la sofistica, il ruolo dell'uomo e la filosofia

“Le cose che appaiono a me, tali sono per me, le cose che appaiono a te, tali sono per te: uomo sei tu, come lo sono io. D’altronde, non è forse vero che, dinanzi allo stesso vento, l’uno sente freddo e l’altro no? Questo vento lo diremo freddo o non freddo? Forse, per chi ha freddo è freddo e per chi no, no” (Platone, Protagora).

Ciò cui si assiste nel corso della storia della filosofia è un graduale cambio di interessi: è come se, nel tempo, emergessero nuovi argomenti che si sostiuiscono ai precedenti, dando una nuova linfa vitale allo sviluppo del pensiero.

Fino ai sofisti, sino a Protagora, l’uomo non aveva alcuna importanza nella speculazione filosofica: ciò di cui ci si occupava era di spiegare la natura, la sua genesi, le sue contraddizioni fenomeniche, che portano ora le cose ad apparire in un modo, ora ad apparire nel modo esattamente opposto. Così, per esempio, ora gli alberi sono verdi, ora sono spogli; noi ora siamo ma a un certo punto non siamo più, perché la morte ha preso il sopravvento. La nostra condizione è transeunte, è destinata a passare o, quantomeno, a vivere nel divenire, entro un processo dialettico incessante, che sembra sfuggire a ogni dimensione di senso.

Ed è la ricerca del senso delle cose ad aver a lungo provocato i filosofi nella faticosa ricerca dell’arché: faticosa ricerca, perché gli elementi aporetici sono stati molti, le soluzioni prospettate si sono, spesso, rivelate frammentarie e contraddittorie, quando non propriamente fallimentari. Qual è il vero arché? La domanda non ha, a rigore, senso: tutti i principi esplicativi addotti, a partire dall’acqua di Talete sino all’atomo di Democrito, hanno una propria valenza e rappresentano un sufficiente – ma non un soddisfacente – livello di verità, che può essere accettato come spiegazione all’interno di un sistema filosofico.

Si ribadirà, di contro al precedente asserto, che raramente i filosofi presocratici sono stati sistematici: il loro pensiero era fluido, non sistematizzabile, non circoscrivibile all’interno di un mondo speculativo coeso e coerente, capace di abbracciare ogni aspetto – o comunque più aspetti – del reale. Questo è indubbiamente vero: se l’obiettivo è di spiegare la genesi del cosmo, se l’obiettivo era cosmogonico e, dunque, cosmologico, la riflessione filosofica non abbracciava se non un problema solo, fatto che sottintende l’impossibilità di un sistema onnicomprensivo.

Un altro limite del pensiero presocratico, sino all’avvento della sofistica, è di aver utilizzato, spesso, immagini oscure – Eraclito era definito non a caso l’Oscuro, per l’uso di aforismi dal sapore religioso e mistico: eventuali forme di razionalismo transitavano attraverso forme di scrittura ancora poco elaborate e debitrici, troppo spesso, del mondo religioso contro cui, nondimeno, la filosofia stava combattendo. Infatti, lo studio di una cosmogonia capace di racchiudere l’universo sotto l’egida di un principio unico e incontrovertibile, o di una serie di principi archetipi fra loro coerenti e cooperanti, rappresenta la più sensata reazione della ragione logoica all’irrazionalismo religioso, che aveva fatto della classe sacerdotale l’unica detentrice del sapere e, dunque, a rigore, del potere.

Ma questa riflessione implica una serie di conseguenze e di aperture per nulla secondarie nello sviluppo della stessa filosofia. Sebbene parlare di lotta filosofica possa apparire sin troppo forte ai più, pure la filosofia nasce proprio all’interno di un contesto che è umano, che è politico, che è sociale. In altri termini, il desiderio di una spiegazione razionale alle cose è sì frutto di un’evoluzione nel modo di porsi delle cose e di una consapevolezza del ruolo rivestito dal logos, ma è pure, e non secondariamente, evento di contrapposizione culturale e politica, capace di portare, nel tempo, a una nuova immagine dell’uomo.

Lottando contro il miticismo omerico ed esiodeo, la filosofia gradualmente abbozza le potenzialità dell’uomo, che fa emergere, plasmando una nuova categoria dell’umano. L’arché, in effetti, è spiegazione naturale di fatti naturali e, nonostante le aporie eleatiche, tutti i principi che si sono susseguiti avevano il compito di riportare il complesso mondo molteplice e contraddittorio dei nostri sensi a un’unità originaria, capace di dare stabilità e ordine alle cose. Ma la spiegazione proposta è rivelata non da qualche dio, non da qualche speciale depositario della verità, racchiuso in templi dormienti, ma dall’uomo colto, interrogante, capace di andare oltre alla banalità delle cose. L’uomo è soggetto che interroga e investiga un oggetto: nasce, con la fisiologia melese, un’importante categorizzazione del reale, la distinzione soggetto-oggetto, che sarà imprescindibile per tutta la storia della filosofia, sino alla contemporaneità.

Ora l’uomo è parte integrante di quell’universo che viene indagato dai filosofi. L’uomo è oggetto di se stesso: il suo corpo nasce, cresce, muore. L’uomo è in divenire e questo divenire va spiegato. La mente spiegante (o esplicante), riflettendo sull’esterno, riflette pure sul proprio interno. L’uomo che conosce e investiga è uomo intelligente, pensante, dotato di nous, Pensiero, quindi di anima.

