La metafisicità dell'arché


L’Essere è uno, infinito, eterno, incorporeo. Se fosse duale, l’Essere avrebbe un limite e, quindi, cadrebbe nel non-Essere: pertanto esso è infinito sia dal punto di vista temporale (eternità), sia da quello dell’estensione spaziale. La certezza dell’eternità è del resto ravvisabile nel non potersi generare; l’incorporeità è necessaria affinché non sia divisibile in parti e non scada così nel molteplice (Melisso di Samo).
Nel passo qui riportato, considerato una sintesi del pensiero melisseo, troviamo tre concetti che in parte riprendono e ampliano i postulati di Parmenide e, in parte, li superano.
Già per Parmenide l’Essere era uno, ma non era infinito. L’infinito viene concepito, entro la mentalità greca, come ente nocivo, pericoloso, irrazionale, sul quale l’uomo non ha – né può avere – dominio. Chairamente l’Essere parmenideo doveva essere ingenerato, poiché la generazione implica un venire dal nulla, fatto logicamente assurdo. Ma l’ingenerabilità non è del tutto coincidente con l’eternità dell’Essere, pur essendo in qualche misura i due concetti accostabili. Si rifletta sull’evenienza che la struttura argomentativa di questi filosofi è di natura logica, ossia l’argomentazione si basa sui principi, di cui già si è detto, di non contraddizione nonché sul ragionamento per assurdo, tanto cara tanto alla matematica quanto a certa filosofia a partire da Zenone di Elea.
L’Essere parmenideo, dunque, non può essere generato: se fosse generato, sarebbe derivato o dal nulla o da un essere precedente, di cui non si potrebbe asserire alcunché, non potendosi cogliere, dal punto di vista logico, la differenza che questo primordiale essere avrebbe nei riguardi dell’Essere-generato. Un Essere-generato è, evidentemente, frutto di generazione da un precedente Essere, il quale a propria volta rimanda a un altro potenziale Essere, in un processo che Hegel definirebbe di cattiva infinitazione, un infinito cattivo, perché mai logicamente concluso.
Per intendere meglio il concetto di cattiva infinitizzazione, immaginiamo che la nostra esistenza sia frutto di un sogno: se noi siamo il sognato, ci deve essere, logicamente, un sognante, un individuo o un’entità che sogna. Se l’entità sognante, a propria volta, si illudesse che la propria esperienza fosse un sogno, avremmo necessità di un ulteriore sognante, senza mai giungere a capire chi sogna chi e che cosa. Il processo qui implicato procederebbe all’infinito, senza che questo infinito si conchiudesse in se stesso: ecco il senso della cattiva infinità hegeliana. Ed ecco la ragione per cui Parmenide escludeva la genesi dell’Essere da un Essere anteriore!
Del resto, non avrebbe senso definire l’Essere parmenideo come essere archetipo, ossia come arché, principio e fine di tutte le cose, se esso fosse generato da un altro essere più o meno indefinito e inconoscibile, come l’argomentazione del cattivo infinito sembra prospettare. Un arché è il principio sommo e conclusivo, il motore della storia e del cosmo, l’entità che spiega tutto a partire da se stesso, spiegazione somma e indiscutibile, motore che muove gli altri motori senza essere a propria volta mosso: con qualche forzatura, forse, ma neppure senza troppo trascendere la storia della filosofia, si potrebbe asserire, alla luce di quest’ultima rilevazione, che in nuce abbiamo trovato, già in Parmenide, il concetto di motore immobile e di primo mobile tanto fondamentale in Aristotele. L’arché, a prescindere dal suo costituirsi ente naturale o trascendente – nella misura in cui è possibile già parlare di trascendenza nel V secolo a.C. – è logicamente motore immobile, non in senso fisico-astronomico come avrebbe poi detto Aristotele, bensì in senso logico e fondativo. Senza l’arché nessun fenomeno che avviene sulla nostra terra, nessuna esistenza presente nel nostro mondo sarebbero mai possibili, perché mancherebbero la causa primigenia e originaria, il motivo (motivo è parola connessa a motore) trainante (altro concetto collegato al moto) per cui la realtà si dà. La realtà esiste, cioè, in virtù dell’arché, di un motore logicamente e fattivamente capace di dare alla realtà la realtà: gioco di parole solo apparente per dire che l’arché è ciò che permette al tutto, all’olis, di esistere.
