Qualità primarie e qualità secondarie

Per Empedocle e Anassagora, le qualità visibili derivano da originarie differenze qualitative; per glli atomisti (Leucippo e Democrito) le determinazioni qualitative sono il frutto di determinazioni quantitative geometriche: nasce così la fondamentale distinzione fra qualità primarie, di tipo geometrico-meccanico, e qualità secondarie, frutto dell’incontro fra gli atomi e del rappporto fra le cose e i nostri sensi.

Le qualità determinano le qualità: affermazione apparentemente banale che, nondimeno, sottintende una precisa posizione filosofica. Questa posizione è stata condivisa dai primi fisici pluralisti e, in particolare, da Empedocle e Anassagora. A essa si contrappongono gli atomisti, i quali ritengono che non si possa andare oltre nella divisione delle cose rispetto a un punto minimo, eidetico, formale, che chiamano atomo, cioè l’indivisibile.
Cerchiamo di comprendere il significato di queste asserzioni, di primo acchito piuttosto sibelline.
“Le qualità determinano le qualità”: esistono, dunque, qualità primarie che determinano qualità secondarie. In altri termini, la frase indica chiaramente l’esistenza di qualità anteriori rispetto a ogni altra cosa, qualità che, pertanto, si potrebbero definire preordinanti, ossia capaci di ordinare anticipatamente le cose che sono.
E’ opportuno, qui, ribadire cosa si debba intendere per “cose che sono”: non si tratta dell’Essere parmenideo, infine troppo astratto e distale rispetto al nostro mondo, che ha bisogno, invece, per essere compreso, di principi molto più prossimali a noi stessi e alla nostra esperienza. Si badi ancora l’ultilizzo, per l’ennesima volta, del verbo comprendere, che assume, notoriamente, la doppia valenza di “intelligere/spiegare” e di “racchiudere in sé”. Ora, l’Essere eleatico non permette né di spiegare il mondo, né di racchiuderlo, essendo quasi un altro rispetto al cosmo stesso. Gli eventi sono troppo distanti da quel principio che, pur essendo immanente, inizia a trascendere, di fatto, le cose e la realtà. Le cose che sono , sono tali nel nostro mondo, e ciò per ora è sufficiente, perché ciò è quanto i pluralisti intendono giustificare razionalmente.
Dicevamo, dunque, che esistono qualità primarie preordinanti rispetto a delle qualità secondarie, le quali, in quanto secondarie, sono derivate dalle prime. Ora anche l’aggettivo primario merita qualche spiegazione, capace di disambiguare i concetti implicati e di renderli, quindi, più chiari. Primario significa sia che esiste prima, che è prima, anteriore nel tempo e/o nello spazio, sia che è principio, arché delle cose. Il primario-principio è ciò che è principale, principe, ordinatore, creatore. In altri termini, le qualità primarie sono le qualità archetipiche, le quali sono anteriori a ogni realtà e suo motivo costitutivo: in quanto arché, le qualità primarie, conseguentemente, creano, modellano, plasmano eideticamente il mondo, ossia ne danno forma. Ma è proprio questo modellare le cose da parte di enti qualitative il nodo di contraddizione, dunque il limite, del primo fisicismo pluralista ed è lì che si rinvengono le motivazioni più profonde per transitare verso l’atomismo.
Abbiamo utilizzato un aggettivo e un avverbio (eidetico, eideticamente) per designare, nel fondo, due cose differenti, ma proprio per questo la contraddizione di cui si diceva poc’anzi risulta lampante. Gli atomisti concepiscono un limite invalicabile nella suddivisione delle realtà sensibili e questo limie è l’atomo, concepito come forma geometrica, quindi come eidos. Se siamo dinanzi a un principio geometrico che si muove nel cosmo ordinandolo secondo un movimento meccanico, l’utilizzo dell’aggettivo “eidetico”, formale, è corretto dal punto di vista lessicale, veicolando il termine il suo autentico significato. Tuttavia, anche le quattro radici empedoclee e le omeomerie anassagoree si possono interpretare come principi eidetici, formali, nonostante non siano di natura matematica e geometrica. Ed è questa differenza di significati che si dovrebbe tenere qui in considerazione.
La contraddizione che, in effetti, ne risulta è data dall’applicare un principio formalista e ordinante a ciò che non ha forma in senso matematico, circostanza che è logicamente assurda, dato che quanto ha forma, presenta sempre una forma geometrica e, quindi, cuò che non ha forma non è rappresentabile in alcun modo. Pertanto, sembra difficile ritenere sino in fondo valida l’asserzione di Empedocle prima e quella di Anassagora poi.
Omeomerie e radici non sono nelle cose ma sono prima e oltre le cose, che nascono per aggregazione e disgregazione, secondo logiche che ora si rifanno alla polarità Amore-Contesa, ora alla Divina Intelligenza. Ma le qualità di cui questi principi si fanno carico nel creare (ossia dare forma) alle cose sono poi presenti, sic et simpliciter, nelle cose stesse. E’ possibile suddividere ogni ente contingente del nostro mondo e rinvenire una coerente miscela di elementi primordiali che hanno dato nascita alle cose; siffatti elementi garantiscono una permanenza eterna e ingenerata che supera ogni aporia eleatica, poiché spiega la possibilità del divinre mediante qualcoca che trascende il divenire stesso.
