Parmenide: l'Essere fra filosofia e pre-teologia

Luce e notte, essere e non-essere sono solo due stadi apparentemente contrapposti che sottendono un’unità superiore. Propriamente, la luce e la notte sono uguali, perché non sono nulla, bensì sono essere. Dietro il non-essere della notte si cela l’essere, l’essere è quindi ravvisabile in ogni manifestazione del reale: pertanto, anche ogni realtà che noi sperimentiamo è compartecipe dell’essere. Quindi l’essere è.
Se il principio fondamentale di Parmenide è l’esistenza dell’essere, ossia il fatto che l’essere è e non può non essere (in base al principio di non-contraddizione che vuole che un ente non possa essere a un tempo A e non-A, se stesso e qualcosa di diverso da sé), ciò non implica necessariamente che il filosofo eleatico rifiuti totalmente la realtà oggettiva, nella quale avvengono i fenomeni che ciascuno di noi, quotidianamente, sperimenta.
Naturalmente, è chiaro che ciò che non è deve necessariamente non essere, mentre ciò che è, per definizione quasi tautologica, deve per forza essere: questa è la verità somma, l’arché parmenideo, un arché totalmente trascendente, se così si può affermare, la dimensione della fisicità, non essendo l’essere né acqua, né aria, né etere indefinito da cui tutto discende. In qualche misura la problematica iniziale dei Milesi è qui superata, ma non del tutto abbandonata. Essa rimane nella ricerca di un principio primo che, in Parmenide, è l’Essere, l’entità primigenia dotata di esistenza, la sola che realmente esiste e può esistere.
L’Essere è l’intero, il tutto, la realtà suprema: quale analogia con le dimostrazioni della teologia del cristianesmo! Se Dio è l’intero, il tutto, la realtà somma, per definizione un essere tanto perfetto deve esistere, altrimenti non lo potremmo pensare: la dimostrazione ontologica di Sant’Anselmo d’Aosta non potrebbe sussistere se non ci fosse stato Parmenide e gli eleati, così come molte dimostrazioni dell’esistenza di Dio non sarebbero potrebbero aver avuto luogo se non ci fossero stati Socrate, Platone, il platonismo, Aristotele e l’aristotelismo.
Se noi possiamo pensare all’Essere come totalità e poiché non possiamo che pensare a quanto esiste, in virtù di una coincidenza mirabile – quanto psicologicamente falsa, si comprenderà poi – allora l’inferenza necessaria è che l’Essere esista e non può che essere. Quindi, a rigore, possiamo ben sostenere che l’Essere parmenideo è Dio, o comunque, presenta tutti gli attributi caratterizzanti Dio.
Le caratteristiche di questo Essere sono l’essere ingenerato: l’essere non può essere generato, perché ciò sarebbe come asserire l’esistenza di un altro essere antecedente da cui esso deriva e ciò è assurdo. Ogni livello di questa catena che ne scturirebbe porterebbe a un’ascesi infinita e indefinita, senza poter mai giungere al principio ultimativo di tutto. Questa osservazione va tenuta in considerazione se si vuole comprendere, per esempio, quali siano state le ragioni della teorizzazione, in Aristotele, del primo mobile. La petitio principii, la richiesta di un principio finale è necessario al pensiero, pena l’impossibilità medesima di pensare. Il concetto di infinito come processualità è, dunque, escluso.
Ora, abbiamo dettro che l’Essere è ingenerato: come non notare che Dio, nella teologia classica, sia Colui che è antecedente a ogni generazione, cui trascende per definizione. Un Dio generato sembrerebbe una contraddizione logica, perché subito sorgerebbe il quesito: “generato da chi?”. Sul problema della generazione e della creazione, invero, bisognerebbe aprire ancora un’ulteriore dissertazione, perché il Credo niceno-costantinopolitano, che i concili ecumenici di Nicea e Costantinopoli resero la proclamazione di fede ufficiale per il cristianesimo, recita Gesù essere “generato e non creato”. In ogni caso, le categorie filosofiche entro cui la fede cristiana si sprigiona trova una propria nascita proprio in Parmenide.
L’Essere parmenideo è pure incorruttibile. Se fosse corruttibile sarebbe soggetto alla morte, alla decomposizione e al dissolvimento, ma ciò è assurdo perché l’Essere, essendo unità, è per definizione eterno. Propriamente, l’Essere è l’unità del molteplice che noi sperimentiamo: il nostro mondo è in divenire ed è apparenza, opinione, doxa, perché siamo incapaci di cogliere l’autentica e profonda dimensione dell’essere primigenio.
L’Essere non si può corrompere: ciò è peraltro chiaro altresì in un’altra prospettiva. Se è ingenerato, l’essere non ha un passato e se non ha passato non può neppure avere un futuro. POiché solo ciò che diventa diverso da sé, ciò che muta (il fiume di Eraclito uguale e diverso, per esempio), ha un passato e un futuro, poiché va incontro a una corruzione, allora l’Essere non è corruttibile e vive in un eterno presente. Questa dimostrazione sarà ripresa da Sant’Agostino.
L’Essere è sempre identico a se stesso e non può mutare e non può muoversi. Dio, analogamente, è ciò che è, (“Io sono colui che sono” è il significato di JHVH), l’Identico per antonomasia, l’Immutabile e l’Inamovibile, sia dal punto di vista ontologico, sia da quello della decisione. Una volta scelto una certa cosa, Dio non ritorna sulle proprie decisioni: naturalmente, questa prospettiva teologica è passibile di ulteriori complicazioni e determoinazioni.
L’Essere è indivisibile in parti differenti. Se si dividesse, si corromperebbe e diverebbe altro da sé, diverrebbe non-essere. Esso è l’Intero. Dio è uno e indivisibile, nonostante – si badi bene – la teologia cristiana affermi essere Trino. Ma le tre persone convivono armoniosamente nell’Unità ontica di Dio.
L’essere è limitato e sferiforme, non infinito nell’estensione spazio-temporale. Anche questa rilevazione è interessante. Che cosa significa esattamente? Da dove trova origine?
L’origine è nel pitagorismo: questa è una notazione storico-filosofica lampante. Ma ciò non significa ancora giungere a una corretta interpretazione di quest’ultimo assioma, filosoficamente interessante, pur contraddittorio.
Parmenide è essenziale per comprendere – si tratta della tesi di fondo – per comprendere Platone e il cristianesimo, che a propria volta non può essere dedotto astraendo dal platonismo e dall’aristotelismo. Se l’ultimo assioma che si è qui richiamato sembra destinato all’aporia, alla non-soluzione e alla continua contraddizione, ciò non toglie che il problema metafisico si possa pure spostare alla teologia, la quale piuò legittimamente interrogarsi se Dio sia finito o infinito e se sia o no coincidente con il cosmo. La teologia esclude ogni forma di immanentismo che qui è implicato, naturalmente, ma la storia teologica non è per nulla così semplice come, forse, si potrebbe credere solo quando si studi un semplice manuale di catechismo. I dogmi nascono entro un serrato dibattito che trova la propria radice già in Parmenide e, forse, pure nei milesi Talete, Anassimandro, Anassimene.

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