E se l’arché è motore immobile da cui tutto deriva – almeno entro una certa prospettiva logica – esso diviene immediatamente, non importa quanto naturalistico sia, un principio metafisico, oltre chr fisico. Non è l’arché solo una causa reale della realtà, bensì un principio che va oltre la natura per spiegare la natura medesima: ecco perché è opportuno rammentare quanto metafisico sia l’arché. E se l’arché è l’Essere parmenideo, questa qualifica metafisica diviene ancor più accentuata: mentre i Milesi non erano consapevoli di operare nella sfera della metafisica, pochi decenni dopo, invece, a Elea era già possibile credere che il principio esplicativo non dovesse coincidere con nulla di reale, ma con la totalità stessa che deve esso spiegare. Ma il concetto di totalità è un concetto metafisico e non è certo casuale che Aristotele abbia incluso i primi esperimenti filosofici, già a partire da Talete innanzi, nel suo resoconto sulla metafisica nell’opera ononima.
Ma c’è di più! Si dovrebbe comprendere l’urgenza degli Eleati, cui lo stesso Melisso di Samo è legato, di spiegare i fenomeni: la realtà che noi sperimentiamo è negata nel momento in cui si giunge all’estrema conclusione che l’Essere è, il non-Essere non è. Si tratta di una dicotomia inoppugnabile, è vero, ma pure poco capace di spiegare la realtà. Questo significa, da un punto di vista strettamente logico, che l’arché, in questo caso, pur volendo spiegare la realtà e pur, in effetti, spiegandola realmente – questo, abbiamo detto, è il compito di ogni arché della storia filosofica – non la spiega per nulla. L’Essere è qualcosa di ben diverso dai singoli esseri particolari che siamo noi: Esso è ingenerato, noi siamo generati, Esso è incorruttibile, noi siamo corruttibili e mortali. Come spiegare il “noi” a partire dall’Essere? L’interrogativo è rimasto a lungo aperto, anche perché la sua medesima formulazione non è stata poi così immediata come si potrebbe ritenere di primo acchito. La metafisica ha bisogno di una certa psicologia per poter operare appieno, e la psicologia, agli inizi e per lungo tempo, non sarà certo separabile dalla metafisica!
Salvare i fenomeni: questo obiettivo, questo compito erano nondimeno chiari agli eleati, nonostante, di fatto, non fossero riusciti davvero nell’intento di fondo. Ed è entro la difficoltà di riuscire a giustiifcare i fenomeni a partire dalla prospettiva dell’Essere archetipo che possiamo ora ragionare, propriamente, di Melisso.
Si è detto che, a rigore, l’ingenerabilità dell’Essere non coincide con l’etenità: quest’ultimo concetto è, propriamente, derivato dal primo mediante una deduzione logica, che non è immediata, soprattutto quando si pensi di trovarsi, nel fondo, agli inizi della storia della filosofia. Melisso sostiene un principio logicamente calzante, ma sviluppato dopo Parmenide e, quindi, quanto egli sostiene va oltre e supera il pensiero parmenideo. Il ragionamento è il seguente: se l’Essere è ingenerato, allora deve essere eterno, dunque divino, privo di ogni inizio, perché esso medesimo è l’unico inizio di tutto. A partire da questa e
venienza, per nulla secondaria nello sviluppo del pensiero, si giunge al secondo attributo melisseo dell’Essere: l’infinità. A dire il vero, se dovessimo riprendere in modo autentico l’argomentazione di Melisso, dovremmo arguire che l’eternità è un concetto derivato, oltre che dall’ingenerabilità, dall’infinità medesima: ciò che è infinito, è infinito sia in senso spaziale (occupa uno spazio infinito, pur non potendosi dire nulla sul significato ultimo di questo spazio metaspaziale), sia in senso temporale: l’Infinito, se è Infinito, non è inseribile nel tempo ma rimane identico a sé in ogni tempo e in ogni spazio, è l’Immutabile per definizione, il Dio trascendente che si immanentizza nei particolari del mondo, in analogia con Gesù, che è l’incarnazione/immanentizzazione del Trascendente. Ma la teologia cristiana, in effetti, non sarebbe possibile senza i prestiti dalla filosofia greca!