La divisione infinita, però, è un concetto eleatico: si supera l’eleatismo utilizzandone le sue stesse categorie. Si tratta, questa, di un’osservazione centrale, di cui bisogna tenere conto. Zenone d’Elea asseriva che lo scocco di una freccia dall’arco non avrebbe mai, davvero, raggiunto la mèta che sensibilmente noi percepiamo, proprio perché, prima di arrivare al punto finale, deve essa raggiungere la posizione intermedia e prima di questa quella ulteriormente intermedia, all’infinito. In altri termini, se ogni capello rimane capello nel suo dividersi, è perché si applica il principio eleatico qui richiamato: è evidente che lo stabilirsi di un concetto-limite fondante la realtà, l’atomo, rappresenta un ribaltamento e un superamento dialettico della concezione eleatica, che vorrebbe ogni ente non esistente appieno proprio perché divisibile all’infinito.
Il problema, tuttavia, non è così semplice per Empedocle e Anassagora, i quali non negano per nessun motivo che la freccia raggiunga la mèta: i fenomeni sono reali e vanno spiegati, le cose divisibili all’infinito sono dotati di realtà. I due filosofi si sono resi conto, semplicemnte, rispetto all’eleatismo, che pensare di dividere le cose e provocarne un cambiamento sostanziale è un fatto assurdo: le qualità permangono inalterate sia nel macro sia nel micro, tanto nell’infinitamente grande, quanto nell’infinitamente piccolo. E questa inalterabilità è assicurata ora dalle quattro radici, ora delle infinite omeomerie.
Ma la qualità primaria, antecedente, non formale e non quantitativa che plasma quanto è quantitativamente definibile (i diversi corpi sono enumerabili) resta comunque una grave impasse che deve essere superata. La razionalità, del resto, non riesce a concepire fino in fondo una suddivisione all’infinito, mentre ha bisogno, per la comprensione della realtà, di arrivare a un punto di massima scomposizione, oltre il quale non si può andare. Il principio archetipo si caratterizza, in questo senso, per essere matematizzabile, geometrizzabile: non siamo dinanzi a qualità orginarie, primarie, che, inalterate, si riflettono identiche nelle cose con differenti gradienti e modalità, ma siamo dinanzi a un nuovo concetto, a un nuovo modo di pensare le cose, che fa del numero e della geometria l
‘essenza intima delle cose.
Se questa concezione del numero e della geometria richiama, immediatamente, il pitagorismo, richiamo in effetti qui imprescindibile, il progresso compiuto dall’atomismo appare, nondimeno, decisivo. Certo, le locuzioni “qualità primaria” e “qualità secondaria” permangono anche all’interno di questa forma di filosofia, ma l’area semantica coinvolta si va a modificare in modo notevole rispetto ai primi pluralisti. Non siamo più dinanzi alla semplice e semplicistica idea secondo cui le qualità determinano le qualità: il capello non è la somma omemerica di infinitesimali capelli originari, ma l’unione di atomi, di entità uniche e indivisibili, primarie, geometricamente qualificabili. In altri termini, ciò che si va a modifcare è il concetto stesso di qualità primaria, che è quantitativa. L’idea dominante è che la quantità spiega la qualità sensibile delle cose, che ne è prodotto secondario. Ciò che ai sensi appare liscio è perché composto da atomi curviformi, mentre ciò che è ruvido è composto da atomi spigolosi, di forma prismatica o a parallelepipedo. Le qualità che noi percepiamo sono frutto di un processo matematico, per cui sembra corretto sostenere, in ultima istanza, che quanto gli atomisti propongono sia, di fatto, la matematicizzazione della realtà. Le qualità primarie sono matematiche, quelle secondarie sono sensibili e hanno a che vedere con il caldo e il freddo, il liscio e il ruvido e, in generale, con le polarità che Eraclito richiamava nel suo pòlemos, nella guerra fra le cose concepita come guerra per l’armonia cosmica.
Ed è in effetti l’armonia cosmica ciò che gli atomisti vorrebbero raggiungere: la spiegazione di ogni realtà, di ogni mondo sincronicamente e diacronicamente dato, è frutto del Caso, del Destino, di un processo armonico che va oltre le istanze specifiche che vengono create. Gli universi sono l’espressione di diverse e ineffabili proporzioni di armonia: si badi l’ultilizzo del termine proporzione, che riveste, non a caso, valenza matematica. Si rilevi ancora che già in Empedocle e in Anassagora sussisteva il concetto di gradiente, ossia di grado, di divisione, che è sempre collegata all’ambito matematico. Ma i limiti dei due filosofi è di aver pensato che l’unione formale fosse a posteriori nelle cose, mentre gli atomisti hanno compreso che l’arché deve essere già a priori matematicamente orientato.
In conclusione, si può legittimamente asserire che anche per gli atomisti la qualità primaria è preordonante e determinante la qualità secondaria, ma il significato è stato tradotto in un altro linguaggio.

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