Zenone di Elea, Parmenide, il molteplice e l'arché

E’ impossibile la molteplicità dell’Essere. Infatti, la molteplicità è molteplicità di unità, ma poiché l’unità è una per definizione, essa non può darsi in molteplici aspetti ma solo in se stessa, come unità pura. Pertanto, i fenomeni molteplici che noi sperimentiamo sono solo apparenza e falsità. (Zenone di Elea).
La filosofia greca tenta di spiegare con pochi principi l’intera realtà: in qualche misura, si tratta sempre di uno sforzo di ricondurre il molteplice all’unità, quasi si trattasse di semplificarla e di renderla razionalmente comprensibile.
Razionalmente è l’avverbio su cui è opportuno soffermare la propria attenzione. Lo sforzo che viene compiuto è in qualche modo connesso alla possibilità di dominio sulla realtà, un dominio che avviene mediante la techne, la tecnica, la strumentalità di cui l’uomo, con il proprio ingegno, si è dotata. L’intero percorso della filosofia classica e, con ogni probabilità, nonostante la necessità di opportune verifiche in itinere, l’intera filosofia nella sua totalità si caratterizza per l’uso della ragione, pur intesa, indubbiamente, in modo differente a seconda delle epoche e dei contesti cui ci si sta riferendo. In ogni caso, accanto alla techne, ciò che domina dal punto di vista intellettuale e ciò che rende possibile, in concreto, ogni sforzo di pervadere la natura è il logos, il principio discorsivo che è razionalità, parola, ragione. La filosofia è tale grazie al potere del logos che si va affermando e che rappresenta, si potrebbe benissimo asserire, lo sforzo del filosofo di dominare, con il proprio sapere, la società e il mondo.
Ma prima ancora di giungere a un dominio della sfera sociale, un dominio che sarà appannaggio dei sofisti prima, di Socrate e di Platone poi, è proprio il desiderio di intendere la realtà che ci circonda ogni giorno a essere elemento saliente del filosofare: si è detto quanto importante sia stata la disamina dell’arché e come questo principio potesse essere inteso ora in senso materiale, fenomenologico e fenomenico, ora invece in senso intellettuale e astratto. Si tratta di una rilevazione non secondaria, perché è molto probabile che Anassimandro, quando concepì l’àpeiron, non avesse davvero colto un principio così astratto e intellettualistico come, di primo acchito, si potrebbe legittimamente pensare: esso è, invece, quasi etere in(de)finito, nulla più di questo.
La filosofia, dunque, è dominio del logos, del pensiero razionale contro l’irrazionalità mitica, incapace di fornire spiegazioni esaustive al reale. Si caratterizza per la ricerca di un arché, di un principio capace di convolgiare in sé la molteplicità: entro questo orizzonte dobbiamo collocare il significato ultimo, ma non per forza conclusivo, di Zenone, discepolo, difensore e chiosatore delle idee del maestro Parmenide.
Per quest’ultimo, lo si è detto, l’arché è l’Essere, in cui tutto è. Ogni realtà che è esclusa dall’essere non è. A rigore, il mondo fenomenico, che Parmenide escluderebbe, in realtà è ben presente nel filosofo eleatico: tre sono per lui le vie di accesso, in effetti, alla verità, e se la prima coincide con la verità medesima tutta tonda, ossia con l’Essere finito e sferiforme, le altre due strade per incamminarsi sullo scosceso sentiero del vero non sono tuttavia meno importanti. In realtà, va precisato che le opinioni dei comuni mortali, di coloro che non sono in possesso della conoscenza e, dunque, non sono scienziati in senso pieno – non sono filosofi, per intenderci – sono fallaci: essi si basano in modo esclusivo sui sensi e rimangono come inebetiti davanti al divenire delle cose, che ora sono e poi non sono più e, in passato, neppure erano! I sensi sono vie inadeguate per conoscere, se ci si basa esclusivamente su di esse: questo è l’errore dei comuni mortali che il filosofo ha il compito di dissacrare e di correggere, affinché il nostro agire non sia sottomesso all’irrazionalità ma sia frutto di pensiero razionale.
E il ragionamento parmenideo, che qui si riprende, è decisamente razionale: Parmenide ha inventato, pur in nuce, il principio di non contraddizione. Questo principio asserisce che, se x è A è una proposizione vera, falsa sarà necessariamente la contraria proposizione x è non-A (ex: Se Socrate è mortale è proposizione vera, falsa è quella che recita “Socrate non è mortale/Socrate è immortale”). Il filosofo di Elea ha dichiarato che l’Essere è e non può non essere. Qualora l’essere non sia, ci si contraddice e la proposizione è falsa di per sé.
