Empedocle e la teorizzazione dei quattro elementi

Non può esserci nascita da ciò che non è, ed è impossibile che si distrugga del tutto ciò che è – e sarebbe pure questo fatto incredibile. Nascere e perire come un venir dal nulla e un andare nel nulla sono impossibili: solo l’Essere è (Empedocle).


In apparenza, questa sentenza empedoclea non è distante da quanto asseriva Parmenide: dal non-essere è impossibile la promanazione dell’Essere, il quale, a propria volta, non può dissolversi nel non-essere. E, in effetti, senza riferimenti alla scuola eleatica la sentenza sopracitata non sarebbe, propriamente, comprensibile: come dire, il pensiero di Empedocle trova la propria scaturigine nell’evoluzione filosofica che l’eleatismo ha apportato.
Nondimeno, sussistono alcuni motivi di differenza che devono subito essere richiamati all’attenzione. “Non può esserci nascita da ciò che non è”, pur essendo una frase che Parmenide, Zenone e Melisso avrebbero perfettamente sottoscritto, qui assume una valenza innovativa. Se, infatti, nulla può nascere da ciò che non è, tuttavia la realtà che ci circonda insegna chiaramente che in continuazione le cose nascono e muoiono, ossia divengono incessantemente: queste cose, compresa la nostra stessa vita fisica, devono pur essere in qualche modo e non possono derivare dal non-essere.
Come dire che se è vero che il nulla non è generativo, il fatto che noi sperimentiamo fenomeni di generazione richiede una spiegazione razionale che agli Eleatici è sfuggita: si tratta del primo tentativo realmente degno di nota finalizzato a salvare i fenomeni, a spiegarli e a includerli all’interno di una dimensione autenticamente scientifica.
Invero, già l’arché milese rappresentava siffatto tentativo: il principio esplicativo dei Milesi, quale esso fosse, doveva costitutirsi quale motivo di contrapposizione fra la ragione (logos) e il sapere mitico, antscientifico, che i primi fisiologi avevano rifiutato. Ma l’arché di Talete, l’acqua, di Anassimandro,l’apeiron, di Anassimene, l’aria, erano tutti monoarchetipi, ossia erano un solo principio da cui tutto diveniva. Erano, inoltre, principi interni alle cose, al cosmo che questi medesimi arché avrebbero dovuto spiegare e giustificare. Se i Milesi, dunque, avevano già affronatato un primo tentativo di introdurre un ragionamento scientifico nella storia della cultura occidentale, il loro ragionamento era ancora limitato su diversi fronti che dovevano essere superati.
Innanzitutto il limite primo è proprio la monoarchetipicità dell’arché, il fatto che un solo principio potesse spiegare la totalità del reale: la realtà è talmente complessa e variegata, infatti, che il principio esplicativo non può essere unico. Si tratta di una considerazione logica, che solo il lento tempo della filosofia avrebbe elaborato. Il secondo limite è l’interiorità dell’arché, il fatto che il principio fosse immanente al cosmo e non fosse a esso estraneo e trascendente. Se i Milesi hanno denominato “Dio” il proprio arché, la concezione teologica è di natura immanentistica, una concezione che solo attraverso gli Eleati è stata lentamente superata.
D’altronde l’Essere parmenideo è un principio/arché capace di spiegare l’interezza del reale da un punto di vista altro rispetto al reale medesimo. Esso, a rigore, diviene il Tutto che abbraccia ogni cosa, non coincidendo mai con nulla di particolare che da quel Tutto deriva: il carattere immanentistico della divinità, se permane, si assomma a tratti con un incipiente sforzo di concepire l’arché come trascendente, ed è questo il nodo centrale rappresentato dal pensiero eleatico.
Ma l’eleatismo, se intraprende la strada verso una progressiva metafisicizzazione dell’arché, già alle origini comunque sempre connesso alla sfera della metafisica, e se la strada conduce alla trascendenza del principio primo, rimane esso comunque imbrigliato nell’unicità dell’Essere. Certo, l’Essere, essendo Essere, non può che essere uno solo, pena l’immissione del principio di non contraddizione. Ma la spiegazione della realtà molteplice a partire dall’unità appare estremamente ardua e, in effetti, l’eleatismo non è riuscito nello sforzo di salvare i fenomeni molteplici del nostro mondo, aprendo il terreno così a successive elaborazioni filosofiche. Come dire che la Scuola di Elea ha aperto un nuovo campo della filosofia e ha posto il problema di spiegare la realtà. L’Essere, in quanto totalità e sua stessa spiegazione, giunge al paradosso di non spiegare la realtà. Si tratta di una spiegazione che non spiega.
Occorre dunque riprendere la speculazione filosofica a partire da nuove basi, non rinunciando tuttavia a mantenere all’interno del percorso filosofico le preziose scoperte e teorizzazioni effettuate dai movimenti di pensiero precedenti. L’arché deve essere trascendente, o, meglio, se anche non è così esterno alla realtà da spiegare, deve tuttavia non farne mai parte in modo definitivo e totale. Fra spiegazione e spiegato ci deve essere sempre una distanza, uno iato, una separazione e mai una fusione: questo è l’insegnamento eleatico che forse, più di tutti, merita di essere salvato, nel momento medesimo in cui la fisica cerca di salvare i fenomeni.