In ogni caso, ciò che si deve notare è il superamento della concezione sferiforme e finita dell’Essere, tanto cara a Parmenide: per il maestro eleatico, la finitudine dell’Essere è una conseguenza naturale del ragionamento pitagorico, che esclude ogni infinito come male e come irrazionale. Ma se l’Essere deve abbracciare il Tutto, il Pan, l’olis, allora non può venire circoscritto da alcunché, non può essere duale, perché due infiniti si contraddicono – come già osservava Zenone – e non può essere corporeo.
Ecco il terzo elemento di novità posto da Melisso di Samo: infinitudine, eternità e incorporeità. L’immutabile che sia dotato di corpo è una contraddizione logica, perché con il corpo l’Essere entrerebbe, a pieno titolo, nella Natura, nella physis, nella fisica, parola che in greco indica – di nuovo – ciò che è natura. La Natura è luogo del divenire, del separare, del dividere, del mutare. Quanto è dotato di corpo è scomponibile in parti infinite e ogni parte è diversa dall’altra, perché altrimenti sarebbe una sola e non molte: questo è il principio di Zenone, in verità, il quale nega il molteplice proprio perché, se esistesse, sarebbe un’artificiosa composizione di unità, di uno, che nell’assemblarsi ad altre unità perde la propria qualifica fondamentale. Diventando molteplice, non è più uno pur essendo costituito da uno: questa è la contraddizione logica implicata nella molteplicità dell’Essere. Melisso ha ben presente Zenone: egli specifica, pertanto, che il molteplice esiste, se esiste, solo per il mondo fenomenico, che resta totalmente irrazionale, mentre per la ragione il molteplice medesimo non esiste, perché somma di unità che, nel molto, si negano in quanto unità. C’è qui una profonda dicotomia fra il mondo sensibile, ove il molteplice può darsi, e il mondo razionale, logico, in cui il molteplice è negato, rinnegato e sconfitto. Se il mondo naturale è il mondo del molteplice, della doxa, dell’opinione, del falso pilotaggio dei sensi, il mondo razionale è quello del filosofo, emblema massimo di razionalità: lo schema della filosofia di Platone trova una propria origine in questo complesso tessuto argomentativo.
Il molteplice mondo sensibile, dunque, in contrapposizione con il singolo mondo razionale dell’Essere: questa è la dicotomia saliente di Melisso. Al mondo falso dei sensi si contrappone il mondo vero della ragione! Il mondo sensibile si caratterizza dal corpo, che per definzione si smembra, si divide, si consuma. Se l’Essere fosse dotato di corpo ed entrasse nella natura, non sarebbe più essere, perché si dividerebbe in tante parti al contempo uguali, perché tutte e ciascuna unità costitutive del mondo, e diverse, perché non uniche. Il mondo sensibile è l’unità delle non unità e la non unità delle unità: è un mondo di tensione, di polemos eracliteo, senza che ci sia, tuttavia, l’armonia che Eraclito aveva concepito. La tensione, la guerra, l’essere belluini sono le costanti filosofiche del mondo del divenire, senza che si riesca a rinvenire quella sintesi che possa portare alla definitiva pacificazione!
L’Essere, in quanto principio archetipo metafisico, alla luce di tutte queste riflessioni, è privo di corporeità: se non ha corpo, non è divisibile e trascende ogni conflittualità che contrappone, per esempio, il freddo al caldo, l’umido al secco, il sapiente all’ignorante: quest’ultima dicotomia è di interesse, invero, più per il futuro sviluppo della filosofia che per Melisso! L’Essere è trascendente, divino, pur abbracciando Tutto: è il Tutto in sé, in potenza, in una dimensione pura. Esso è il tutto che tutto comprende, senza possedere quelle caratteristiche particolari, irrazionali tipiche degli enti che noi sperimentiamo ogni giorno.
In conclusione, se l’Essere è, allora deve includere ogni cosa, ma per far ciò deve essere incorporeo, altrimenti diviene oggetto-fra-oggetti, come qualsiasi altro corpo. Non solo! Se esso include tutto, allora deve essere infinito, ma se è infinito, non ha estensione perché ha ogni estensione possibile (è infinitamente piccolo-e-grande) ed è eterno, perché altrimenti non sarebbe infnito: ciò che è infinito è tale che non possa essere generato, perché altrimenti sarebbe esistito qualcosa di anteriore e si cascherebbe nella cattiva infinità hegeliana!

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