Senofane di Colofone e l'ateismo filosofico


Gli dèi non possono avere sembianze umane, men che meno costumanze umane e tendeze a fare atti illeciti. Dio non può muoversi, sempre nello stesso posto permane e per nulla si muove; l’Universo è uno, Dio, sommo fra gli Dèi e gli uomini, né per figura né per pensiero simile agli uomini (Senofane di Colofone).

Senofane di Colofone si occupa, in modo esplicito, di un problema teologico: gli dèi, la divinità. Oggi si potrebbe essere concordi sul fatto che Dio non ha alcuna sembianza umana, sebbene, riflettendoci, si dovrebbe osservare come Gesù, figlio di Dio e vero Dio per la teologia cristiana, sia uomo: il Dio-uomo, il dio incarnato, che ha perso la sua trascendenza per divenire parte del mondo, con tutti i limiti fenomenici che questo nostro mondo prospetta.
Dio non è un uomo: se i buoi o i cavalli potessero dipingere le proprie divinità, senza ombra di dubio le rappresenterebbero i primi come bovini, i secondi come equini. Insomma: la rappresentazione delle divinità risente della nostra natura, del nostro modo di essere, un modo che viene proiettato sulle divinità che noi medesimi creiamo.
In un certo senso, Senofane rappresenta l’incarnazione di una prima forma di ateismo in seno alla storiadella filosofia. Approfondenodo tuttavia le riflessioni, si potrebbe arguire che l’intera storia del pensiero, sin dalle origini milesi, è stata storia di una contrapposizione fra ateismo e religiosità tradizionale, di derivazione omerico-esiodea. La ricerca dell’arché, infatti, vorrebbe costitutire un tentativo di sottrarre al ceto clericale dell’epoca la cultura che esso veicolava. I sapienti erano i sacerdoti, i detentori degli oracoli divini, della tradizione sacra dei vari templi della religione olimpica ed è a loro che, innanzitutto, la filosofia si è contrapposta.
I filosofi erano definiti empi, ossia individui che rifiutavano le divinità tradizionali della storia politica cittadina, rifiutavano il culto tradizionale, in virtù di un principio, l’arché appunto, che essi avevano alzato al rango della divinità, permettendo con ciò l’avvio, pur in nuce, di quanto sarebbe divenuta la teologia moderna.
Ma i principi archetipici sono divinità perché tutto è in essi, per essi e con essi (quanto cristianesimo è presente in questa formula!), nel senso che, come arché, spiegano l’intera realtà, nella sua totalità e completezza. In un certo senso, Dio è il mondo, il principio che domina i primi fisiologi è interni al cosmo e non lo trascende. L’acqua di Talete, per esemplificare in concreto, pur rimanendo acqua, si trasforma qualitativamente in tutte le cose di cui facciamo esperienza nel quotidiano e, in virtù di questa medesima tramutazione, essa spiega la realtà.
E’ pur vero, però, che alcuni di questi ragionamenti pre-teologici saranno ben presenti, poi, all’interno del pensiero cristiano: tutto vive in, per e con Dio; il pane e il vino, pur rimanendo tali, si trasformano in qualcosa d’altro, nel Corpo e Sangue di Cristo, come insegna la teologia cristiana. Riflettere sulle origini del pensiero teologico è essenziale per cogliere il nostro medesimo modo di pensare, che noi erroneamente, forse, riteniamo, con una certa fretta, moderno.
Alle origini della filosofia, il Dio-cosmo è l’elemento che spiega e giustifica il cosmo stesso. Questa concezione, lo si è detto ripetutamente, è di tipo immanentistico: il principio è interno alla realtà medesima. Solo con l’eleatismo si intraprende un cammino di una parziale trascendizzazione dell’arché, grazie alla consapevolezza che l’origine di ogni entità fenomenica è l’Essere in quanto essere, percepito nella sua purezza, entità unica e ingenerata, immutabile, eterna, infinita – almeno nella definitiva elaborazione di Melisso di Samo.
Il cammino verso la trascendenza dell’arché transita attraverso Senofane di Colofone. Si è detto in precedenza che i filosofi sono empi – e, per inciso, sarà l’empietà l’accusa mossa contro Socrate, il corruttore dei costumi e dei giovani. Questa empietà non ha impedito, in modo esplicito, di negare mai le divinità dell’Olimpo, sebbene, quando si crede che tutto è spiegato e generato dall’arché, gli dèi tradizionali acquisiscono sempre meno senso. Senofane è il primo empio realmente consapevole tanto della propria empietà, quanto dell’assurdità di adorare una molteplicità di divinità fra loro diverse e coincidenti, in ultima analisi, con i differenti fenomeni dell’universo e con le diverse azioni sociali che l’uomo si è dato (la caccia, la pesca, la costruzione di carri).
Il molteplice del reale non può essere spiegato da divinità molteplici. Analogamente a quanto sosterranno gli eleatici, di Senofane successori e continuatori, più divinità coesistenti sono una contraddizione logica, che deve essere sanata. Due Esseri infiniti non possono coesistere, perché ciascuno, nell’altro, trova un limite insuperabile che lo rende finito, limitato. Tante divinità sono, analogamente, un assurdo perché ognuna è limitata dalla presenza dell’altra: se si è dinanzi alla divinità, l’onnipotenza e l’onniscienza devono essere caratteristiche a essa intestine e non, al contrario, estranee. Il cammino verso l’eleatismo passa, dunque, da Senofane, pietra miliare irrinunciabile nello sviluppo del pensiero.
Ma in Senofane sussistono altri aspetti che si devono considerare. Dio non può essere antropomorfico, non può avere alcuna forma o sembianza umana: è quanto si diceva all’inizio e che ora si può intendere ancor più in profondità. L’uomo è limitato e non può adorare un dio altrettanto limitato, benché eterno, a differenza sua! Un dio con un corpo umano è solo un uomo che è stato divinizzato, oppure è una semplice invenzione della straordinaria fantasia degli uomini.
In realtà, le divinità olimpiche non sono eterne: esse sono state generate, nel tempo, attraverso le verie fasi della cosmogonia, che, come si è già osservato, è coincidente con autentiche forme di cosmologia. Un Dio generato è pure un dio destinato alla morte, dal punto di vista logico: nulla di imperituro può essere generato. L’atto generativo urta contro l’essere imperituro. O il soggetto non muore e, perciò stesso, neppure nasce, oppure, se nasce, deve anche morire, in un destino che renderebbe mortale lo stesso divino.
E perché, poi, le divinità tradizionali dovrebbero possedere le medesime costumanze di noi mortali? Adorare un dio pieno di difetti è l’atto più irrazionale che la mente umana possa compiere: un atto ancor peggiore che illudersi dell’esistenza di divinità antrpomorfiche. Anzi, propriamente, l’antropomorfismo è ancor più accentuato quando si arriva a credere in un dio irato, ubriaco, passionale quanto noi uomini. E se dio compie, infine, atti illeciti, quale modello può costituire per la vita politica cittadina?

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