Fisica, appunto! I Milesi erano dei fisici, dei fisiologi, dei naturalisti: questo era la caratteristica fondamentale dei primi filosofi. Empedocle inaugura una nuova stagione della fisica, dell’orizzonte filosofico che spiega la natura nella sua essenza (parola che sarà centrale nella metafisica di Aristotele). Ma la spiegazione archetipa non sarà più né interna al cosmo, né unica o univoca: siamo dinanzi alla stagione dei fisici pluralisti, di quei fisici che ritengono esistere una molteplicità di arché, fra loro integrantesi sino a spiegare il molteplice della realtà.
Dunque il percorso della filosofia è qui tracciato in modo chiaro: il principio non può essere immanente e, se non è trascendente – per gli Eleatici il raggiungimento della purezza trascendente non era ancora possibile – non coincide con un nodo reale del cosmo. Il principio è metacosmico, esterno e primigenio rispetto al cosmo stesso, che ne è il prodotto. Certo, a rigore Empedocle non è riuscito in questo sforzo, perché i suoi quattro principi, che richiamano l’intera tradizione precedente, sono spesso invischiati con il cosmo: l’acqua, l’aria, la terra, il fuoco. Ma questi quattro principi vogliono rappresentare lo sforzo di staccarsi da un’idea che il cosmo sia prodotto da se stesso, da un suo elemento, per derivare da qualcosa che c’era prima.
La differenza è visibile più in Anassagora e nell’atomismo leucippico-democriteo rispetto alla teorizzazione di Empedocle, ancora insufficiente per raggiungere gli obiettivi esplicativi che lui avrebbe voluto far propri con la sua filosofia. Tuttavia è giusto soffermarsi su questa nuova forma di speculazione, per vedere proprio in cosa consiste siffatta novità.
Come detto, il principio archetipo non è più uno ma molteplice: quattro elementi, in omaggio al pitagorismo che vedeva nella tetralogia, nella rappresentazione del quattro, un motovo di perfezione, perché quattro punti erano sufficienti per transitare dalla superficie piana alla superficie solida, dalla geometria piana a quella tridimensionale. La scelta di indicare quattro principi e non un numero maggiore è, pertanto, di natura religiosa, di tipo orfico-pitagorico. Ma, a rigore, il numero scelto è irrilevante: ciò che conta è la moltiplicazione archetipa, il fatto che si è passati da un arché unico a una serie di principi esplicativi del reale. Il reale è complesso e molteplice e non può sottostare a un unic
o principio!
Il secondo elemento di novità è, per così dire, la semi-trascendenza: come per gli Eleati, non giungiamo qui ad un’autentica forma di principio trascendente e men che meno a qualcosa di trascendentale e, dunque, di a priori (in senso kantiano). Ciò che nondimeno si prospetta è il concepire qualche principio, in questo caso un tetraprincipio, un principio di quattro elementi, che non sono il cosmo. Chiaro che anche l’acqua di Talete o il fuoco di Eraclito erano in qualche misura anteriori al cosmo, tanto che la cosmogonia è una conseguenza dell’azione dello stesso arché. Ma l’unicità del principio permette una maggior immanenza fra arché e cosmo, mentre qui è possibile pensare, per la prima volta, a una serie di connessioni fra elementi e di dissolvimenti capaci di creare, ogni volta, un cosmo differente. La realtà è frutto di differenti gradazioni e combinazioni dei quattro elementi: dunque ciascuno da solo non spiega la realtà stessa, che è invece spiegata e giustificata dalla combinazione di tutti e di ciascun elemento. Benché aria, acqua, terra e fuoco siano presenti nella realtà fenomenica che essi vanno a spiegare, il loro stesso esistere è esterno al cosmo e le potenzialità che esse rivestono di creare infiniti mondi (paralleli o in successione) sono decisamente molteplici quanto reali. E non bisogna sottovalutare l’importanza del concetto di creazione di una potenzialmente infinita catena di mndi, di cosmi fra loro diversi, attraverso differenti miscelazioni degli elementi.
Un solo arché, del resto, implica la possibilità di creare un solo mondo, in cui quell’arché si ritrova nella sua integrità; arché molteplici, plurali, implicano la possibilità di mondi infiniti, oltre il nostro. L’Essere parmenideo, che l’eleatico voleva finito e che Melisso ha, di contro, concepito come infinito, diviene qui davvero il “ciò che è”: L’Essere è perché è infinita possibilità di creazione del mondo. L’Essere è, in quanto potenzialità infinita.
Si potrebbe sostenere che Anassimadro, teorizzando l’àpeiron, l’infinito, avesse una concezione sinile a quella qui illustrata: egli, in effetti, prospettava l’esistenza di mondo infiniti, ma era la sua solo una deduzione logica a partire dal fatto che il principio avesse natura infinita e, percò, indefinita. Ora si va oltre la logica, perché si spiega il molteplice con la molteplicità.

One thought on “Empedocle e la teorizzazione dei quattro elementi

  1. […] comprendere appieno la filosofia di Empedocle, si deve inserire la sua stessa speculazione filosofica all’interno del quadro eleatico, che il […]

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