, nasce l’esigenza di una scuola capace di assicurare una corretta e adeguata formazione agli aspiranti governatori, a prescindere dalla forma nominale che il governo sta avendo: democrazia, oligarchia, plutocrazia (governo dei ricchi), monocrazia/monarchia. Poiché lo Stato non era capace di individuare percorsi formativi adeguati, anche perché le esigenze di istruzione erano più di natura privata che pubblica, la nascita di scuole private gestite da maestri a pagamento era la conseguenza più naturale, in un periodo di grandi sconvolgimenti nell’habitus politico come quello registratosi agli albori del IV sec. a.C.
Pertanto si potrebbe legittimamente argomentare che, alla professionalizzazione della sfera politica corrisponda una professionalizzazione del filosofo, il quale, da intellettuale in grado di spiegare le origini profonde del cosmo, si tramuta in esperto delle virtù pubbliche, di ciò che è giusto, santo, buono, bello. Saranno queste, per inciso, le categorie etiche salienti del pensiero socratico prima e di quello platonico poi: come dire che, nonostante Socrate e Platone non siano stati sofisti, senza l’apporto della sofistica non sarebbero per nulla comprensibili.
Un’ulteriore considerazione deve essere promossa quando si citano i due grandi filosofi, il cui pensiero è essenziale per giungere, infine, ad Aristotele: Socrate viene sì considerato, propriamente, un antisofista, ma l’accusa di corruttela dei giovani e di promuovere nuove divinità alternative a quelle pubblicamente venerate nella polis ateniese sono sintetizzabili nella locuzione sofistica. Socrate è l’ultimo grande sofista, in questo senso, e il primo reattore alla sofistica medesima: è un personaggio ibrido, si potrebbe sostenere, degno di attenzione proprio perchè fortemente prismatico nel suo ragionamento, soprattutto perché – a differenza degli stessi sofisti contro cui combatteva – nulla ha lasciato di scritto. Ma, ancora, per problematizzare ulteriormente il problema, se egli combatteva contro i sofisti, ciò non significa che fosse estraneo alla sofistica: la scelta di assegnare valore prioritario all’oralità non è motivo sufficiente di rottura, soprattutto se si considera la sua polemica essere incentrata sulla presunzione dei “colleghi sofisti” di conoscere la verità e di poterla insegnare dietro compenso. La verità che essi volevano insegnare era illusoria, contraddittoria, falsa, opinabile e, in ogni caso, non meritava certo che gli allievi pagassero per conseguirla.
Il motivo della polemica socratica, dunque, era proprio la professionalizzazione della politca che ha dato luogo al mercenariato sofistico. Poiché, però, Socrate ben si rendeva conto che non ci si poteva improvvisare politici, la necessità di riformare i valori su cui la politica stessa si basava, comportava una formazione continua, forte, che garantisse una certa generosa prodigazione al bene pubblico. Ecco, di nuovo, le ragioni di saper valutare correttamente ciò che è bello, buono, santo, giusto. Di nuovo troviamo qui alcuni riferimenti per comprendere gli elementi di continuità e di rottura fra Socrate e la sofistica.
La prima condizione perché quest’ultima si diffondesse era, dunque, l’esistenza di chi era disposto a pagare. Il desiderio di apprendere l’arte del governo era connaturale nei giovani ateniesi aristocratici, che erano coloro che si rivolgevano ai sofisti.
Come accade spesso, soffermarsi sulle parole e sul loro significato è fondamentale per approfondire alcune imprescindibili tematiche filosofiche. La parola “aristocrazia” significa governo/potere dei migliori, di coloro che possiedono l’areté, la virtù. I migliori, quindi, risultano essere i virtuosi. La parola “areté” è, peraltro, ravvisabile nel latino arte e, di conseguenza, nel rispettivo italiano. L’arte è ciò che provoca virtù, che rafforza il sentire profondo dell’animo umano e ne migliora il tessuto costitutivo. Comprendere l’arte è, però, qualcosa che non è riservato a tutti, o così si credeva nel momento in cui era diffusa una concezione aristocrat
ica del sapere: i termini ritornano non a caso, si rifletta! Solo chi è migliore può capire e può elevare il proprio spirito sempre di più. La condanna dei subordinati, di chi non può permettersi di studiare, di chi non è virtuoso, è decisamente accentuata. La virtù coincide con la capacità di potersi dare un’educazione, di studiare, di avere competenze che non sono solo maestrali, ossia date dalle maestranze dell’artigianato, ma sono, di contro, frutto di una certa speculazione teoretica, dunque filosofica. Arte e filosofia, arte e politica, arte e insegnamento si fondono quasi in un unico ente, divenendo, metaforicamente, lo sfero di Empedocle. Se per il fisico pluralista lo Sfero era l’esito estremo dell’Azione di Amore ed era una costitutio fisica, qui l’unione sferica di tutto è di carattere morale, giacché, ormai, il problema degli arché originari è decisamente superato. In altri termini, si è transitato dalla riflessione cosmogonica alla riflessione etica e politica, mutando con ciò radicalmente il campo di indagine della filosofia.
Eppure l’arché rappresentava il principio da cui tutto derivava, tanto che Anassagora poteva ben dire che tutto è in tutto, in una variazione continua di semi fondativi. Ciò che è archetipo è migliore, maggiormente incontaminato, più dotato di purezza. L’areté è la virtù pura, incontaminata, maggiormente dotata di purezza. Le parole si collegano fra loro anche in questo caso: ciò che si va a ricercare è una sorta di arché della politica, una sorta di principio-guida per la sfera morale (e il termine sfera, capace di riunire dimensioni fra loro diverse, ritorna ancora una volta). Il principio-guida, l’arché morale, è virtuoso, è dotato di areté, di virtù, di umanità: un appunto, questo, non secondario, perché il termine areté e il latino vir hanno attinenza etimologica con l’idea di uomo.
Dunque ci si istruisce alla vita politica, all’arte del governo grazie all’arte della sofistica: è qui evidente la dimensione artistica, creativa, fattuale della governabilità del governo, ossia il fatto che essere a capo della polis implica un sapere che è orientato alla produzione di valori continui, mai definiti una volta per tutti. Le possibilità del platonismo risiedono tutte in questa evidenza, come è noto. L’istruzione non è fatto isolato ma è un evento sociale, politico, perché porta al confronto fra generazioni e ruoli, discente e maestro, in uno sforzo progressivo di raggiungere un’arché morale capace di creare areté. Se la virtù è innanzitutto connessa alla capacità di pagare il maestro, pure la volontà di trascendere le contingenze della politica porta molto lontano nello sviluppo della consapevolezza filosofica e della stessa arte di governo. Chi è politico per professione, lo abbiamo già rilevato, rischia di separarsi dai propri concittadini. Ma se è onesto e virtuoso, egli sarà in grado di commisurarsi a una verità limpida, pura, in quanto capace di migliorare lui e i suoi sottoposti. La virtù si carica di valenze morali: si tratta di guardare al Bene, preso nella sua essenza in sé e per sé, tanto cara, in ultima analisi, a Platone.
Se, dunque, dalla sofistica è possibile transitare a Socrate e a Platone, come questi acceni sanno suggerire, la sofistica non è solo mercenaria perché prepara il terreno a una profonda rivoluzione etica, corrispondente alla rivoluzione del senso dell’uomo e del vivere assieme. E il fatto che l’apprendimento sia comunitario non è elemento secondario, se si pensa al cooperativismo pedagogico e all’attivismo che è stato portato innanzi nel corso del XX secolo.

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