Eraclito, il divenire e l'essere fra tradizione e modernità

Tutt le cose si muovono e non sono mai ferme e identiche a se stesse: quando scendiamo al fiume, non ci bagniamo sullo stesso fiume del giorno precedente, pur essendo comunque il fiume identico.
Identico e non identico convivono all’interno dell’Essere, della realtà. Ora, noi stessi in ogni momento siamo diversi dal momento precedente: questa teoria di Eraclito è, per molti tratti, di straordinaria attualità, come, forse, molti dei concetti che la filosofia esprime.
Le nostre cellule sono in continua ricostituzione e, dunque, a rigore il nostro corpo non è mai quello che abbiamo vissuto pochi istanti prima: sempre diverso e sempre identico a sé, esso incontra ciò che è identico al proprio precedente essere e, al contempo, ne è pure diverso.
Parlare di Essere per Eraclito è forse sin troppo forte, perché, propriamente, egli non affronta il probelma ontologico di ciò che è reale e di ciò che esiste: questo sarà il compito di Parmenide e della scuola eleatica che, da lui, si genererà. Però è evidente, forse, quanto sia difficile parlare di divenire, di scorrere, senza non far riferimento, in qualche misura, alla nozione di “essere”, di ciò che esiste. Se nella realtà nulla permane e tutto diviene, come giustamente è stato notato, allora potremmo dire che ciò che permane è il divenire. Dunque elemento fondamentale dell’esistere è, propriamente, siffatto divenire, che ci porta in continuazione a nascere e morire, ad assemblarci e a disgregarsi. Tutto passa, ma resta il divenire, che è permanente e immanente al processo stesso da cui la realtà scaturisce.
Questo appunto diviene un problema filosofico non di secondaria importanza: anzi, da qui emergono le concrete possibilità di operare una serie di riflessioni che hanno, di per sé, interesse per una diacronia filosofica.
Dopo Parmenide, Zenone e Melisso di Samo, ossia i tre principali esponenti della scuola eleatica, una serie di filosofi, come Empedocle, Anassagora, Leucippo, Democrito cercheranno di fornire alcune risposte significative che possano superare alcune aporie che la scuola eleatica aveva posto: ora, si è detto che il problema di Elea era quello relativo all’Essere e che questo concetto, propriamente, non è adatto a essere applicato a Eraclito. Per gli eleatici, vera e unica realtà è l’essere, assolutamente e realmente pensabile, mentre il non essere sfugge da ogni possibilità di essere colto dal pensiero: ciò perché lo stesso pensiero è essere nella propria essenza. La scuola di Elea ha, in questo modo, escluso nettamente il mondo fenomenico che (e in cui) noi abitiamo, perché il nostro mondo è caratterizzato dal divenire, cioè dal non-essere.
Sintetizzando quanto sinora qui elaborato, abbiamo dunque asserito che:

  1. Per Eraclito, il divenire è l’unica entità reale, a rigore, ossia l’unico essere che sia pensabile;
  2. In questo senso – aggiungiamo ora – il divenire è per lui l’arché da cui si origina la realtà, esattamente come per i Milesi la realtà scaturiva ora dall’acqua, ora dall’apeiron, ora dall’aria;
  3. La scuola eleatica, di contro, rifiuta l’arché eracliteo perché ritiene falso il divenire, ritiene per così meschino quanto i sensi ci fanno percepire: i sensi ingannano, la realtà scorre, ma nessuna realtà può generarsi o convogliare nel non-essere. I fenomeni che si percepiscono, pertanto, sono solo apparenze: una constatazione che non ha poi implicato, in Parmenide, l’insorgenza di un primitivo sforzo, conclusosi con Platone, di salvare i fenomeni del quotidiano, i quali pur devono partecipare in qualche misura dell’essere;

Da questa sintesi dobbiamo ora prendere le mosse. Si diceva di Empedocle, Anassagora, Leucippo e Democrito, ossia dei fisici pluralisti: sempre fisici, sempre fisiologi come i Milesi e come, un po’ provocatoriamente, Eraclito da un lato e gli Eleatici dall’altro. Trascurando qui un approfondimento, pur necessario, circa il ruolo della fisiologia (della fisica, ossia della “naturalogia”, del discorso sulla natura) nel presocratismo, ciò che qui preme è rilevare che la soluzione primigenia per comprendere i fenomeni da parte dei fisici post-elatici è data dal tentativo di recuperare quel divenire che Parmenide, Zenone e Melisso, in contrasto con Eraclito, avevano rifiutato. La realtà è sempre lotta (pònos, guerra – termine da cui deriva l’italiano “polemica”) fra principi contrapposti, lotta dalla quale scaturisce una più o meno momentanea o definitiva armonia. Questo concetto di Eraclito è trasceso nella storia per giungere ai fisici pluralisti per i quali la realtà si compone e si decompone in continuazione, senza che per ciò l’essere perda la sua entità: ciò che ci circonda è reale perché reali sono gli elementi costitutivi di cui le cose sono formate.
E il discorso sull’arché, così, si complica ancor di più.

One thought on “Eraclito, il divenire e l'essere fra tradizione e modernità

  1. […] come ritenevano Parmenide, Zenone e Melisso, poiché anche la prospettiva del Fluire eterno di Eraclito ha una sua ragione reale che non può essere sottaciuta. Del resto, i sensi indicano chiaramente […]

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