L'arché

La ricerca di un arché, di un principio originario di cui consta l’universo, è dunque il primo vero problema filosofico.
L’arché, in quanto principio costitutivo, è pure anche l’elemento finale del processo, è la fonte e la foce verso cui si immette l’immaginario fiume dell’universo. Semplificando, si potrebbe asserire che ogni cosa, ogni elemento di cui la realtà è, è in virtù dell’arché, sua parte costitutiva, essenziale, vera. La realtà esiste in quanto frutto dell’arché, sua creatura. Poco importa, per certi versi, quale arché si scelga: l’importante è che dietro a ciò che viene concepito, a livello teorico, come principio, sia tale da giustificare l’esistenza di tutto quanto esiste, inteso come universo, come cosmo.
Così, l’acqua è indubbiamente l’arché di Talete, ma non è tanto opportuno soffermarsi sulla natura di questo arché, quanto comprendere che da esso l’intero universo dipende e che, senza l’acqua, nulla sarebbe dato di ciò che è dato. Nulla esisterebbe, in altri termini, senza questo arché.
Ora, esistono diverse concezioni archetipe sulle quali sarebbe opportuno soffermare la propria riflessione: i primi fisiologi hanno una concezione naturale dell’arché e ricercano un principio che sia parte integrante di quella physis-natura che loro medesimi stanno investigando: Talete percepisce la vastità del mare, vede l’acqua entro ogni entità, entro ogni vivente e concepisce, di conseguenza, lo stesso cosmo come dotato di vita. E l’elemento vitale da cui tutto parte e a cui tutto approda è l’acqua: chissà poi se il fisiologo si è accorto che, nel momento in cui egli ha vitalizzato l’universo, avrebbe dovuto introdurre alcune imprescindibili categorie filosofiche: quelle del nascere, del morire e del mutare. L’acqua può ben essere il principio e la fine, a patto che si sappia trasformare in tutti gli elementi di cui noi facciamo esperienza nella nostra vita quotidiana.
Ma arché può pure essere un numero, come all’interno della scuola pitagirica, oppure l’Essere, inteso come unica realtà che può davvero esistere e che può essere pensato: dal problema orginario di determinare la nascita dell’universo al pitagorismo da un lato e con l’eleatismo di Parmenide e la sua dottrina dell’essere, la filosofia ha indubbiamente compiuto un cammino ampio e articolato, ma non è ancora uscita dall’ambito cosmigonico e cosmologico di cui si era caratterizzata ai suoi albori.
Già Anassimandro si era accorto che il principio non potesse essere qualcosa di naturale, perché ciò che è naturale è di per sé connesso alla fenomenicità, al mondo empirico ed esperienziale, alla natura. Un principio naturale non può indibbiamente spiegare, a rigor di logica, la natura, perché, per definizione, siffatto principio è parte integrante della natura che esso pretenderebbe di spiegare. Ecco allora che Anassimandro parla di un principio infinito, indeterminato, mentre Anassimene parla dell’aria che, per una serie di fenomeni di rarefazione e condensazione, forma ogni elemento della realtà, l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra, i quali, da questo momento innanzi divengono i 4 elementi costitutivi della realtà. Dall’infinito si giunge all’esperieinza finita, al nostro mondo che, dissolvendosi, ritorna nell’infinito (àpeiron).
Ma allora si intravede subito che la relazione fra infinito e finito ha a che vedere, in qualche misura, con la questione dell’Essere. Parmenide non attribuisce all’Essere l’infinità, ma il problema che da lui si diparte, in effetti, presuppone, a rigor di logica, proprio una concezione infinita dell’Essere, come ben ha osservato Melisso di Samo, ultimo esponente della scuola eleatica.
Per ora diciamo che le prime tre soluzioni del problema dell’arché sono già di per sé una rivoluzione culturale e concettuale: introducendo, propriamente, i concetti nell’ambito del pesniero e precisando la relazione di causa-effetto, siamo entrati nel vivo della filosofia, dello speculare teorico e razionale, unico scopo e unico metodo della filosofia. L’acqua, dunque, l’àpeiron, l’aria di Anassimene, che cerca di conciliare il principio primo di Talete con quello di Anassimandro. Tre soluzioni magistrali di grande spessore teorico, da cui si diparte un fiume in piena, che giungerà, nel tempo, a riformulare i problemi medesimi della filosofia, una scienza, per così dire, capace di abbracciare, ben più che in teoria, ogni aspetto dell’umano e ogni entità e realtà che ci circonda: dalla metafisica esistenza di entità primarie alla psicologia alla sociologia.
Attenzione che con la nascita del problema dell’arché subito entriamo in relazione, in qualche misura, con la teologia, con il problema della giustificazione di Dio e del suo studio: se già la cosmogonia esiodea era una teogonia, come si è detto in un appunto precedente, questo rapporto fra cosmo e dio non viene meno nel momento in cui si ricerca l’arché. Acqua, infinito e aria sono entità divine, astratte, forse, non definite, non ancora dotate di intelletto e volontà, ma pur sempre sono una forma di Dio che plasma la realtà.
Dunque possiamo ben dire che c’è una larvata teologia primaria, che dovremo approfondire, sin dalla genesi stessa della filosofia.

2 thoughts on “L'arché

  1. […] ogni cosa era, per gli Ionici, nient’altro che una trasformazione dell’arché che ora Talete, ora Anassimene avevano […]

  2. […] per un momento l’ipotesi secondo la quale Socrate fosse non già un cosmologo, al pari dei Milesi o di Democrito e Anassagora, per esempio, bensì fosse un […]

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