La mente (psyché) è anima: i due significati sono collegati fra loro, inscindibili nella loro unità. E il secondo livello di indagine è proprio quest’anima, la sua genesi, il suo evolversi, il suo morire o il suo perdurare. Anche in questo caso, come per la cosmologia, ci si trova dinanzi a problemi che sono di natura metafisica: l’arché è principio metafisico, anche quando presenta quella concretezza fisica degli elementi empedoclei o quando è un principio monoarchetipo come l’acqua o l’aria. L’arché, in effetti, assurge alla divinità nel modo di pensare dei filosofi: una divinità immanente al cosmo che si sta cercando di spiegare, forse, ma che a tratti, e comunque nel tempo, si rivela potenzialmente trascendente. Asserire che le cose derivano da un principio unico è fare metafisica, benché lo sforzo fosse di inscrivere il mondo fenomenico all’interno di una coerente catena causale.

La relazione causa-effetto è indubbiamente meccanica e fisica, ma asseire che il principio sia acqueo o connesso all’Essere imperituro sembra più un atto di fede che un’autentica spiegazione razionale di stampo scientifico. Scienza e metascienza, fisica e metafisica si intrecciano, tanto che i pitagorici avevano fatto del Dio Apollo, simbolo del procedimento logico, la divinità da adorare, e la liberazione finale della serie di metempsicosi cui l’anima era condannata si aveva nell’adorazione del sapere scientifico.

L’anima è il motore che indaga le cose, dunque, ed è ciò che permette e vuole un’indagine su di sé. Però il filosofo non è ancora affrancato dal dovere di spiegare la realtà in cui è inserito: sino al momento in cui non si libererà dall’esigenza di giustificare il mondo, non si arriverà mai davvero alla genesi dell’etica filosofica.

Eppure le riflessioni sull’arché hanno avuto non poche conseguenze sull’evoluzione del sapere scientifico e sulla nascita e sullo sviluppo della medicina: Ippocrate cura le malattie attraverso la comprensione dell’arché dominante nell’uomo, in un’idea che l’uomo non sia mai separabile dal macrocosmo in cui si ritrova. La geografia trova ampi sviluppi in questo periodo, grazie a rappresentazioni cartografiche del mondo
conosciuto, delle rotte per le navi, per la scoperta – poi rimossa – che il pianeta è sferico e ruota attorno al sole: il diametro terrestre era stato calcolato con poche decine di chilometri di scarto da quello reale, contabilizzato in epoca moderna.

Ma curare il corpo e non curare l’anima è insoddisfacente. Abbiamo detto che anche l’indagine sull’anima è metafisica, l’anima essendo, ancor più del mondo, non osservabile in modo diretto. I fenomeni cosmici e fisici sono più comprensibili rispetto ai fenomeni psichici, che si colgono solo indirettamente.
Eppure esiste una forma di arché anche per l’anima. Essa è comprensibile mediante un principio primo, impercrutabile sino a quando non ci orientiamo a noi stessi: già qui vediamo, in nuce, quella che sarà l’affermazione più celebre di Socrate,”conosci te stesso”, unica via per la verità e per assumere dentro di sé la correttezza dell’agire. L’etica è dentro di noi, è autonoma, non è mai eterodiretta: con linguaggio kantiano, potremmo chiosare il pensiero in proposito che la morale non può mai essere eteronoma. Ma per giungere a Kant, il sistema delle riflessioni etiche dovrà transitare attraverso molte stazioni e subire la pressione dei principali movimenti religiosi e, innanzitutto, del cristianesimo.

Già però la consapevolezza della propria anima rappresenta un progresso notevole rispetto agli albori della filosofia. Sebbene il problema etico fosse implicito entro l’indagine circa l’arché, non era ancora sviluppato in modo pieno, sino al lambire del IV secolo a.C. L’anima è, letteralmente, ciò che anima le cose, ciò che permette alle cose di muoversi. E’, quindi, essa il principio del movimento e la causa ultima, metafisica, del divenire. Ogni cosa che si muove è dotata di anima: non è casuale, per esempiom che le prime forme di religione fossero di tipo animista.

Tuttavia l’anima è qualcosa di puro, che non può coincidere solo con il principio movente. Quando ci si rende conto di qeusta realtà, la consapevolezza del ruolo dell’etica e dell’uomo assume centralità nella speculazione filosofica. L’anima non può morire con l’uomo: questa idea non può essere rimossa mai! L’uomo pensa e il suo pensiero sopravvive al singolo individuo, in una eternizzazione che permette lo sviluppo del pensiero medesimo e della conoscenza. Quindi, l’anima è eterna per definizione.

Secondo gli orfici prima e i pitagorici, che dagli orfici sono stati influenzati, l’anima è impegnata in un ciclo di metempsicosi redentrici: l’incarnazione dell’anima in corpi sempre più perfetti o in quelli di più basso rango (sino agli insetti e agli alberi) è l’esito del nostro modo di condurre la vita etica. Il corpo è la prigione dell’anima, da cui ci si deve affrancare, per divenire Dio, perché l’anima ha in sé un fuoco divino, un segno alto e magnificente.

L’anima è razionale, ha in sé il logos, altrimenti non avrebbe potuto ricercare l’arché delle cose. Ora, questa razionalità dell’anima implica la capacità di essere educata, e l’educazione dell’anima diviene un compito centrale per i sofisti, i primi filosofi che si sono accorti di quanto il potere dell’anima sia implicato nel potere politico.

Il senso della sentenza che Platone attribuisce a Protagora è circoscrivibile in tutta l’analisi sin qui compiuta: il filosofo si faccia educatore dell’umanità. Nonostante i limiti e le contraddizioni della sofistica – che ha avuto pesanti degenerazioni e che si caratterizzava per la tendenza dei maestri a farsi pagare gli insegnamenti impartiti – l’idea del filosofo educatore convergerà, infine, nell’idea platonica dei filosofi governanti, capaci di indicare a tutti la rotta verso il Bene supremo.

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