Ora questo Essere-tutto che è l’Essere nella sua pienezza, ossia – si direbbe – Dio stesso, non ammette la contraddittorietà dei sensi: se sono generato è perché non c’ero e non ci sarò più, quindi sono ora ma non ero e non sarò. Ciò è asssurdo, perché, in un medesimo tempo, affermo e nego l’essere, dico sono e non-sono, A e non-A. E’ come predicare di Socrate a un tempo la mortalità e l’immortalità!
I sensi abbagliano, quindi: questa è verità certa e incontrovertibile. Ma se noi non ci basiamo esclusivamente sulla sensibilità, potremmo ben raggiungere una verità che, pur non certa, è quantomeno plausibile. O comunque giungiamo a un’opinione che ha quel carattere di plausibilità da rassomigliare, sotto varie specie, alla verità. In questo senso, ogni entità che ora è ma prima non era e dopo non sarà, ogni entità che scorre e che, per definizione, è quindi transeunte, viene assorbita dall’Essere supremo che ne dà l’ultimo statuto ontologico e permette al nostro mondo fenomenico di esistere in una misura, se non piena, almeno accettabile.
Il ragionamento parmenideo in proposito è semplice, quasi perfino disarmante intellettualmente: ciò che è e non è, propriamente, non è. Ma siffatto non-essere è comunque gradazione dell’essere (concezione che sarà ripresa da Platone) perché comunque anche della notte possiamo ben predicare qualcosa, dunque possiamo dire che è. E la notte è metafora del non-essere, com’è noto, un essere che solo logicamente ma falsamente si contrappone all’altro essere che è il giorno. Lo scontro fra due esseri, in realtà, non è mai possibile, perché se sono esseri, allora sono Essere, che è! Quindi ogni manifestazione del nostro quotidiano vivere è assorbito dall’Essere medesimo, che permette a ogni ente terracqueo di esistere come particolarità. E di ogni ente si potrà operare scientificamente e tecnicamente, avendo l’Essere permesso di dare alla realtà non solo uno statuto ontologico, di cui già si diceva, ma pure uno statuto epistemologico, ossia scientifico.
Ma il ragionamento non è poi del tutto soddisfacente, come si intuirà, perché si tende così a guardare la realtà dalla prospettiva dell’Essere archetipo e non degli esseri singoli e individui che noi viviamo (il che è qui quasi relativo obbligatorio, l’uomo essendo senziente e conoscente). Il problema del salvataggio dei fenomeni permane sul tappeto e sarà risolto, forse, da Platone, supposto sia davvero risolvibile. In ogni caso, il molteplice è come sussunto nell’unità dell’Essere ed è questa verità metafisica che Zenone riprende.
Parmenide ha inventato il principio di non contraddizione; Zenone ha inventato la dialettica, tecnica argomentativa consistente nella capacità di dire le cose in modo che sembrino ora coincidere con una proposizione veritativa, ora con quella a essa opposta. In filosofia, la proposizione veritativa riguarda la relazione fra la stessa frase e la verità oggettiva che essa vuole trasmett
ere. Altro merito zenonico è di aver inventato la dimostrazione per assurdo, fondamentale, per esempio, in matematica. Vediamo ora il ragionamento di Zenone nel dettaglio.
L’unità è una per definizione, altrimenti non sarebbe unità, per il principio di non-contraddizione. Si potrebbe legittimamente assumere, per assurdo, che esistano diverse unità: per esempio, molti alberi, ognuno dei quali è uno, ma che insieme costituiscono una molteplicità di alberi. Questa molteplicità è la somma, tuttavia, delle unità costitutive. Ma se l’unità è una, sommata ad altra unità perde la propria qualifica unitaria e, quindi, il molteplice non è più somma di unità ma di qualcosa di .logicamente e matematicamente diverso dall’unità originaria. Se ciò è vero, ed è vero solo in un mondo assurdo in cui l’unità si continua a contraddire, questa verità al massimo può valere per il mondo fenomenico, che Zenone così non giustifica razionalmente, ma non per l’Essere che, essendo uno per definizione, non può che aspirare a mantenere inattaccata l’unità originaria.

One thought on “Zenone di Elea, Parmenide, il molteplice e l'arché

  1. […] intende superare: la Verità non può essere solo un prodotto del pensiero, così come ritenevano Parmenide, Zenone e Melisso, poiché anche la prospettiva del Fluire eterno di Eraclito ha una sua ragione […]

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